23 Febbraio 2024

psicoterapeuta

ANNA SEGRE: “QUESTO STUPRO E’ UNO STUPRO, SOLO CHE E’ NARRATO”. PALERMO, CAIVANO E LA TERRA DI NESSUNO DEL WEB

In copertina: Anna Segre

L’art. 609-bis (Violenza sessuale) punisce con la reclusione da 5 a 10 anni chi, con violenza o minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. La stessa pena si applica a chi costringe taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità, la pena può essere diminuita in misura non eccedente i due terzi” (testo dell’articolo 609 bis del Codice Penale italiano).

Dopo i fatti di Palermo, è notizia recentissima quella di un’altra violenza sessuale, protratta per circa un anno su due bambine di Caivano, in provincia di Napoli. Anche qui gli autori sono un gruppo di giovani, dei quali la maggior parte minorenni. Anche qui tutto è stato filmato e diffuso, finché le immagini non sono finite sul cellulare del fratello di una delle bambine, che ha denunciato l’accaduto all’autorità. Si è parlato di assenza della famiglia, dello Stato, delle istituzioni per spiegare la violenza sulla violenza, in una spirale senza fine che parte dal mondo cosiddetto reale per arrivare fino all’ultimo cerchio dell’inferno telematico. In queste storie non c’è e non c’è stato solo abuso fisico e psicologico, ma anche una violenza sociale e social. Lo stupro non basta più, adesso c’è bisogno anche del video e di tante condivisioni e perché no, di monetizzare l’accaduto perché c’è chi è disposto a pagare profumatamente per vedere una donna violentata. Snuff movies docet. Abbiamo incontrato Anna Segre, psicoterapeuta e poeta romana, per cercare di capire cosa sta succedendo e perché sta accadendo.

Anna Segre, lo stupro di Palermo, del quale si parla tantissimo in questi giorni, non è il primo stupro di gruppo di cui si ha notizia. Tuttavia questo sembra avere colpito molto l’attenzione comune. Cos’é che fa la differenza in questo caso, secondo lei? 

“Questo stupro è uno stupro. Solo che è narrato.

Cambia la narrativa. Il fatto che i messaggi, poi resi pubblici, fossero esplicativi della teoria della mente degli stupratori. C’è stato, per chi li ha letti, un immaginare dagli occhi loro. La metafora di ‘cento cani su una gatta’, la metafora della carne è carne, anche al sangue, sono immagini, noi vediamo un animale piccolo circondato e sbranato da molti animali grandi, e sul sangue è inevitabile pensare alla vittima che sanguina…

E, sempre dai messaggi, trapela la convinzione di essere nel giusto, di avere ragione, al punto, infatti, che se li sono scambiati, come fosse normale”. 

Quanto influiscono i siti porno in tutto questo?

“I siti porno forniscono la scena, quasi suggeriscono un copione, e abbassano la soglia del sopportabile, nel senso che azioni estreme passano invece per lecite, tollerabili, ammesse. Le fantasie erotiche sono condizionate da queste rappresentazioni. Sono letteralmente suggerite. Passa l’idea che il piacere sia quella cosa lì, che si senta quello che sembra si senta”. 

Immagine web

E’ possibile che la pornografia distorca in questa maniera la visione del sesso di un adolescente?

“L’accesso ai siti porno è facile e in più le piattaforme porno sono le meglio funzionanti di tutte. Dobbiamo constatare che l’età delle persone che li frequentano si è abbassata. Troppo. Gli adolescenti non sono pronti da un punto di vista della maturità sessuale a queste rappresentazioni. Se tu a 11 anni guardi video porno, non puoi decodificare e dimensionare ciò che accade. È come se facessimo camminare un neonato: gli si deformerebbero le ossa. E cosa passa? Che quella è la sessualità. Una performance, basata su posizioni, pose e atti che vanno espletati in quel modo, quasi privo di relazione interpersonale”.

Le chiedo di chiarire il concetto di stupro in modo da non lasciare ombre, semmai ce ne fossero, perché per alcuni si tratta ancora di un atto di erotismo e non di sottomissione e di annientamento della vittima.

“Ci sono ombre su cosa sia uno stupro? Tutte le azioni inerenti il sesso senza consenso sul corpo di una persona. L’annientamento come individuo, il rendere oggetto l’altra, l’utilizzo della violenza innanzitutto come relazione e poi come gesti sul corpo. Si sa talmente bene cosa sia uno stupro, che si tramanda nelle generazioni sempre uguale, abbiamo statue, quadri e poemi su cosa sia uno stupro. È un esercizio di potere. Pulizie etniche, metodi di sottomissione, minacce implicite delle istituzioni. Lo sappiamo noi donne e naturalmente tutti gli uomini. L’altro giorno una bambina di 8 anni mi ha chiesto: ma 7 donne su un uomo esiste?”.

Secondo la sua opinione, quale punizione sarebbe più efficace e riabilitativa per questi giovani?

“Dobbiamo constatare che le punizioni attuali sono inefficaci. E rispetto al danno inferto è acqua fresca: non risarcisce, non restituisce, non educa. La vittima ne ha la vita segnata, condizionata e lo stupratore passa il tempo a minimizzare, negare e spergiurare che c’era il consenso. Perché una donna che piange e dice no in realtà sta dicendo: sì, godo, continua. Non si sa per quale perverso decoder c’è questa traduzione condivisa. 

Efficace sarebbe una collettività che schifa questi comportamenti. Nessuno di noi terrebbe un comportamento schifato (uso la parola a ragion veduta) dalla madre, dai vicini di casa e dai professori e dai passanti. Ma dovrebbe essere schifato in modo capillare, proponendo in alternativa una relazione umana che renda l’eros condiviso la miglior scelta. Sei fico, se la tua storia d’amore e di sesso è costruita con la partner, il sesso più bello è quello fatto insieme, le fantasie più belle sono quelle reciprocamente raccontate, sei un vero uomo, se provi sentimenti e desiderio per una vera donna. E la nostra collettività, purtroppo, non va in questa direzione. 

C’è molta violenza collettiva verso questi 7 stupratori. Ma loro sono figli della violenza, chiamano mamma la violenza: sarebbe conferma e consolidamento di un sistema picchiarli, stuprarli, castrarli, ucciderli. Come loro hanno fatto alla vittima, fare a loro”. 

La madre di uno degli imputati sembra abbia elargito consigli su come sbarazzarsi di prove compromettenti, insultando anche la vittima “come una che se l’è cercata”. E’ un fallimento del femminismo?

“Appunto. La madre non schifa il comportamento del figlio. Segna il cammino di cui sopra: minimizzare, negare e spergiurare. 

Il femminismo fa sì che noi siamo qui a parlarne, che le pazienti formulino la domanda in terapia: è giusto che lui mi chieda di fare sessualmente questo o quello? E che ci possa essere la risposta: ma a te cosa piace? 

Il femminismo consente la discussione e che questa madre si qualifichi come portabandiera di un patriarcato millenario. 

Non è il genitale che ti fa femminista, sono i contenuti rispetto alla maggioranza più discriminata della terra: le donne”. 

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“A CORPO VIVO”: LE NUOVE POESIE E LE BELLE CONVERSAZIONI SULL’AMORE CON ANNA SEGRE

Anna Segre ne ha fatta un’altra. Una nuova, bellissima raccolta di poesie d’amore intitolata “A corpo vivo”. Come lei stessa lo ha definito si tratta del frutto della sua rinascita. Abbiamo incontrato l’autrice che è anche medica, psicoterapeuta e tanto altro, per parlare d’amore e di poesia. Per chi volesse, la prossima presentazione sarà a Roma venerdì 16 giugno alla 18.30 , Polo Museale dei Trasporti in via B. Bossi, 9 nell’evento TrAmBuSto Letterario, organizzato dall’associazione Donne di Carta. Con la poeta sarà presente anche l’attrice teatrale Giuditta Cambieri.

Anna Segre, sulla copertina del suo ultimo libro di poesie “A corpo vivo”, lei ha scritto: “C’è qualcosa di più rischioso che amare davvero qualcuno?”. Cos’è l’amore per lei?

“Amore, parola riassuntiva e depistante, è la risorsa delle risorse. Non c’è che l’amore per cui si compete, si vuol essere migliori, ricchi, bravi, riconosciuti. Tutto confluisce lì, al voler essere amati, a ciò che si crede serva per essere amati (essere belli, magri, colti o con le armi più forti o coi migliori cromosomi o con la giusta collocazione sociale).

Amore, estrema necessità per l’essere umano, che può sublimarla, appunto, in ciò che crede serva per averlo, un corpo perfetto, un grande potere, un orologio di marca, è, appunto,

terribile poiché ineludibile.

Terribile poiché non protocollabile.

Terribile, per la terza volta, poiché la grande forza di chi ama non è irreggimentabile, sfruttabile, anche se le religioni e i governi ci provano riempiendo di motivazioni atte ai loro scopi (ordine sociale, guerra, riproduzione) la parola amore. E lui travalica religioni e governi trasgredendo e scavalcando i recinti, trovando una parziale rappresentazione nella musica, nella poesia, nella letteratura e nella spiritualità.

L’amore, mi viene da dire, è un dio che guida i nostri legami, che dà scopo alla nostra esistenza, che ci mette in relazione gli uni con gli altri e crea coesione, collaborazione, empatia, anche collettive.

Chi ama ne è posseduto, poiché non può né comandarsi di amare né imporsi di smettere.

La psichiatria non può chiudere l’innamoramento e l’amore in definizioni neurotrasmettitoriali esaustive che tutto spieghino, né dare una definizione dello scopo specifico dell’amore, come invece si può fare per le emozioni in genere. Ogni emozione copre uno scopo relazionale con l’ambiente.

La rabbia: sto subendo un’ingiustizia, stanno calpestando un mio diritto.

La paura: sta per succedere qualcosa di terribile. E’ certo che soffrirò moltissimo.

L’ansia: sono in attesa di qualcosa che potrebbe essere sia negativo che positivo. E se fosse negativo? Che farò?

E così via.

Con l’amore questo non è possibile, poiché per ciascuno amore corrisponde a qualcosa di diverso.

E si badi bene: non sappiamo in che modo ognuno crei questo suo dio possedente, possiamo a volte ricostruirne alcune parti, l’infanzia, i traumi, la personalità, ma mai l’intero perché del tuo innamoramento e amore.

Amare, dunque, significa, secondo me, avvicinarsi al nutrimento fondamentale e al contempo sapere che si potrebbe non averlo più per i più disparati (e fuori dal nostro controllo, come l’amore!) motivi:

cause di forza maggiore,

malattie,

morte,

famiglie avverse,

guerre,

proiettili vaganti,

il muro di Berlino,

un terremoto,

e la fine del sentimento stesso da parte della persona amata.

Amare è rischiare.

Non amare, per me, può accedere a un’assenza di senso, insomma, al costrutto di base della depressione”.

Anna Segre e Giuditta Cambieri

“A corpo vivo”. Dopo la “Distruzione dell’amore” questo titolo sembra alludere quasi a una resurrezione. E’ così?

“Sì. E’ stato come rinascere, accorgermi di amare di nuovo, dopo tanti anni. Ero come spenta, tranquilla e grigia, sempre più evanescente. E poi mi sono innamorata e, paf, ero di nuovo a tre dimensioni. E mi sono messa a scrivere le poesie per lei, per corteggiarla, per raccontarla, per ipotizzarci, fantasticarci noi, insieme, per creare linguaggio coniugato alla prima persona plurale”.

La copertina del libro di poesie di Anna Segre

Quanto ha amato, Anna Segre?

“Questo libro è il frutto della rinascita. Ho amato tanto. Sempre pensando, nel mio fondamentalismo divino, che fosse l’unica persona possibile. E’ stato come seminare, coltivare, aspettare, bestemmiare e raccogliere i frutti. E ci sono stati ogni volta, i frutti. Nel mio caso, con le mie amori, ci siamo sempre perdonate la fine della relazione inaugurando nuove stagioni di frequentazioni e progetti diversi da quello originario. No, non erano, ognuna, l’unica possibile. Però posso giurare di averlo creduto con ogni mia cellula, quando gliel’ho detto. Mi ricordo perché ti ho amata, non ho bisogno di infangare la tua memoria per lasciarti, anche quando non ti amo più. E mi ricordo perché è finita, me lo tatuo dentro, il perché della fine. Ma potrebbe essere la fine di un periodo neurotrasmettitoriale, di una curva chimica che flette in due/quattro anni e ti lascia senza più voglia di quella persona. Come la fine di una stagione”.

Quanto ha odiato l’amore, Anna Segre?

“Bestemmiando, appunto. Ho odiato (ammetto di saper odiare) l’amore come si odia qualcosa di irrinunciabile. Lui, come dio, se ne fotte di me, io invece non posso vivere bene senza di lui”.

E’ innamorata?

“Sono innamorata pazza, sì. E questo libro parla del desiderio. E’ la storia di questo desiderio, com’è nato e come si è sviluppato. Non vi dico la fine, sarebbe spoilerare!”.

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Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

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Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Opinionista e Web Master del Magazine.

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Diplomato all'Istituto Alberghiero Michelangelo Buonarroti di Fiuggi (FR) - Dopo una lunga esperienza in Italia, e all'estero come chef per personaggi di rilievo, sia in casa che su yacht, nel 2013 si è trasferito a Londra, dove ha appreso nozioni di cucina multietnica continuando a lavorare come chef privato.

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Ho sperimentato il palco cimentandomi in progetti di Teatro Sociale tra il 2012 e il 2015 con testi sulla Shoa, sul femminicidio, sulla guerra. Il mio percorso teatrale è poi proseguito in autonomia quando ho sentito il desiderio di portare in scena testi scritti proprio da me.Tutti i miei scritti per scelta hanno

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