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IRAN CHIAMA, ROMA RISPONDE

Si stanno tenendo in questi giorni a Roma numerose manifestazioni e presidi contro la morte di Mahsa Amini, torturata e uccisa  dalla polizia morale iraniana per l’hijab messo male, della quale il nostro magazine si è occupato con un editoriale del 23 settembre (https://www.thewomensentinel.net/2022/09/23/mahsa-amini-il-velo-insanguinato/).
Alle proteste scoppiate nel Paese mediorientale, nelle quali sono state uccise altre donne, si sono unite le voci degli attivisti e degli studenti iraniani a Roma, riunitisi sotto l’ambasciata iraniana in via Nomentana.


Photos @FrancescaPerri

VIDEO https://www.facebook.com/francesca.perri.923/videos/480617580646151/

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DIO PATRIA E FEMMINICIDI DI STATO – VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DELL’AUTORE

Quanto sta accadendo in questi giorni in Iran deve preoccuparci e indignarci tutti.
Non è mai giustificabile uccidere una donna, figuriamoci se viene assassinata per un velo  indossato male dalla “polizia morale”.
L’assassinio di Mahsa Amini apre un nuovo confine sui diritti umani, dai quali dovremmo tutti prendere le distanze.
Non basta solo condannare, l’Occidente deve richiamare i propri ambasciatori in Iran come condanna contro quello che sta accadendo.
Come sostegno concreto a quelle donne che oggi stanno pagando un prezzo altissimo perché chiedono solo di essere libere.
Essere indifferenti alle loro richieste significa solo che altre donne moriranno perché indossano “male un velo”.
Un velo!
Personalmente abrogherei anche l’ora di religione nelle nostre scuole, perché o le insegni tutte, o continui a costruire muri verso gli altri.
L’unica religione che dovrebbe essere insegnata fin dall’asilo in Italia, a chiunque lo frequenti e a prescindere da dove provenga, dovrebbe essere la nostra Costituzione: libero culto in libero Stato, articolo 19, purché al di fuori delle scuole.
Diffido sempre di coloro che in nome di Dio brandiscono verità che suonano più di censura.
In Iran la religione è censura, e quanto sta accadendo lo conferma.
La gente invece vuole essere lìbera a qualsiasi latitudine e longitudine.
Internet in questo caso, i social media soprattutto, rappresentano un mezzo potentissimo per condividere questo bisogno naturale.
Non a caso il regime iraniano lo ha subito spento.
In ricordo di:

Masha.Amini, 22 anni.
Hananeh Kian, 23 anni.
Hadith Najafi, 23 anni.

Saverio Giangregorio.

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SAMAN ABBAS: LA MADRE AMMETTE IL DELITTO

Quando una madre uccide un figlio, esprime un disagio che si cerca di definire come sintomo depressivo, o attimo di follia, o disperazione. La spiegazione del figlicidio spetta a psichiatri, psicologi e criminologi: tuttavia le persone vogliono sapere perché un tabù è stato infranto, cosa ha armato la mano di una madre, quali circostanze hanno portato alla decisione di uccidere.

Nazia Shaheen, madre di Saman Abbas, la ragazza diciottenne di Novellara sparita nel nulla il 30 aprile 2021, e sospettata della sua scomparsa, è stata intercettata in una chat col figlio minore, dove ammette la complicità nel delitto.

Le intercettazioni.

Pensa ai comportamenti di tua sorella…“. La frase è riferita ai dubbi espressi dal fratello in merito alle azioni del clan familiare contro Saman. Era stato proprio lui, pare, a mostrare ai genitori una foto della sorella, ritratta mentre baciava il fidanzato. Una foto bellissima e pulita, ritratto dell’amore di due ragazzi come tanti. Però la famiglia di Saman non era come tante: ancorata alle tradizioni e fondamentalista sul comportamento che i figli dovevano tenere nei confronti dei genitori, l’avevano promessa a un altro uomo, in Pakistan. Ai nostri occhi occidentali sembrerebbe quasi impossibile, una storia medievale, ma le cose purtroppo funzionano così, in alcuni contesti. E il disonore gettato sulla famiglia a causa del comportamento di Saman doveva essere lavato col sangue.

Il fratello, che vive in una comunità protetta, ed testimone chiave dell’accusa avendo indicato lo zio Danish Hasnain come l’esecutore materiale dell’omicidio, parla con la madre di altre due persone, non indagate, che secondo lui avrebbero istigato il padre nell’organizzazione dell’omicidio della sorella. Li ritiene responsabili moralmente per la morte di Saman, ma Nazia cerca di calmarlo: “Lasciali stare. Tu non sai di lei? Davanti a te a casa… noi siamo morti sul posto, per questo tuo padre è a letto e anche la madre (parla di sé in terza persona, ndr) a letto”. E ancora: “Tu sei a conoscenza di tutto – dice Nazia al figlio –. Pensa a tutte le cose, i messaggi che ci facevi ascoltare la mattina presto, pensa a quei messaggi, pensa e poi dì se i tuoi genitori sono sbagliati…“. E il figlio risponde: “Ora mi sto pentendo, perché ho detto…“, alludendo a quanto rivelato ai carabinieri. del padre Shabbar al fratellastro, al quale ammetteva: “L’ho uccisa io. L’abbiamo uccisa noi. Per la mia dignità. Per il mio onore…“. Poi la confessione del cugino Ikram Ijaz a un compagno di cella in carcere a Reggio Emilia: “Io e mio cugino la tenevamo ferma mentre Danish l’ha strangolata con una corda“. Poi con l’aiuto di una sesta persona, un uomo misterioso mai identificato, “abbiamo caricato il corpo su una bicicletta, fatto a pezzi e gettato nel fiume Po“.

Omicidio, non delitto d’onore

E’ giunto il momento di chiamare le cose col loro nome, e la morte di Saman non è un delitto d’onore, bensì un femminicidio. Descrivere l’uccisione della ragazza come qualcosa legato all’onore della famiglia, ne svaluta la portata e quasi lo giustifica.

A questo scopo, è bene sapere che con legge 442 del 5 agosto 1981, si è abolito il delitto d’onore in Italia, che era contemplato e punito secondo il Codice Rocco c.p. Art. 587 del 1930:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”.

Intanto, la richiesta di estradizione rivolta al Pakistan per i due genitori, non è stata ancora evasa. Sembra che gli Abbas siano potenti in patria, e possano contare su una rete di protezione tale da non essere puniti per la morte di Saman.

INTERVISTA a S.E. ABDULAZIZ A SARHAN di STEFANIA CATALLO

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 QUI BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO – “PER QUESTO, PER ALTRO, PER TUTTO!”

Giovedì 8 settembre si è tenuta la convergenza tra il tavolo lavoro degli Stati Genderali lgbtqia+ & Disability, di cui faccio parte, e il Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze.
È stato un appuntamento importantissimo che voleva testimoniare un principio importante e fondamentale, che come comunità portiamo avanti dagli ultimi anni: del “love is love” ne abbiamo fin sopra i capelli! A noi interessa portare avanti un altro concetto, molto più importante: “lavoro is lavoro”, poiché “non facciamo i froci per mestiere”. Avere un lavoro è un diritto. Tale diritto dà poi l’accesso ad altri due importantissimi: il diritto all’abitare e il diritto alla salute.
L’ultimo caso di cronaca nera trans, quello di Cloe Bianco, ci ha spinto, con forza e determinazione, a portare avanti sempre di più questa lotta al diritto di esistere.
Eravamo una piccola delegazione: solo tre persone, di cui due uomini trans (io e Milo Serraglia) e un uomo omosessuale (Enrico Gullo).
Tra le persone relatrici della conferenza ci sono Tiziana DeBiasio, operaia in subappalto, e Mariasole Monaldi, una studentessa della rete dei collettivi universitari Studenti di Sinistra dell’Università degli studi di Firenze.
È importante che gli studenti siano stati lì accanto agli operai fin dall’inizio della protesta, perché si tratta di lottare anche per il loro futuro.
Quello che respiro in GKN è la compenetrazione: tutti sono parte di tutto.
C’è una grossa problematica che ci impaurisce da quando abbiamo dato il via a questo progetto: il linguaggio.
A volte il linguaggio crea divario. Ma è importante portare il nostro linguaggio nella lotta operaia, perché anche noi siamo operai. Ed è quindi estremamente importante che le richieste di diritti si intersechino e che vengano portate avanti con il giusto modo e le corrette parole. Nessuno però si sente di voler salire in cattedra e di fare un comizio. La decisione è quindi la più semplice: parlare di noi. Le nostre vite, i nostri trascorsi saranno il modo migliore per introdurre il giusto linguaggio e farlo capire a tutti i presenti. Anche a chi quelle parole le ha sicuramente sentite, ma nessuno si è mai degnato di spiegargliele e di fargli capire cosa significano nella vita di tutti i giorni.
Dopo l’introduzione da parte dell’operaio Mario Berardo Iacobelli, iniziano i nostri interventi.
Parte Tiziana che parla delle molestie sul lavoro subite dalle donne, il demansionamento degli uomini gay, il doppio lavoro domestico e salariato e una testimonianza personale.
La parola passa a Enrico, che tocca tanti i temi in modo incisivo e ragionato, sottolineando come tutto questo si mischia, si fonde e si confonde a nostro discapito e a vantaggio del padrone: il capitalismo che internalizza il patriarcato, la divisione di genere del lavoro, il doppio lavoro delle donne, la salarializzazione del lavoro di cura, le persone LGBTIQAPK+ come soggetto imprevisto: disciplinare e punire, il Diversity Management come “discriminazione positiva”.
Poi tocca a Milo che racconta quanto è una merda vedersi riconoscere la carriera alias solo perché la multinazionale per cui lavori come rider ha visto che fai il testimonial del Pride, continua su cosa significa essere out come persona trans, perdere il lavoro e continuare ad avere difficoltà a trovarlo. Insiste sul privilegio maschile nella divisione del lavoro di cura e nella percezione sul luogo di lavoro, sulla produttività come imperativo di performance del maschile.

A questo punto tocca a me. Panico. Cosa dico? La butto sul ridere: parlo delle parodie della mia vita. Racconto di come il pregiudizio e certi atteggiamenti si riflettano anche con la comunità LGBT+ «Il mondo dei trasporti è fatto di uomini e donne, ma chi comanda sono gli uomini. Essendo un lavoro maschile ed essendoci entrata come donna lesbica dichiarata divento “una di loro”, ma solo per poter parlare del culo delle mie colleghe e per farmi dire cose piccanti sul sesso lesbo, in modo da far sollazzare i colleghi maschi. Questa non è proprio una dimostrazione di “inclusione”». Sorridono e annuiscono, donne e uomini. So che sono cose che sanno tutti, ma quanto ci è permesso dirlo ad alta voce? Continuo sul diritto alla salute come diritto fuori e dentro al lavoro «ai dipendenti sono riconosciuti permessi per visite mediche per un massimo di 18 ore annuali, comprensive anche dei tempi di percorrenza di andata e ritorno al lavoro. Non è previsto un minimo, quindi significa che ogni azienda può decidere autonomamente quante ora di permesso concedere al proprio dipendente. Questo vuol dire anche che non c’è parità tra lavoratori, se in base all’azienda in cui sei hai diverse concessioni. Io sono un uomo trans e ho un percorso medico da seguire con tanto di visite mediche specialistiche, che si aggirano da un minimo di 2 arrivando anche a 4 all’anno, in base a diversi fattori. Io abito e lavoro in provincia di Milano e, purtroppo, devo per forza entrare in Milano per poter avere assistenza medica specializzata in questi percorsi. Questo significa che mi ci vuole minimo un’ora di percorrenza tra il lavoro e l’ospedale, più il tempo della coda per pagare il ticket, più il tempo della visita, più una seconda ora di viaggio per rientrare a lavoro. Nella mia azienda il monte ore per le visite è pari a 10. Capite bene che ne bastano due per esaurirle. Chiedere che il numero di ore aumenti o che, per lo meno, sia fisso al massimo consentito in ogni luogo di lavoro, non significa chiedere un privilegio per le persone trans, poiché di questo ne beneficerebbero tutti i lavoratori. Questo è il significato di lotta intersezionale: fare fronte comune, considerando che la lotta del singolo può diventare un “privilegio” per tutti. È per questo che è importante portare avanti una dialettica comune, non lasciando indietro niente e nessuno.
Ad esempio, c’è un grande assente stasera: il compagno operaio Marte Manca, un amico, uomo trans, vittima di un sistema di sub-appaltazione del lavoro, che ti chiude dentro a mille forme contrattuali al ribasso salariale e di diritti. Non poteva esserci perché ha un contratto che non gli permette di prendere permessi come ho potuto fare io. Ha un contratto che prevede che lui lavori poche ore alla settimana retribuite, ma che in realtà arrivano ad essere anche 50. Le ore in eccedenza non vengono pagate come straordinari, ma vengono accumulate come monte ore che poi verrà fatto usufruire alle persone come ferie e rol. In questo sistema fuori controllo, dove puoi collocare il diritto alla salute se già manca quello a una corretta retribuzione del lavoro? Dove puoi andare a inserire il diritto alla carriera alias, se già mancano le basi per un vero diritto al lavoro?»

Tocca a Mariasole che tocca temi molto importanti per le donne, di cui ancora si parla troppo poco: endometriosi e vulvodinia, due malattie croniche invalidanti che non sono attualmente riconosciute nei Livelli Essenziali di Assistenza del Sistema Sanitario Nazionale. Continua l’intervento sul doppio lavoro delle donne e sull’importanza delle questioni di genere nelle lotte – di fabbrica o studentesche che siano.
Conclude il dibattito uno dei pensatori dello stesso: il compagno operaio Dario Salvetti, che rimarca quanto sia stato importante per tutti fare questo incontro. E ci insegna un nuovo motto: “per questo, per altro, per tutto!”
Gli operai e le operaie ci hanno accolto come fratelli e ci hanno ascoltato con attenzione ed empatia.
“La prima volta su rivolta” recita un nostro motto che portiamo ai Pride. Anche questa è stata una prima volta ed è sicuramente una rivoluzione dell’agire: serve compenetrare i discorsi, fare realmente intersezione. Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti. Bisogna solo andare avanti. Noi ci siamo e siamo carichi!

Diego Angelo Cricelli

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 LUCIO DALLA E ROMA: UN AMORE INFINITO

Si è aperta al Museo dell’Ara Pacis di Roma la mostra dedicata al grande artista, che comprende foto, dipinti, abiti e tanti ricordi legati al cantautore bolognese, e che sarà visitabile fino al 6 gennaio 2023.
Lucio Dalla e Roma: un grande amore iniziato alla fine degli anni ‘ 70, quando Dalla prese casa in vicolo del Buco, facendone un punto di incontro di artisti, giornalisti, musicisti, intellettuali.
“Mi stupisco sempre più del rapporto che c’è tra me e Roma. Una città
unica al mondo, un palcoscenico straordinario che unisce tutte le classi sociali, in cui non
c’è contrasto, c’è voglia di stare insieme” , così l’artista descrisse il suo rapporto con la Città Eterna.
Il visitatore ripercorrerà le tappe della vita di Dalla, dall’infanzia tra Bologna e Manfredonia; i primi passi artistici e la vitalità dell’uomo che riuscirà a cambiare la musica italiana; i sodalizi artistici, gli incontri coi grandi personaggi, il teatro, i dischi d’oro e di platino. E, alla fine, il suo sassofono, quasi a significare che tutti gli onori sono relativi e quello che resta ed è essenziale, è la musica.

FOTO DELLA MOSTRA con un brano di LUCIO DALLA dedicato a Roma – LA SERA DEI MIRACOLI

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Photos @StefaniaCatallo

IL SIGNORE DELLE FORMICHE – Pensierini Filmici di MAVA FANKU’ – La Posta del Cuore 7

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA con Insensatez

Questa volta, nel giorno delle elezioni, parlerò di un film d’amore. E ne parlerò senza ironia. Ma perchè non era stato ancora girato un film così intenso e completo sulla repressione dell’amore omosessuale? Non un solo bacio, il sesso “contronatura” incriminato lo si immagina soltanto, mentre si racconta una storia d’amore puro e maledetto tra un professore, appassionato mirmecofilo, filosofo, drammaturgo, artista intellettuale di sinistra, ex partigiano, e il suo allievo prediletto.

Descriverò solo la scena iniziale che mostra i due amanti dormienti e teneramente abbracciati in una camera d’albergo dove alloggiano ufficialmente come “zio e nipote”. Ma l’abbraccio amoroso proibito, scoperto dall’albergatrice, viene bruscamente violentato dall’irruzione della polizia che preleva il ragazzo narcotizzandolo e il “professore delle formiche”, rivestendosi in fretta e furia per correre dietro il suo amore, si imbatte nella locandiera – una figura da maitresse – che gli sussurra con disprezzo: “pederasta”, anzi “pederasto”.

I metodi violenti per “guarire” da quell’ignominia impronunciabile che vengono praticati subito sul ragazzo “contaminato”, ordinati dalla famiglia, come l’elettroshock, fanno pensare al ventennio nero, quando “quelli così” venivano mandati al confino, ma siamo già alla fine degli anni 60, poco prima della rivoluzione studentesca del 68.

Il professor Aldo Braibanti, accusato di “plagio”, diciamolo, filosofeggia per tutto il film come se recitasse con la voce ipnotica di Luigi Lo Cascio che è magistrale, non propriamente simpatico ma attorialmente ineccepibile affabulatore, e che nelle godibili sequenze del processo da il meglio di se. Quanto li amo i processi nei film e in questo, per quanto il presunto corruttore si rifiuti stoicamente di difendersi, quando decide di parlare è un mirabile giocoliere di parole..

Elio Germano è un giornalista di “scippi e rapine” che si ritrova a doversi occupare di questo processo a qualcosa che nell’ordinamento giuridico “lasciato dal signor Mussolini non era riconosciuto, perchè se avesse condannato qualcuno per omosessualità ne avrebbe ammesso implicitamente l’esistenza, ma per gli italiani, popolo di maschi, gli “invertiti” non dovevano esistere”.

E si coinvolge a tal punto che diventa la figura positiva del film, uno dei pochi difensori di quel “Signore delle Formiche” superiore ed evitante, dopo il ragazzo martire (Leonardo Maltese) innamorato del suo professore socratico che praticamente si immola per difendere il suo amore, resistendo alle torture psichiatriche a cui continuano a sottoporlo.

Altra figura catartica del film è la madre del professore, una sorta di anziana Madonna che continua a seguire il figlio per amore durante il processo come in una via crucis. Anche se con diverse modalità ricorda la madre di Pasolini nella qualità del rapporto che ha con il figlio, che nella poliedricità da scrittore/artista/intellettuale potrebbe essere una specie di Pasolini minore, ricordandolo anche fisicamente nella nella scarna fisicità di Luigi Lo Cascio.

Il regista Gianni Amelio ha fatto proprio un ottimo lavoro, creando un film ispirato e riuscito che ha tutte le caratteristiche per ricevere importanti riconoscimenti. Andatelo a vedere ancora per pochi giorni a 3,50 euro per la settimana del Cinema. Ne uscirete ben nutriti di voglia di uguaglianza e diritti civili. Sopratutto il diritto di amare chi sentiamo d’amare. Un cameo di Emma Bonino in un flash del film per come è adesso (con turbante nei manifesti elettorali di “io sono Emma”) ci indicherà perlomeno per chi non votare… Perchè la situazione oggi è cambiata solo nella forma, ma non nella sostanza delle cose e dei pensieri, almeno per quella buona metà di elettori che voteranno per le destre repressive.

E concludo con una nota musicale, ispirata alla colonna sonora del film, ricca di canzoni dell’epoca… Insensatez, Ragazza di Ipanema, Io sono il vento, dedicandovi insensatamente la prima, cantandovela dal vivo senza artifici…

Prima Mia e poi Vostra Mava Fankù

MAVA FANKU’ CANTA INSENSATEZ
Mava Fankù Insettivora Mutante

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L’IMPERATRICE – I TAROCCHI

L’Arcano numero tre, l’Imperatrice, rappresenta l’essenza e il potere femminile della creazione. Restando nell’ottica dei Tarocchi, intesi come mezzo di comunicazione nel mondo medievale e rinascimentale, questa Carta raffigura una giovane donna assisa su un trono, con i simboli del potere – scettro, corona e scudo -, quindi in grado di poter esercitare la propria volontà.

La giovinezza dell’Imperatrice viene rimarcata anche dalla sua gravidanza, che quasi impercettibilmente, porta avanti. Questa donna rappresenta la nascita, la fecondità, l’attesa che porterà frutto, l’età fertile di una donna.

Siamo arrivati alla Carta numero 3. L’Uno e il Due, unendosi metaforicamente, hanno dato vita al Tre, il frutto di questa unione. Di qui la spiegazione della gravidanza dell’Imperatrice.

In questi giorni abbiamo assistito ai riti della morte di Elisabetta II. Questa regina, che è stata anche imperatrice, potrebbe rappresentare l’Arcano numero tre in una lettura in chiave moderna. Se osserviamo ad esempio le immagini delle esequie, vedremo che sulla bara sono stati posti lo scettro, la corona e il globo, gli stessi simboli che ritroviamo nell’iconografia dell’Imperatrice. Elisabetta, come l’Arcano numero tre, ha espresso il suo potere – temporale e sprituale – e ha generato quattro figli. Il paragone tra queste due figure è, ovviamente, confutabile; tuttavia, ci aiuta a comprendere il significato della Carta.

Nei secoli passati, le regine e le imperatrici non erano così potenti, o per lo meno non lo erano pubblicamente. Scelte spesso per motivi di Stato, pur vivendo in una situazione privilegiata rispetto agli altri, dovevano essere mogli fedeli, madri amorevoli e sovrane pietose. Soprattutto il secondo compito andava svolto più volte pena il ripudio. In altre parole, non era facile essere regina, e vedere rappresentata l’Imperatrice come donna, sola, autonoma e potente senza condividere il trono con l’Imperatore, che sarà l’Arcano seguente ma distinto da essa, ci dice molto sul suo potere femminile

Significati al diritto

Nascita, fecondità non solo materiale ma anche spirituale; buona riuscita di un progetto; attesa che porterà frutto. Creatività, bellezza fisica. Donna amata. La consultante. Gravidanza. Per un uomo, incontro con una donna affascinante che avrà potere su di lui. Femminilità, grazia, armonia.

Significati al rovescio

Gravidanza che non arriva o aborto, a seconda delle carte vicine. Progetti che non si avviano, disarmonia, civetteria, falsità, meschinità. Donna ostile, pigrizia anche mentale, ostacoli dovuti a ignoranza, donna nemica.

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LA LETTURA DEL SABATO – SAI MAMMA – di RITA IRIS MARRA

ASCOLTA LA LETTURA DEL SABATO – SAI MAMMA – di RITA IRIS MARRA

Sai Mamma

A
Volte ti rivedo davanti a quello specchio che aveva molti
Più anni di te.

Intrecci i tuoi capelli neri
Insieme ai tuoi pensieri

E sulle labbra sempre quel tocco
Di rosso, come hai insegnato
A me.
E quell’abito a fiori
Della festa
stretto intorno
Al tuo vitino da vespa.

Chi ti diceva ogni giorno:
“Sei Bella”!

E’ andato via su una stella
E non torna
Più
Ci somigliamo un po’ in tutto
Destino brutto
E tanta lealtà
Donna e madre
Coraggio
E ogni giorno io Dio ringrazio di
Essere nata da Te
Mamma!

Rita Iris Marra

Demised To Shield by Ghostrifter Official
https://soundcloud.com/ghostrifter-of…
Creative Commons — Attribution-ShareAlike 3.0 Unported — CC BY-SA 3.0
Free Download / Stream: https://bit.ly/demised-to-shield
Music promoted by Audio Library https://youtu.be/X2p2fIwjbIw

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MAHSA AMINI. IL VELO INSANGUINATO

L’unica certezza è che Mahsa Amini è morta. Ventidue anni, in coma dopo essere stata arrestata dalla polizia morale perché non portava bene il velo islamico. Una ragazza curda in gita a Teheran.

Iran, fine settembre 2022.

Nel web circola una foto di lei, intubata, nel letto di ospedale col viso apparentemente intatto. Come a dire: noi non l’abbiamo toccata, vedete? Ma esistono mille terribili modi per torturare, dal collo in giù. Ci siamo chiesti in questi giorni come sia possibile. Come si fa a morire per un hijab messo male.

Si può. Mahsa non era in Italia o in Occidente. Era in Medio Oriente, in uno stato islamico e con un governo religioso. Dimentichiamoci le nostre libertà. Dimentichiamoci del mondo che conosciamo.

Come dichiarato dal padre, Amjad Amini, i medici si sono rifiutati di fargli vedere Mahsa dopo il decesso: “Stanno mentendo. Stanno dicendo bugie. Tutto è una bugia… non gli importa quanto abbia implorato, non mi hanno permesso di vedere mia figlia”, ha detto alla Bbc Persia. Amini ha anche dichiarato che quando ha visto il corpo della figlia prima del funerale era completamente avvolto tranne il viso e i piedi, su cui c’erano lividi: “Non ho idea di cosa le abbiano fatto”, ha detto. La causa ufficiale della morte sarebbe attacco cardiaco, ma Mahsa non aveva mai avuto problemi di cuore.

Lavinia Mennuni, FdI, in un tweet parla di assordante silenzio delle femministe italiane rispetto a questa morte. Certamente la rassegna stampa che le viene inviata non è fatta bene. Oppure, è l’ennesima occasione per fare politica sulla pelle delle donne. Quelle morte.

Stefania Catallo

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LGBTQ+: quale futuro dopo il 25 settembre? L’opinione di Gianmarco Capogna (Possibile)

Ci siamo quasi. Il 25 settembre è tra due giorni, e le previsioni danno le destre in maggioranza, salvo sorprese dell’ultimo momento che, in politica, non sono certo una novità. Meloni premier? È una possibilità. Così come potrebbe avvenire un giro di vite su alcune conquiste sociali, che forse fino ad ora avevamo dato per scontate. Tuttavia, sarà il tempo a rispondere e soprattutto il voto,  che può fare la differenza.
Abbiamo chiesto a Gianmarco Capogna,   attivista politico e LGBTQ+, un intervento sulle criticità attuali e, probabilmente, future che riguardano appunto il mondo arcobaleno. Ecco le sue parole.

“Di fronte allo scenario politico che osserviamo con la possibilità concreta di un nuovo Parlamento fortemente spostato verso la destra radicale, serviva un programma chiaro per i diritti, le libertà e l’uguaglianza. Abbiamo la fortissima convinzione che la modernità si raggiunga attraverso un nuovo “patto sociale di cittadinanza” tra istituzioni e cittadin*. Una cittadinanza senza discriminazioni o categorie di “serie b”, con diritti, tutele e libertà, che garantisca la piena opportunità a tutt*, aumentando le occasioni e la voglia di essere individui attivi e partecipi per concorrere, come comunità, allo sviluppo e alla modernità, appunto, del nostro Paese. L’uguaglianza, infatti,  non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili.

La nostra è una proposta politica aperta, intersezionale, dichiaratamente e volutamente queer, che vuole contribuire efficacemente a trasformare tutta Italia in una #LGBTIQFreedomZone, andando nella direzione indicata dal Parlamento Europeo.

A questo si aggiunge una prospettiva per un futuro intergenerazionale e sostenibile, affinché si torni all’idea di una società del bene comune, da costruire secondo le esigenze di chi la vive e di chi vuole contribuire a migliorarla. Occorre abbandonare propaganda e ideologie oscurantiste che, invece, vedono la diversità come un muro per separare e ghettizzare le persone, le identità, i corpi. In altre parole, a noi sta strettissimo lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” e crediamo che sia solo uno strumento per promuovere una visione patriarcale e restrittiva della nostra società a cui ci opponiamo con la forza delle idee e dei progetti in grado di assicurare a tutt* di essere liber* e ugual*”.

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E I CAPELLI? LE TENDENZE A/I 2022 DI IDOLA ROMA

Se fino a qualche anno fa, per le donne era quasi obbligatorio tagliarsi i capelli al compimento degli “anta”, ora per fortuna le cose sono cambiate. Le nostre mamme, e per chi è più giovane, le nostre nonne, lo sapevano bene: i quaranta anni erano l’anticamera della maturità, per non dire della vecchiaia, e non era più appropriato, per una donna, sfoggiare una chioma fluente. Per non parlare poi dei capelli bianchi, soggetti a una caccia senza esclusione di colpi e mascherati con cachet e tinture varie, spesso dai colori improbabili. Così, si vedevano donne con chiome corvine che cozzavano con una pelle non certo freschissima, e anziane con capelli dai riflessi azzurri, simili alle fate delle favole. Per non parlare poi del temutissimo e leggendario ‘rosso menopausa’, ossia quel colore tra il fiamma e il mogano, appannaggio delle più trasgressive (si fa per dire) cinquantenni di qualche decennio fa.

I consigli di Pako, art director di Idola Salon Roma

“Per questo autunno abbiamo pensato a colori caldi, che vanno dal castano cioccolato fino al biondo miele, abbandonando i toni freddi che spopolavano da qualche anno, Ma ovviamente ogni cliente è diversa ed è quindi importantissimo scegliere bene la nuance giusta”. Questo è il consiglio principale di Pako, direttore artistico del salone Idola di Roma. I fondatori del brand sono tutti partenopei, dimostrando ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, l’eccellenza del nostro Meridione.accoglienza è calorosa e gentile, come da tradizione napoletana: le clienti sono prima di tutto ascoltate, coccolate con l’immancabile caffè e lo staff, giovanissimo e in buona parte proveniente dal sud Italia, lavora con entusiasmo sotto lo sguardo vigile di Pako. “I nostri saloni mettono la cliente al centro offrendo anzitutto una consulenza professionale che si basa non solo sulle sue richieste, ma anche sullo stato di salute della chioma”, continua l’art director. “Anzitutto tuteliamo e preserviamo i capelli, offrendo trattamenti mirati alle varie esigenze. Per esempio, in autunno quando la caduta diventa più evidente, è bene curarli con prodotti a base di tea tree oil, che li nutre e ne favorisce la crescita. Non esistono formule miracolose per avere capelli da favola, perché è la genetica a farla da padrona, ma si può avere una bella chioma curata usando i prodotti giusti”.

E i capelli bianchi?

La pandemia ha cambiato tutto, anche nell’hair style. Complice la chiusura forzata dei parrucchieri, camuffare le ricrescite bianche si è

rivelato un problema, soprattutto per quelle che hanno meno manualità. Certo, gli spray ritocco hanno aiutato, ma coprire centrimetri di ricrescita avrebbe significato quasi cimentarsi in una riverniciatura auto. Così, le donne hanno iniziato a mostrare i capelli bianchi, prima fra tutte Caroline di Monaco, seguita dalla bellissima Andy McDowell, alla regina Letizia di Spagna, e dalle tante donne che incontriamo nella vita quotidiana. Se pensiamo che fino a qualche anno fa era quasi impensabile mostrare l’argento nella chioma, pena essere considerate irrimediabilmente vecchie e obsolete, ora invece sono tantissime le donne che scelgono di non colorare più i capelli. “Portare il bianco lo trovo molto attuale, e consiglio di abbinarlo a tagli sbarazzini che danno verve e leggerezza”, dice Pako. “Il mio consiglio in questo caso è di enfatizzare il trucco, in quanto rendendo bianca la cornice del viso, l’attenzione andrà a focalizzarsi sulla sua parte centrale: quindi si a un make up bilanciato ma visibile, senza per questo essere marcato”, continua. “ E poi, sicuramente i capelli bianchi vanno curati con trattamenti anti giallo e nutriti, in quanto la mancanza di melanina li può rendere più fragili”, conclude il direttore artistico di Idola Roma.

Curvy e capelli. Qual è la scelta migliore?

E’ ancora vera l’equazione magra/capelli corti e curvy/capelli lunghi? “Assolutamente no. Ora viviamo in un’epoca nella quale una donna può osare quello che più desidera senza perdere il suo fascino. Basta giocare sulle giuste proporzioni e soprattutto valorizzare la bellezza di ognuna”, questo è il consiglio di Pako.

Mettiamocelo in testa: la bellezza non ha età, perché ogni età ha la sua bellezza.

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CENTO ANNI DI PASOLINI- A BOLOGNA UN ITINERARIO SULLE ORME DEL POETA

Photos @StefaniaCatallo

Pasolini osserva la piazza Maggiore di Bologna con sguardo assorto. All’entrata del Palazzo Comunale, i visitatori vengono accolti dall’immagine dell’intellettuale, nato cento anni fa proprio a Bologna, dove visse alcune delle esperienze più formative della sua esistenza.
La città ha deciso di dedicare a PPP un percorso che porta il visitatore nei luoghi pasoliniani più importanti, a partire dalla casa natale fino a Villa Aldini, laddove tornò proprio nel 1975, anno della sua morte, per girare alcune scene di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Il palazzo comunale ospita una installazione a cielo aperto che mostra foto e frasi di Pasolini, cercando di renderne la dimensione umana e poetica.

Tra i ricordi dei 7 anni più belli della sua vita, Pasolini cita i pomeriggi da adolescente passati sotto al Portico della Morte, adiacente Piazza Maggiore, luogo che prende il nome dall’ex ospedale della Morte, oggi sede del Museo Civico Archeologico, in cui trovavano conforto i malati gravi e i condannati alla pena capitale. Qui sorge la Libreria Nanni, la più antica di Bologna, fondata nel 1825.. Ed è qui che si radica la passione di Pasolini per la letteratura: il Portico della Morte diventa centrale nella sua formazione intellettuale. “È il più bel ricordo di Bologna. Mi ricorda L’Idiota di Dostoevskij, mi ricorda il Macbeth di Shakespeare…
A quindici anni ho cominciato a comprare lì i miei primi libri, ed è stato bellissimo, perché non si legge mai più, in tutta la vita, con la gioia con cui si leggeva allora
” confida Pasolini ad Enzo Biagi, in un’intervista del 1971.Nell’immagine affissa sulla vetrina della Libreria il poeta è ritratto a passeggio per via Rizzoli assieme all’amico Luciano Serra, anch’egli poeta, conosciuto sui banchi del Liceo Galvani, con gli immancabili libri sotto al braccio.

E’ interessante anche percorrere i portici di via Zamboni, dove ha sede l’Università. Pasolini si iscrisse nel 1939 alla facoltà di Lettere, fondando poi una rivista “Eredi”, insieme ad altri amici poeti, titolo che intendeva essere un omaggio ai grandi, come Montale e Sereni. E’ interessante sapere che la rivista non venne mai stampata per disposizioni ministeriali sul consumo della carta, ma vide comunque la luce a spse dei suoi creatori.

Pasolini chiede la tesi di laurea a Roberto Longhi: ma nel 1943, poco più che ventenne, viene richiamato al fronte, e catturato dai tedeschi. Riesce a scappare dopo l’8 settembre: durante la fuga perde la tesi già abbozzata, e una volta tornato all’Università dopo un periodo di soggiorno a Casarsa decide di cambiare relatore, rivolgendosi al titolare della cattedra di Storia della letteratura Italiana Carlo Calcaterra. Si laurea nel 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli. Pochi mesi dopo, l’amato fratello Guido viene ucciso dai partigiani garibaldini che auspicavano l’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito. Il tempo di Bologna, luogo della formazione intellettuale, dei maestri, dell’amicizia e della poesia, si chiude.

Seguendo l’itinerario, si potrà visitare anche il liceo Galvani, lo Stadio dove Pasolini si era immaginato calciatore; la piazzetta Pasolini, dove ha sede l’archivio donato da Laura Betti, e altri luoghi dove lo spirito dell’intellettuale è vivo, e segue il visitatore.

Stefania Catallo

PASOLINI – Supplica a mia Madre – Corto di Stefania Catallo con Emyliù Spataro

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LE PILLOLE POLITICHE di MAVA FANKU’ 2

Ascolta dalla voce di Mava

Sottofondo musicale: Balocchi e Profumi di E.A.Mario 1928

Sta proprio incombendo il momento fatidico. Tra qualche giorno sapremo se potremo continuare a sperare in un Paese democratico e libero, seppur alLETTAto cerebralmente, in cui però non avverrà alcuna regressione oscurantista, oppure se – per esempio – dovremo aspettarci l’attuazione di provvedimenti di legge che vietino la prevalenza della musica straniera sulle Radio, diffondendo almeno un ottanta per cento di musica nazionalista…

Perchè questo è stato capace di enunciare il SALUME prima di abdicare nella passata legislatura, quando era in coppia con le Stelline Cadenti.

E la MELONA “quella con occhi di fuori come pesce da freezer” (frase che pronunciò una governante georgiana quando la vide per la prima volta alla Tv italiana) sarebbe stata capace di far meglio il peggio del suo partner da tagliere.

Prima Mia e poi Vostra Mava Fankù

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DOSSIER ABORTO. UNGHERIA: LE DONNE DEVONO ASCOLTARE IL BATTITO DEL FETO PRIMA DI ABORTIRE

Ungheria: le donne costrette ad ascoltare il battito del feto prima di abortire. Qual è la situazione in Italia?

Parliamoci chiaro: la questione è spinosa. Che non si debba ricorrere all’aborto come metodo contraccettivo, ha una sua base etica. Ma che dietro ad ogni interruzione di gravidanza ci sia una storia di donna, è la realtà. Perché, fatte salve le eccezioni che confermano la regola, abortire non è una passeggiata: né fisicamente e né psicologicamente. E chi pensa il contrario, sbaglia. Quindi Orban o chi per lui, sta facendo solo terrorismo psicologico, tentando di influenzare nella scelta personale delle donne, nella loro autocoscienza. Ma certo l’Ungheria non pare un modello di democrazia.

La legge 194.

A 43 anni dalla promulgazione della legge sull’aborto, sono molte le ombre sulla piena attuazione delle norme che posero fine alla mattanza causata dagli aborti clandestini. Quali cambiamenti sono necessari? E soprattutto, esiste ancora la libertà di decidere sul proprio corpo?

L’articolo 1 della legge 194 del 22 maggio 1978, che tratta delle nome per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza recita cosi:

Art.1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non e’ mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

La legge, frutto delle strenue lotte delle donne e delle femministe, attuate con la sensibilizzazione sociale attraverso i tavoli pubblici, montati per strada e diventati sede di discussione pubblica, o con le raccolte firme, fino alle manifestazioni di piazza, poneva fine a una delle stragi nascoste del nostro Paese, ossia le morti per procurato aborto. Per averne un’idea, basta leggere “Isolina” di Dacia Maraini o ancora prima, “Le tradite” di Elisa Salerno, testi nei quali si narra come l’aborto clandestino fosse l’unica via di uscita per difendere la reputazione di una donna, che la società e la famiglia non avrebbero mai accettato come madre nubile e per la quale, oltre allo stigma sociale, sarebbe stata preclusa ogni attività lavorativa, anche la più umile, fatta eccezione per la prostituzione. Aborti che venivano operati con varie tecniche: dagli infusi di prezzemolo ai bagni ghiacciati, alle cadute “accidentali” dalle scale, ai ferri da calza inseriti nell’utero dalle cosiddette mammane, ovvero le levatrici improvvisate. Oppure in cliniche clandestine ma non troppo, dove i cosiddetti “cucchiai d’oro”, ovvero i medici abortisti, provvedevano all’operazione previo pagamento di cifre importanti. Di contraccezione neanche a parlarne: sebbene i preservativi esistessero già dall’epoca romana, non se ne faceva molto uso e di conseguenza la gravidanza, soprattutto se di una donna non sposata, era solo responsabilità di quest’ultima che aveva dimostrato, concedendosi, una amoralità conclamata.

Alla legalizzazione dell’aborto fece seguito l’apertura dei consultori, veri e propri punti informativi dedicati alle donne, dove oltre alla maternità responsabile, vennero istituiti gruppi di autosostegno e autocoscienza. Non si tratta però di preistoria, bensì di un passato recente che si è evoluto in un presente problematico, che rischia di mettere in pericolo il testo della legge e i diritti acquisiti.

Le straniere in Italia e le clandestine.

Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita diDonna, attiva nella Casa Internazionale delle donne di Roma, parla di dati non quantificabili per quanto riguarda il ricorso all’aborto delle straniere e delle donne clandestine. Le prime spesso si affidano alle mani di connazionali abusive oppure, come nel caso di alcune centrafricane e sudamericane, assumono dosi massicce di Cytotec, un farmaco prescritto per l’ulcera che provoca l’aborto, a rischio di gravi emorragie. Le clandestine invece non vengono sottoposte al test di gravidanza: allo sbarco si fanno le analisi del sangue e altri tipi di indagini, ma non si esegue un controllo sulla situazione ginecologica. Fatto gravissimo, secondo la Canitano, in quanto moltissime clandestine vengono da situazioni di stupro e di abuso, perpetrati sulle coste nordafricane prima della loro partenza.

Cosa fare, allora?

Argia Simone, femminista storica e presidente dell’associazione “Socialmente Donna” ha dato vita, assieme ad altre attiviste, al centro antiviolenza “Maria Manciocco” a Labico, in provincia di Roma. “Ritengo che la legge 194 sia in pericolo per una serie di questioni. Primo l’obiezione di coscienza, che è agita da tutte le figure preposte all’interruzione di gravidanza, a partire dai medici dei servizi pubblici, che per il 70% si dichiarano obiettori” ha dichiarato la Simone. “Il secondo pericolo è rappresentato dall’obiezione di struttura, vale a dire che il 40% dei reparti di ginecologia non eroga il servizio previsto dalla legge. Inoltre, vanno considerati i tentativi posti in essere dalle organizzazioni pro vita, che propongono ciclicamente l’abrogazione e la modifica della 194. L’obiezione di coscienza nel SSN è, a mio avviso, illegale perchè lede il dirito di autodeterminazione dalla donna”.

E per quanto riguarda i consultori? “Anche per i consultori c’è una crisi profonda; bisogna rilanciarli e rafforzarli, tenendo conto che molti di loro sono stati chiusi o trasformati in semplici ambulatori” continua Argia Simone. “Soprattutto, bisognerebbe adeguarli agli standard della legge, che prevede un consultorio ogni 20 mila abitanti, mentre ad oggi se ne conta uno ogni 40 mila, con una disomogeneità e un divario numerico tra le varie zone del Paese”. Consultori che, secondo la presidente di Socialmente Donna “ vanno rimodulati, per adeguarli all’evoluzione della società e tenendo conto delle diverse identità di genere e dei diversi tipi di famiglia, oltre che potenziati nel personale, che è andato sempre più a dimnuire ache a causa del turn over. Pertanto, è necessaria una forte azione di rilancio e rafforzamento di queste strutture”. Dello stesso parere è anche Rossella Provvisionato, psicologa e socia fondatrice del centro “Lo spazio di Mariele Franco”, laureatasi con una tesi sul diritto all’aborto, che sottolinea: “Il vero problema è l’obiezione di coscienza, che lascia le donne in balia di loro stesse durante l’interruzione di gravidanza in ospedale. Non sono rari i casi di medici che si sono rifiutati di prestare le cure necessarie a donne che erano in preda a emorragie, giustificandosi con un “signora sono obiettore e non posso toccarla. Bisogna intervenire, e subito”.

La questione, in realtà, sarebbe molto semplice. Quelle che vogliono portare avanti la gravidanza, devono avere il diritto di farlo, così come quelle che vogliono abortire. Non è etico né costituzionale cercare di convincere le donne a portare avanti la gravidanza, come spesso si fa. Sarebbe come entrare in un centro per la fertilità per convincere le donne ad abortire. Oppure, per i medici obiettori, sentirsi in pace con la coscienza perché non si è prescritta la pillola abortiva. Si tratta di sofismi morali di grande ipocrisia.

La parola all’avvocata.

Angela Pinti, avvocata in Civitavecchia con lunga esperienza nel contrasto alla violenza di genere e nel bullismo, ha all’attivo la collaborazione con una delle maggiori associazioni femminili della città.

Esiste una norma di legge attraverso la quale il medico obiettore può rifiutarsi di prestare assistenza alla donna durante l’interruzione di gravidanza? Se non interviene in caso di pericolo di vita per la donna, è punibile dal punto di vista penale?

“La legge 194 oltre a garantire il diritto all’aborto delle donne, prevede anche il diritto del medico di non praticare l’interruzione di gravidanza ove obiettore. Diritto che, tuttavia, non sussuste in caso di pericolo di vita per la paziente. Ritengo che rifiutarsi di intervenire, o di assistere una donna in fase di interruzione della gravidanza, nel caso di grave pericolo per l’incolumità sia penalmente rilevante dal punto di vista giuridico, per una serie di reati che possono rientrare nell’omissione di soccorso e aggravarsi a seconda del caso. Laddove il medico obiettore dovesse intervenire chirurgicamente nell’ospedale per effettuare l’interruzione di gravidanza in situazione di urgenza, la sua obiezione di coscienza viene revocata immediatamente dall’organo preposto”.

Stefania Catallo

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MAVA FANKU’ scrive a ILARY e TOTTI per LA POSTA DEL CUORE

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA FANKU’ – Sottofondo musicale: “LEGGERA SERA”, melodia di EMYLIU’ SPATARO – parole di MARIA SPATARO arrangiamento al pianoforte di SVETLANA CHMYKHLOVA

Ben trovati da Mava,

questa volta è come se scrivessi io ad una coppia piuttosto chiacchierata in questo momento, e si tratta di un calciatore e una soubrette, o meglio, di una soubrette e un calciatore, perché mettono sempre prima lui, invertiamo l’ordine…

Mai si è parlato così fittamente di una coppia che, come tante, decide di separarsi e divorziare. Se non fosse per il fatto che il lui della coppia è il calciatore più famoso d’Italia. E lei la moglie figa che fa la soubrette. Lo stereotipo della velina e il calciatore moltiplicato all’ennesima potenza.

Persone semplici, ma narcisiste e con poca cultura che si ritrovano a roteare nello Star System dello sport più seguito al mondo e della Televisione di intrattenimento trash e, impreparati a tanta notorietà, se ne inebriano per la ricchezza che ne deriva, rivelandosi alla fine come un bluff di famigliola unita e coppia innamorata. E non importerebbe a nessuno se non si trattasse di Ilary Blasi e Francesco Totti.

Probabilmente si saranno amati, Ilary e Francesco, e sono stati felici per un periodo, si spera, oppure la loro è stata una unione da contratto (come altre) e ognuno dei due ha avuto le sue storie, tra un ritiro calcistico e un “Grande Fardello” e l’altro. Oppure lei ha tradito lui, che era più impegnato, ogni tanto, e con sempre meno discrezione, proprio ora che i figli sono tra la seconda infanzia e l’età più difficile della pubertà?

Bah! Tutto può essere e, in questo caso, lui ha fatto comunque presto a trovarsi un’altra donna, che tutti ci propinano come clone di Ilary, ma così non è. Insomma, quando una storia non funziona e finisce dopo tanti anni, la colpa è sempre di entrambi, per non dire di nessuno, perché le vere colpe sono altre, non certo trovarsi un nuovo amore perché non ci si ama più.

Sarebbe stato tutto regolarmente routinario, ripeto, se Francesco, ad un certo punto, non l’avesse fatta fuori dal vaso. Che non fosse granchè istruito si sapeva, ma la sua romanità coatta è sempre stata il suo punto di forza. Però sembrava un bravo ragazzo educato e gentile. Ancora innamorato di sua moglie, sempre pronto a decantarne la bellezza. E questo lo rendeva amabile. Almeno in pubblico, perché poi in privato è normale che si liberi la vera natura. Da lui non ci si aspettava certo che avesse l’aplomb di un principino inglese. Ma da qui a gettare una donna, la propria consorte, nonché madre dei propri eredi, in pasto al pubblico ludibrio degli odiatori social, ce ne corre.

Questo è avvenuto in una lunga intervista, in cui, dopo averla sbugiardata (ma sarebbe più pop dire “sputtanata”) scoprendo tradimenti spiandole i messaggini nel suo cellulare (con una modalità a dir poco adolescenziale), dichiara che lei si sia impossessata dei suoi preziosi Rolex. Insomma, Ilary la ladra, come Teresa in un film con Monica Vitti. Ma lui, “Francè er borzaiolo” (ladro di borse)? Perchè di rimando la fine mogliettina – che l’immacolato Fabrizio Corona definisce , diciamo con caustica ironia, “Caciottara” (in romanesco “venditrice di caciotte” – ha contrattaccato accusandolo di averle sottratto delle borse griffate.

Che il maschio Capitano abbia tendenze gender non ci pare, magari le ha regalate all’amante o le ha rivendute su eBay? 😎 Ma perché delle persone così ricche e famose, dovrebbero rubarsi le cose tra loro in famiglia? Giusto per farsi un dispetto da parvenu? E si potrebbe continuare a degenerare nei colpi bassi del disamore. Però che tristezza farsi “La Guerra dei Roses“, senza essere in un bel film.

Prima Mia e poi sempre Vostra Mava Fankù

Mava Fankù conTurbante
“LEGGERA SERA”, melodia di EMYLIU’ SPATARO – parole di MARIA SPATARO – arrangiamento al pianoforte e voce di SVETLANA CHMYKHLOVA

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LA PAPESSA – I TAROCCHI

Narra la leggenda che la Papessa Giovanna fosse arrivata al soglio pontificio ingannando tutti sul suo sesso, ma che poi, in preda alle doglie, avesse partorito nei pressi della basilica di San Giovanni. Ancora oggi, il fatto è ricordato da un’edicola posta nel Vicus Papisse, ossia un tratto di strada tra via dei Querceti e via dei SS Quattro, vicino la chiesa di San Clemente. La Papessa venne poi lapidata, e leggenda narra che il figlio sopravvisse e prese gli ordini sacerdotali.

LA PAPESSA GIOVANNA

Se sia vero o si tratti di un mito, purtroppo non esistono documenti che comprovino i fatti; ma per analizzare l’Arcano II, La Papessa, è necessario conoscere questa storia.

Partiamo dal fatto che i Tarocchi si sono diffusi nel Medioevo, dapprima apparentemente come un innocente gioco di carte, sebbene sia evidente che il loro linguaggio è molto più profondo. Proprio per questo, le raffigurazioni dovevano indicare eventi, persone, situazioni facilmente riconoscibili da tutti e, vista anche la forte componente religiosa nella vita medievale, che si ritrova nel Papa, nel Giudizio, nel Mondo, nella Morte, la Carta della Papessa pone degli interrogativi.

Chi è la Papessa? Nell’Arcano, vediamo a raffigurazione di una donna velata, come era tradizione per lo meno fino al Rinascimento, assisa su un trono che mostra dietro di sé due colonne, anch’esse velate. La Papessa tiene un libro aperto tra le mani, indossa la tiara papale e i simboli del potere spirituale. In alcune raffigurazioni, si nota che regge una chiave.

In un periodo storico in cui l’istruzione femminile era rara e riservata alle nobildonne, la Papessa rappresenta l’eccezione. Non si riteneva infatti necessario che una donna ricevesse un’istruzione umanistica: doveva invece essere istruita alla cura della casa e della famiglia. Figuriamoci poi arrivare al culmine della gerarchia religiosa: se pensiamo che ancora oggi le suore non possono impartire i Sacramenti, e il massimo a cui possono aspirare è il ruolo di Badessa, immaginiamoci come stavano le cose nel Medioevo.

Questa Carta raffigura quindi un’eccezione, una donna ordinata nel senso religioso, velata perché non svela il suo essere, colta, ma che deve celare il suo sapere. Deve mimetizzarsi. I colori predominanti sono l’azzurro della tunica (sono azzurre le vesti di Maria, colore che era difficile da creare e soprattutto costoso), e il rosso, regale, del mantello. L’oro delle rifiniture e della tiara ne indicano la ricchezza. Solo nel benessere si poteva avere il tempo e il modo di elevarsi culturalmente.

Significati al diritto

Conoscenza, conoscenza svelata, segreti rivelati. Cautela, morigeratezza. Buoni consigli. Figura femminile di riferimento, dotata di forza e saggezza. Studio, saggezza, meditazione.

Significati al rovescio

In questa posizione, tutto si capovolge e si negativizza. Mancanza di cautela e di tatto, studi confusi, tradimento, nucleo familiare in disgregazione. Presenza di donne non positive nella propria vita. Concezione sbagliata della donna, per un uomo. Femminilità non accettata, per una donna.

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Er sorcio de città e er sorcio de campagna – Trilussa – La lettura del sabato

ASCOLTA LA LETTURA

Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
– Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna…
– je disse er Sorcio ricco – Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –
L’intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde ’na trappola anniscosta;
– Collega, – disse – cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi…?
– Macché, nun c’è paura:
– j’arispose l’amico – qui da noi
ce l’hanno messe pe’ cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t’acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so’ fatte pe’ li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!

Trilussa

Home by Vlad Gluschenko https://soundcloud.com/vgl9
Creative Commons — Attribution 3.0 Unported — CC BY 3.0
Free Download / Stream: https://bit.ly/home-vlad-gluschenko
Music promoted by Audio Library https://youtu.be/FEEQg-ROHJc

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MONKEYPOX – PREOCCUPAZIONE PER LE COMPLICAZIONI DA ENCEFALITE

E’ di questi giorni la notizia, riportata sulla rivista eClinicalMedicine, dell‘insorgenza di encefalite, confusione e convulsioni in alcuni casi di Monkeypox. Le percenturali di insorgenza di queste complicazioni, comprese tra il 2 e il 3% del totale dei malati, sono state scoperte e documentate dagli scienziati dell’University College di Londra, del Barts Health NHS Trust, del Guy’s and St Thomas’ NHS Foundation Trust e del King’s College di Londra.

Nonostante l’incidenza sia bassa: “abbiamo scoperto – afferma Jonathan Rogers, a capo del team insieme a James Badenoch – che gravi complicazioni neurologiche come encefalite e convulsioni, sebbene rare, sono state osservate in un numero di casi tale da suscitare preoccupazione. Il nostro lavoro evidenzia la necessità di condurre ulteriori indagini. Riteniamo opportuno istituire una sorveglianza coordinata per rintracciare i pazienti a rischio di sintomi neurologici e psichiatrici”.

La mortalità dovuta al Monkeypox è attualmente dell’1 per mille.

Tuttavia, si raccomanda l’uso del vaccino e di interpellare il medico in caso di dubbio o di sintomi, senza però demonizzare i contagiati, in quanto la malattia può essere contratta da chiunque – e quindi non solo dagli omosessuali – attraverso il contatto diretto col malato.

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L’IMPORTANZA DELL’APPRENDIMENTO PERMANENTE. LA PRESENTAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO UPTER IN CAMPIDOGLIO

Martedì 13 settembre si è tenuta al Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, la presentazione del nuovo anno accademico UPTER, presente anche il sindaco di Roma Gualtieri.

La realtà rappresentata da UPTER è quella della più storica tra le università per gli adulti e gli anziani, dove si sviluppa il lifefong learning, ossia l’apprendimento permanente.

Uscire dal sistema scolastico, per scelta o meno, non deve precludere la possibilità di continuare a imparare. Se spesso le persone dicono: “sono troppo grande per ricominciare a studiare”, ciò vuol dire che si è relegato lo studio e la conoscenza a una fase specifica della vita. E se quest’ultima si è notevolmente allungata, allora perché non approfittarne per acquisire sapere? E’ scientificamente provato che il cervello, per essere sempre lucido, deve funzionare ed essere stimolato.

UPTER ha inoltre programmato una settimana di open days, a partire da lunedì 19 settembre.

Per chi volesse conoscere la direttrice del nostro magazine, Stefania Catallo sarà presente martedì 20 settembre con la presentazione di due corsi: il primo, dalle 15, sulla Storia e simbologia dei Tarocchi. Il secondo, dalle 17 alle 18, con il Laboratorio giornalistico al femminile. Per prenotarsi, cliccare sul link (https://www.upter.it/2022/09/02/upter-aperta-lopen-day-dellupter/).

Intervista a Francesco Florenzano, Presidente dell’Upter

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LE PILLOLE POLITICHE DI MAVA FANKU’

Ascolta dalla voce di Mava Fankù

Il coretto iniziale e finale, da Ticò Ticò, è cantato da Ersy Giada

“Occhi di fuori come pesce da freezer” è sicuramente la capobanda di questa parata elettorale che non risparmia colpi bassi, pur di far breccia sull’elettorato più nostalgico di moralizzazione.

Il caso “Peppa Pig”, con la proposta di abolire un cartone animato che mostra due mamme (probabilmente omosessuali) con un bambino, è il colpo più basso della storia della libera espressione, ripristinando l’eco di una censura che non si vedeva dal Medioevo della nostra bistrattata Costituzione.

Il Gender, che dovrebbe esser preso come arricchimento, viene invece mistificato come pericolo incombente che minerebbe la stabilità familiare. Quando in realtà è esattamente il contrario, perché sciogliendo gli stretti nodi della repressione, le coppie liberamente formate, sarebbero più spontanee e vere. Dunque più stabili.

E per tranquillizzare quell’elettorato più impressionabile dalle destre o sinistre previsioni, basterebbe dire che, vanificando l’esistenza delle coppie forzate per copertura sociale, le coppie di uomini e donne ne risulterebbero rinvigorite e davvero moralizzate . Ma dall’inganno.

Mava Fankù

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Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale

Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale(2019, Edizioni Croce), è un libro crudo e diretto che racconta la vita e le difficoltà che lo scrittore Massimo D’Aquino ha affrontato per diventare la persona che è oggi. Chi era Massimo prima di Massimo? Quali sono i falsi miti e i pregiudizi che accompagnano le persone transessuali o in transizione? Ma soprattutto, cosa accade alle loro vite quando giungono alla consapevolezza di essere in un corpo che non li rappresenta?

Dimentichiamoci, anzi, eradichiamo le chiacchiere da bar e le leggende sulle persone T, troppo spesso diffuse. Iniziando, appunto, a considerarle come persone e non come strani fenomeni da circo, le cose cambiano per forza. D’Aquino si mette a nudo, raccontando la sua infanzia, la sua adolescenza, le sue paure, sfatando il mito della transessualità come scelta. E’ stato, il suo, un percorso durato sedici anni, per poter affermare di essere uomo a tutti gli effetti. E la strada per arrivarci non è stata pianeggiante, anzi.

Massimo D’Aquino, “Camminavo Rasente i Muri” si può considerare come la sua autobiografia, oppure è anche un’opera in grado di indicare un cammino a chi sta pensando alla transizione?

“Camminavo Rasente i Muri” è essenzialmente un’autobiografia, che racconta episodi significativi che hanno segnato la mia vita. Non è stato facile mettere tutto in piazza e con assoluta sincerità; e sicuramente scrivere è servito prima di ogni cosa, a me: è stata come una sorta di catarsi. Raccontare anche le situazioni più scomode, mi ha liberato dall’ansia che queste provocavano. Raccontare e renderne partecipi gli altri per esorcizzare paura e vergogna.

E’ un’autobiografia tascabile, come io la definisco, vista la brevità del testo, eppure dirompente. Qualcuno mi ha detto, dopo averla letta, che è stato come ricevere un pugno allo stomaco. Allo stesso tempo, credo e spero di aver instillato nel lettore un dubbio: sono io ad essere nato in un corpo sbagliato o è la società che non è pronta ad accogliermi semplicemente come persona diversa, fuori dai binari maschio/femmina?

Credo si debba cogliere, tra le righe, anche una denuncia volta a decostruire il genere, e una ferma volontà di autodeterminazione senza essere costretti a vendere o a sostituire pezzi del proprio corpo; consapevolezza, questa, che ha preso piede in me sempre di più col passare degli anni.

Molte persone che hanno letto il libro mi hanno ringraziato, dicendomi di aver trovato il coraggio di affrontare il percorso anche grazie alle mie parole; questo mi lusinga, tuttavia non ho mai pensato di poter aiutare qualcun altro scrivendo. Piuttosto, spero di aver saputo informare bene chi non sapeva davvero nulla in fatto di transizione. Leggere i miei più intimi pensieri e cercare di comprenderli da parte di chi, profano, nemmeno immaginava esistesse una simile condizione, credo possa essere utile”.

Se cresci conigli non ti puoi aspettare che diventino leoni”. Questa frase è stata pronunciata da un carabiniere, poi sospeso, in merito al ragazzino di Gragnano che sembra fosse stato bullizzato e si è ucciso quache giorno fa, gettandosi nel vuoto. Lei ha vissuto episodi simili?

“Parliamo dell’infelice frase pronunciata dal carabiniere: innanzitutto, se proprio vogliamo esser precisi, la frase espressa in italiano corretto dovrebbe essere: “se allevi conigli non puoi aspettarti che crescano leoni”, e già questo ci dà un’idea della persona he l’ha pronunciata. Secondo poi, è tipico che certe discriminazioni e vessazioni vengano spesso fatte da chi crede, forse per il ruolo che riveste, di potersi permettere di giudicare. Certo che ho subito atti di bullismo, soprattutto bullismo “istituzionalizzato”, cioè da parte di persone che, stando dietro ad uno sportello o, per l’appunto, rivestendo un ruolo, hanno pensato bene di potersi permettere battute ironiche o, peggio ancora, insulti diretti.

Essere fermato ad un posto di blocco per un normale controllo e subire veri e propri interrogatori riguardo all’aspetto non conforme ai documenti, per esempio, è una cosa che mi creava problemi d’ansia ogni qualvolta ero costretto ad uscire, e moltissime volte ho assistito a scene in cui, anziché cercare di comprendere la mia condizione, mi facevano sentire oggetto di curiosità morbosa e di derisione. Se questo poi succedeva mentre ero in compagnia di qualche amica, cadevo in uno stato misto tra depressione e rabbia. Ho iniziato il percorso di transizione nel 1988 e ho avuto i nuovi documenti nel 2004, ed è quindi facile immaginare cosa ha significato per me vivere in un limbo per tutti quegli anni; ancora oggi nutro una marcata idiosincrasia per i simboli del potere”.

Quanto e cosa c’è ancora da fare per le persone LGBTQ+?

“L’unica possibilità che abbiamo è divulgare il più possibile la conoscenza dell’argomento. Parlarne tanto e soprattutto correttamente. Qualche passo in avanti è stato fatto, e rispetto agli anni ’70 e ’80, ora le persone transgender non sono più sole; per fortuna, esistono parecchie associazioni che intervengono in difesa delle persone T. Purtroppo mi rendo conto, parlandone spesso e con chiunque, che la non conoscenza è diffusa e spesso si fa molta confusione parlando di mondo LGBTQ+. Le persone trans sono in netta minoranza rispetto alle persone gay, e le nostre istanze sono completamente differenti. Siamo una minoranza nella minoranza e spesso veniamo strumentalizzati da chi, pur di ottenere bonus statali o accedere a bandi, accoglie frange trans, senza però dar loro reali possibilità di agire”.

Ritiene che l’Italia potrà fare di più, nel prossimo futuro?

“No, finché non verrà scritta e approvata una legge sull’identità di genere; e ora come ora, vista anche la situazione politica, la vedo davvero dura. Paesi come la Spagna, Malta, l’Islanda e altri, sono decisamente più avanti dell’Italia rispetto alle questioni di genere. Abbiamo assistito a quello che è successo riguardo alla legge Zan; addirittura, al tempo, insieme ad altre persone LGBTQ+, venni interpellato dall’onorevole Mara Carfagna per esprimere il mio parere sulle questioni di genere, e poi? Il nulla più totale. Sono quasi trent’anni che lottiamo per avere una legge e per riformulare la 164 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1982/04/19/082U0164/sg) , ormai obsoleta: pare che ci sia sempre qualcosa più importante e urgente della tutela delle persone T”.

Vuole aggiungere qualcosa per i nostri lettori?

“Vorrei che “Camminavo rasente i muri” fungesse da input per voler conoscere di più la nostra condizione; un punto di partenza per entrare in un mondo, quello T, a tutti gli effetti straordinario. Nascere trans dà l’opportunità di decostruire il genere; rompere il binarismo imposto da una società che, da sempre, ha diviso il mondo in due: maschio o femmina. Così non è e, per fortuna, e non sono il solo a pensarlo. Confido molto nei giovani. Le nuove generazioni hanno una visione del mondo molto più ampia, e hanno capito che l’esistenza non è una linea dritta e definita dove ci stanno solo maschi e femmine, ma un cerchio dove possono e devono vivere tutte le possibili immaginabili ed inimmaginabili sfumature, senza che nessuno tolga nulla a qualcun altro.

I conigli possono diventare e sentirsi leoni”.

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CRAZY. LA FOLLIA NELL’ARTE CONTEMPORANEA. CHIOSTRO DEL BRAMANTE DI ROMA FINO ALL’ 8 GENNAIO 2023

La pazzia, come l’arte, rifiuta gli schemi stabiliti, fugge da ogni rigido inquadramento, si ribella alle costrizioni, così anche Crazy, il pregetto di Dart – Chiostro del Bramante a cura di Danilo Eccher”.

La presentazione della mostra multimediale, visitabile fino all’8 gennaio 2023, rende solo in parte l’impatto multisensoriale dell’esposizione.

Ogni installazione riesce a risvegliare qualcosa nel visitatore: dall’ambiente futurista e quasi extraterreste dipinto di bianco e illuminato al limite della sopportazione visiva per creare un distacco dalla realtà; al corridoio invaso da farfalle nere; agli specchi rotti posti sul centro del Chiostro, che vi si riflette frammentato in mille pezzi. Dimentichiamoci l’arte così come la conosciamo, e troviamo il coraggio di immergerci in una serie di ambienti e ambientazioni che avranno la forza di risvegliare memorie e sensazioni che, forse, vorremmo tenere chiuse a chiave.

Questi i nomi dei 21 artisti in esposizione:

Carlos Amorales, Hrafnhildur Arnardóttir / Shoplifter, Massimo Bartolini, Gianni Colombo, Petah Coyne, Ian Davenport, Janet Echelman, Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young, Lucio Fontana, Anne Hardy, Thomas Hirschhorn, Alfredo Jaar, Alfredo Pirri, Gianni Politi, Tobias Rehberger, Anri Sala, Yinka Shonibare, Sissi, Max Streicher, Pascale Marthine Tayou, Sun Yuan & Peng Yu.

Installazione sensoriale

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PEPPA PIG UNA DI NOI – RAFFAELLA CARRA’ DOCET

Raffaella Carrà, in una famosa intervista, rivelò di essere cresciuta in una famiglia di donne, madre e nonna, dopo che il padre l’aveva quasi abbandonata. Tuttavia, il genitore assente e inaffidabile, ogni tanto si faceva vivo telefonicamente per sincerarsi che fosse ancora vergine: in caso contrario, l’avrebbe tolta dal centro sperimentale nel quale studiava, e dalla madre.

Un padre modello, insomma.

La compianta showgirl non sembra però che fosse cresciuta male. Così come non sono cresciute affatto male le migliaia di donne allevate in famiglie monogenitoriali o di sole donne: da madri abbandonate, oppure vedove o separate o ragazze madri .

Le donne sanno da sempre come allevare da sole i propri figli. Magari fanno degli sbagli ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Vista dall’estero, l’Italia non ci fa una bella figura, con la storia della puntata di Peppa Pig che si vuole censurare. In realtà, non ci fa una bella figura neanche coi suoi cittadini, se è per questo.

Il censore è Federico Mollicone, deputato FdI e commissario della vigilanza Rai, che già nel 2019 aveva criticato l’abbigliamento delle colleghe deputate, a suo dire, troppo scollate.

Forse, girano per Montecitorio e per la RAI squadre di controllori che, col metro in mano, si mettono a misurare orli e lunghezze delle femminili vesti. Oppure, ce ne potrebbero essere altri, incaricati di guardare i cartoni di Peppa Pig, coprendosi gli occhi con le mani, quasi come se fosse un film horror.

“Come ha dimostrato recentemente Meloni, siamo e saremo sempre in prima linea contro le discriminazioni, ma non possiamo accettare l’indottrinamento gender”, ha dichiarato Mollicone per motivare la richiesta inoltrata alla RAI di non trasmettere la puntata del cartone nel quale Peppa Pig ha due mamme.

Indottrinamento. Dove ho già sentito questa parola?

Stefania Catallo

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CHI HA PAURA DI PEPPA PIG? – VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DI SAVERIO GIANGREGORIO – CHI HA PAURA DI PEPPA PIG?

Ci sarebbe da ridere, se la faccenda non fosse così dannatamente seria e delicata.
La destra italiana, che a parole si professa “atlantista”, si scaglia contro un cartone animato in cui compaiono due mamme.
Due mamme!
Talmente offesa da questo cartone animato, che il responsabile cultura di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, tra l’altro commissario della Vigilanza Rai, ha chiesto di non trasmettere la puntata incriminata, dove compaiono appunto le due mamme con il loro piccolo come protagoniste di una famiglia!
Perché per loro, questa non è “famiglia”!
Così dicendo, sembra che la Rai non sia dei cittadini che ne pagano il canone e hanno diritto a una informazione libera, ma dei partiti!
Oggi quindi la destra italiana ha un nuovo e potentissimo nemico: Peppa Pig!
Non mi meraviglierei quindi se nei prossimi giorni, come fatto coi migranti africani, quelli neri per intenderci, perché se poi sono bianchi, occhi azzurri e provengono dall’Ucraina tutto va bene, chiedessero il “Blocco Navale” contro la povera Peppa…
Tornando invece seri, abbandonando il mondo dei pregiudizi, ho raccolto in merito la testimonianza di Gianmarco Capogna, queer, transfemminista:”Occorre abbandonare propaganda e ideologie oscurantiste che, invece, vedono la diversità come un muro per separare e ghettizzare le persone, le identità, i corpi. In altre parole, a noi sta strettissimo lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” e crediamo che sia solo uno strumento per promuovere una visione patriarcale e restrittiva della nostra società a cui ci opponiamo con la forza delle idee e dei progetti in grado di assicurare a tutt* di essere liber* e ugual*.”
A lui e Peppa dico solo Grazie.
Grazie.

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LA POSTA DEL CUORE DI MAVA FANKU’ 5

Ironica, caustica e irriverente: Mava Fankù è tutto questo e anche di più. La nostra signorina ageé – mai chiederle gli anni, non sarebbe educato! – vive a Roma, e osserva la vita con distacco e curiosità. Che stia facendo una passeggiata o prendendo un chinotto nel suo bar preferito, oppure che guardi l’umanità dalla finestra ovale della sua camera – una sorta di oblò sul mondo – nulla sfugge al suo sguardo attento. Le relazioni d’amore e le loro dinamiche sono la sua passione. Potete scrivere alla nostra Mava, però siete avvertiti: non aspettatevi parole di consolazione o massaggini dell’ego: lei non ha peli sulla lingua, anzi sulla penna, quindi vi risponderà come pensa che sia più giusto ma sempre con sincerità e affetto.

LETTERA DI STEFANO

Cara Mava Fankù,

sono un tuo ammiratore. Ti leggo tutte le domeniche, e certe volte rileggo le tue risposte perché mi piace come scrivi e ti trovo simpatica. E poi mi piace anche la tua voce. Posso confessarti che mi sono preso una cotta per te? Magari incontrassi una donna cosi! Lo so che probabilmente non ci vedremo mai, però chissà, magari in futuro se farai qualche evento pubblico io ci sarò di sicuro. Sarebbe un onore conoscerti e magari scambiare quattro chiacchiere davanti a un aperitivo.

Spero di non essere stato invadente. Con devozione e ammirazione.

Tuo Stefano.

ASCOLTA LA RISPOSTA DALLA VOCE DI MAVA FANKU’

MAVA FANKU’ VOX
PH S.C. MAVA IN CAMERINO

Caro Stefano, questa volta non esordirò con un vezzeggiativo, tipo “Caro Stefaniuccio”, e poi capirai anche perché… Mi saluti addirittura con devozione… Non sarai mica uno slave per mistress? E non è una battuta. Nel qual caso mettiti l’anima in pace, perché anche se so di poter sembrare trasgressiva dalla mia scrittura e dalle mie immaginette – e di sicuro lo sono a mio modo – non ti farò entrare nella mia camera da letto parlandoti della mia vita intima, se non attraverso uno scatto, a mio avviso molto bello, che mi ha fatto una fotografa di scena in camerino prima di uno spettacolo.

Saprai che faccio teatro ogni moto di Luna. O, per meglio dire, che sono una “cantattrice calva”, come amo definirmi, con un’allusione a Feydeau e una alla mia eventuale alopecia, come la moglie di Will Smith che, se fosse stata più autoironica, forse avrebbe evitato la fine della carriera del fumantino maritino…

Tergiverso, perché sono un po’ prevenuta rispetto ai miei “ammiratori”, anche se devo dire che la tua letterina è scritta con garbo e molto tatto, a tal punto che si potrebbe pensare che a scriverla sia una donna, o comunque che dietro ci sia una sensibilità femminile. Come la mia. E non sono nemmeno saffica parnasiana, oltre a non collezionare Giani Bifronti 🙂 Per cui rimettiti in pace l’anima e continuiamo la chiacchierata…

Dici che ti piace come scrivo, e questo mi gratifica, e che ti piace la mia voce, e anche questo mi lusinga, e non aggiungi nemmeno che ho una voce sensuale, come mi scrivono praticamente tutti i miei fans 😉 Ammesso che io ne abbia, di fans disinteressati intendo, che apprezzino solo le mie qualità artistiche, se ci sono, senza invitarmi a prendere un aperitivo… Sai, l’aperitivo, mi ricorda la prima letterina di Marcella, e la mia citazione di Aldo Busi… valla a rileggere che è illuminante, o forse l’hai già letta e mi scrivi proprio per questo? 🙂

Perdona la giocosa malizia e se ti sto prendendo un po’ in giro, ma la tua non è una proposta seria, altrimenti mi avresti contattata in privato, dicendomi (come tutti) che ami le donne che nascondono una inaspettata (?) “sorpresa”… E io ti avrei risposto, per scoraggiarti, che la mia unica sorpresa è quella di non aver alcun desiderio di sorprendere (…) nessuno, se non con la mia unicità. Come chiunque abbia una personalità e non si identifichi in questi triti stereotipi.

Senti come suona male questa frase: “una donna con la sorpresa”. Come in quel film dal titolo troppo lungo (come solo Lina Wertmuller sapeva fare): “ Hedwig – La diva con qualcosa in più”. Per me il titolo più brutto adattato in italiano dai titolisti per lanciare un film straniero a tematica LGBTXYZ. E ancor più volgare, questo luogo comune suona quando viene formulato da una donna… Almeno a me fa questo effetto, e spero di non essere la sola a provarne disagio… Mi dirai che tu non me lo hai scritto, ma è sottinteso tra le righe delle tue paroline moderate e politicamente corrette.

Si, Stefano, sei stato invadente e inopportuno, ma è un peccato veniale da cui puoi auto-assolverti con dieci Ave MavaFankù…. 😉

P.S. facendo il giro del tuo quartiere di corsa…

Dalla Tua e Vostra Mava Fankù

“CHERCHEZ MOON” Versione Trance di “Cherchez L’Identite'” – Melodia e Parole di Emyliù Spataro – arrangiamento musicale e voce Giulia Moon

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I TAROCCHI – IL MAGO O BAGATTO

Ora che il Matto si è finalmente fermato, avviene la trasformazione. La figura che camminava immersa nei suoi pensieri con lo sguardo rivolto al cielo, ora guarda verso la nostra sinistra, dove si trova immaginariamente il Matto e mostra, disposte su un tavolo a tre gambe, le cose che portava nel fagotto.

E’ basilare osservare dove si posa lo sguardo delle figure dei Tarocchi. Se disponessimo, ad esempio, tutti gli Arcani Maggiori in fila, dallo 0 al 21, vedremmo alcuni di loro scambiarsi degli sguardi, oppure osservare oggetti che risulteranno importanti nella comprensione del linguaggio delle Carte.

Il Matto si è trasformato nel Mago o Bagatto, il Tarocco numero 1. Dal caos creativo e dal non numero – lo Zero – siamo arrivati all’inizio degli Arcani numerati. Inizio, scelta e trasformazione: sono le parole chiave di questa Lama.

Osserviamo la figura. La scena è questa: su un tavolo a tre gambe (la quarta non si vede perché è fuori figura), sono disposti degli oggetti. Si tratta dei Quattro Elementi, che saranno presenti negli Arcani Minori: un pugnale che rappresenta le Spade; un recipiente per le Coppe; delle monete, i Denari; la bacchetta nella mano sinistra, la mano ricettiva, ossia l’Aria. Con gli oggetti sul tavolo e la bacchetta, che rappresenta la capacità di manipolare l’energia, il Mago crea e trasforma.

Niente è lasciato al caso nella sua rappresentazione: il cappello a forma di infinito rappresenta anch’esso il fluire della materia e la sua trasformazione in infinite forme.

In alcuni mazzi, come il Rider, il Mago tiene la bacchetta nella sinistra, mentre con la destra indica il terreno. Questo, perché il flusso dell’energia può dirigersi dall’altro verso il basso, e viceversa. Dal Cielo alla Terra, e al contrario. Esistono energie terrene, come ad esempio la preghiera o la meditazione, che possono essere elevate al Cielo. Il cappello a punta dei maghi o delle streghe – e intendo strega dal latino striga e dal greco stryx, ossia uccello notturno e non adoratrice del demonio – era il simbolo dell’elevazione dell’energia, atto necessario per modificare la realtà.

Significati al diritto

Inizio, creatività, buone possibilità di iniziare qualcosa. Persona che ha fascino e capacità di attirare attenzione e fiducia su di sé. Diplomazia, abilità negli affari. Iniziato o persona con facoltà medianiche. La parola inizio è fondamentale nell’interpretazione di questa Carta.

Significati al rovescio

Truffatore, giocatore compulsivo. Non c’è inizio. Confusione. Atteggiamento negativo davanti a una situazione. Debolezza, non si riesce a camminare con le proprie gambe. In genere, si negativizzano i significati della Carta al diritto.

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LA LETTURA DEL SABATO – Er fijo der fabbro – di RITA IRIS MARRA

ASCOLTA LA LETTURA DEL SABATO – ER FIO DER FABBRO di RITA IRIS MARRA

Da fanello mi nonna se mise n’testa da mannamme a na
scola de signori una de quelle go davanti tanti fiori…
Je dissi: a no’, ma io so poverello!
Me rispose: lo voi capì che è l’onore che te fa signore?

Entrai co’ fare mesto e piano piano domannai:
permesso?

L’altri ragazzini me se misero ‘ntorno
e uno a uno me dissero come si fosse n’gioco:

ciao io sono Carlo il capoclasse,
mio padre è l esattore delle tasse,
ciao, sono Mario mio padre è avvocato
ciao sono Gino mio padre è deputato.

All’ora mozzicannome er labbro je dissi:
Ciao so’
Massimo er fio
der fabbro!
Mi padre si nun sta a casa sta co na sardatrice

e a mamma si
nu jè po dà ‘ngioiello vero lui jelo fa de fero!
Ner cuore suo
romano c è ‘sentimento antico

e tutti quanti lo vonno avè pè amico

@Rita Iris Marra

Inchiostro nelle vene (Per certi versi)

(2015, Europa Edizioni)

Beloved – Sakura Girl​ https://soundcloud.com/sakuragirl_off
Creative Commons — Attribution 3.0 Unported — CC BY 3.0
Free Download / Stream:​ https://bit.ly/3ji1zZc
Music promoted by Audio Library​ https://youtu.be/omTgn4GQcKA

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IL TEST DEL TROVAPARTITO DI MAVA FANKU’

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA FANKU’

Ho sentito dire che c’è un giochino in TV chiamato “Trovapartito”… Non sono andata a cercarlo per non lasciarmi influenzare, in modo da immaginarlo liberamente.

Si tratterebbe di rispondere ad un test sulle proprie esigenze politiche, in modo tale da trovare nella vasta scelta dei partiti in lizza per le prossime elezioni, come su un catalogo di gigolò e gigolette, l’aspetto più vicino alle nostre attese…

Del genere “aspetta e spera” lo sono un po’ tutti, perché è proprio uso delle campagne elettorali promettere ciò che non si manterrà, o come fanno a destra e sinistra, sparlare gli uni degli altri alla Elsa Maxwell, screditandosi vicendevolmente…

Elsa Maxwell, famosa giornalista di gossip, spettegola con Marilyn Monroe

Ma ci sarà un partito che, anziché fare pettegolezzi pre-elettorali, parli semplicemente di programmi costruttivi, che non sia abolire quel che già è stato fatto, senza aver sperimentato nulla di nuovo in alternativa?

Formuliamo un test ideale.

Il Test di Mava Fankù:

A) Voglio un partito libertario e progressista, con contraddizioni ed errori ammessi, che promuova lo slogan: “Non solo, ma Anche”, del genere “non solo Jus Soli et Jus Accompagnati + Cannabis libera dall’erogatore in ogni metro + Eutanasia per tutti compilando modulo on-line. Con un programma di cose dette in quest’ordine è comprensibile, come reazione, unire il mio nome al mio cognome, dopo essersi scaramanticamente palpati le parti intime! Ma se si aggiungesse a queste tre cose, oggettivamente importanti, qualcosa di più utilmente popolare e adatto a tutte le età e condizioni? Del genere smart-working per tutti con accredito sulla propria postepay a fine lavoro quotidiano?

Così si ordina una pizza napoletana con Vesuvio centrale di pummalora ‘ncoppa e bordo ripieno di ricotta…

E buon appetito con il partito di Mava Fankù

P.S. Manca la B?

Vero, che sbadata!

B) Voglio un partito conservatore di cose rancide surgelate e oscurantista da sbatterci col muso sul vetro della TV ogni volta che appare “quella con gli occhi di fuori come pesce da freezer” + quel salume avvolto in una t-shirt bisunta con l’effige di Putinia impunturata con rosari intrisi di Mohito…

Taglio corto che devo prendere al volo l’astronave per la Luna (ma non ditelo agli americani, che voglio stare tranquilla nel mio craterino), fate la vostra scelta e buon voto… di castità!

Perchè con quei due per cinque anni a me cala la libido. E a voi?

Bacini sulle dita, affinchè votiate bene, dalla Vostra Mava Fankù

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QUI BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO. I DIRITTI DEI LAVORATORI DEVONO ESSERE TRASVERSALI

The Women’ Sentinel dà il benvenuto sul magazine a BOA Brianza oltre l’Arcobaleno (https://www.boabrianza.it/), la prima associazione LGBTIQAPK+ di Monza e della Brianza. Diego Angelo Cricelli, responsabile degli sportelli di accoglienza e gruppi AMA di BOA, ha incontrato giovedì 8 settembre una delegazione degli operai della GKN occupata di Firenze, rappresentando sia BOA che gli Stati Genderali. Questa è la sua dichiarazione.

“Gli Stati Genderali (SG) nascono come movimento post DDL Zan, rappresentando l’evoluzione del precedente “Vogliamo più di Zan”. Come Stati Genderali, ci siamo riuniti già due volte, proprio per portare avanti tutte le tematiche della comunità LGBTIQAPK+.

La delegazione di Stati Genderali LGBTIQAP+ & Disability. Da sx Diego Angelo Cricelli, Enrico Lagulla, Milo Serraglia

Il nostro movimento ha deciso di unirsi al collettivo degli operai della GKN di Firenze, una fabbrica che nel luglio 2021 è stata chiusa dall’oggi al domani. Questa unione tra noi e il movimento operaio serve proprio a rimarcare che anche noi lavoriamo, che anche noi siamo operai, e che i diritti dei lavoratori devono essere trasversali. I lavoratori sono uomini, donne, persone LGBTIQAPK+, persone con disabilità: pertanto, questa convergenza serve a portare avanti dei discorsi comuni, inserendo nelle istanze degli operai anche le nostre, che purtroppo subiamo discriminazioni anche all’interno del mondo operaio.

Giovedì 8 settembre c’è stata quindi questa convergenza comune. La riunione sindacale GKN – è praticamente un anno che la fabbrica è stata occupata – è stata indetta anche perché ci sono delle cose che gli operai stanno difendendo. come ad esempio i macchinari, che attraverso l’occupazione vengono protetti da eventuali vandalismi; oppure la manutenzione dell’impianto di depurazione delle acque, che deve essere sempre messo in funzione per evitare danni, manutenzione della quale proprio gli operai hanno ricordato la necessità alla proprietà”.

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GOODBYE QUEEN

ALESSANDRA PATRIZI. IL GRANDE DONO DI LAVORARE COI FOLLI

Cosa vuol dire lavorare coi folli? Quali potenzialità esprimono i malati psichiatrici? Quali difficoltà incontrano gli operatori e i professionisti dei centri a loro dedicati? Ne parliamo con la dottoressa Alessandra Patrizi, che svolge attività di artiterapie con i “folli”.

La legge Basaglia del 1978 stabilisce la chiusura dei manicomi intesi come luoghi di reclusione e contenimento dei malati psichiatrici. Salvo rare eccezioni, finché i manicomi furono attivi, i loro ospiti venivano privati della possibilità di una crescita personale. Con la legge Basaglia, l’Italia era il primo Paese in Europa ad eradicare il manicomio, struttura che considerava irrecuperabili i suoi ospiti perché, appunto, pazzi. Senza tenere conto, poi, di quanti vennero internati perché scomodi, ribelli, diversi. Vite spezzate perché non conformi e, quindi, pericolose per la società. La chiusura dei manicomi ha dato vita a strutture che si occupano della malattia mentale, operando però tra mille difficoltà. Inoltre, viste le risorse economiche non sufficienti elargite dallo Stato, molte famiglie vengono gravate del peso del malato mentale, che così risulta privato di assistenza e può diventare pericoloso per sé e per gli altri.

ALESSANDRA PATRIZI

Alessandra Patrizi, cosa significa lavorare con i pazienti autistici e schizofrenici?

“Lavorare, ma più esattamente stare del tempo con persone che possiamo definire autistiche o schizofreniche, o con dei problemi di salute mentale, è per me una pratica quotidiana di relazione autentica fatta di fiducia, di tempo, di contatto, di pazienza. Definirei i miei ragazzi come persone con delle particolarità che sono assolutamente uniche. Per me che faccio l’arteterapeuta, è un affaccio su una parte di noi che spesso teniamo lontana, la parte irrazionale e inconscia, che però come diceva Platone, costituisce il nostro essere folle, geniale, quello che io chiamo lo scintillio”.

Quali sono le difficoltà che vivono queste persone?

“Le difficoltà che vivono questi ragazzi sono molte. Spesso sono dovute all’isolamento: alcuni rimangono fuori dall’ assistenza pubblica, ma soprattutto, la difficoltà più grande è la dimenticanza. Molte volte sono invisibili, nonostante il buon lavoro di molte associazioni e di molti operatori coi quali ho fatto esperienza. Questi ragazzi hanno bisogno di presenza, hanno bisogno dell’altro, del tempo, della costanza, di uscire nel mondo e mescolarsi: di uscire dal vecchio mito dell’isolamento e della normalizzazione. I folli devono stare nel mondo, perché hanno il loro buon modo di starci. Bisogna anche ricordare che molti partono da contesti di povertà culturale, e anche dall’assenza della famiglia. Alcuni sono accolti in case famiglia, altri che hanno genitori in difficoltà economiche importanti, vivono spesso in case che non hanno molto da offrire al loro panorama. Con loro ci vuole presenza, non bisogna dimenticarne nessuno”.

Pensa che rispetto al passato ci siano delle evoluzioni positive dal punto di vista della relazione operatore/paziente?

“Per la mia esperienza ci sono delle strutture che fanno buone pratiche: le cose sono cambiate, però rimane un aspetto critico, ossia che poco se parla nei media. Nessuno parla della follia, della salute mentale, così come non si parla degli anziani, dei disabili e, in generale, delle persone un po’ scomode Certamente ci sono delle evoluzioni positive: ho avuto modo di conoscere cooperative, associazion, operatori e professionisti che seguono queste persone, ne conoscono la storia, il nome, le loro particolarità. Il nostro è un lavoro fatto giorno per giorno, e soprattutto non bisogna dimenticare che queste persone vanno accompagnate, non possono essere lasciate da sole; vanno sempre accompagnate nel loro cammino. Il nostro è un lavoro a tempo indeterminato: i nostri ragazzi non possono essere non curati o essere dimenticati: loro esistono e hanno diritto di ben stare al mondo con una piena qualità di vita”.

Ritiene necessario un intervento istituzionale di potenziamento delle strutture esistenti?

“Io credo che, proprio parlando di qualità e di dignità di vita delle persone più fragili, spesso dimenticate, spesso invisibili – e questo vale per tutte quelle persone che non hanno accesso ad alcune possibilità – vada assolutamente potenziato il lavoro dei molti professionisti e operatori che si impegnano in questo campo, perché rappresentano una risorsa per quella che chiamiamo la società moderna. Credo inoltre che un continuo sostegno alle strutture che fanno buone pratiche sia necessario, e soprattutto incentivare e invogliare persone giovani a fare questo lavoro con amore, a entrare in questa relazione, in questo contatto, perché uno dei problemi è che spesso in queste strutture lavorano persone che stanno andando in pensione. Sembra quasi che non ci siano giovani o nuovi professionisti che abbiano la passione e la voglia di entrare in contatto con loro. C’é quindi sicuramente una necessità di formazione, di ricambio di professionisti che vogliano con amore intraprendere questo lavoro, che secondo me è un dono perché se ne esce migliorati, più umani: questa, per lo meno, è la mia esperienza”.

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GLI ANNI INTERESSANTI: DAL 1960 AL 1975. LA MOSTRA FOTOGRAFICA AL MUSEO DI ROMA A TRASTEVERE

124 foto in bianco e nero per raccontare gli anni dal 1960 al 1975. La mostra fotografica “Gli anni interessanti. Momenti di vita italiana”, visitabile fino al 16 ottobre presso il Museo di Roma in Trastevere, descrive la vita in Italia durante quindici anni che ne hanno cambiato profondamente la storia e la cultura.

Ci sono le immagini che immortalano la nascita del movimento femminista; le lotte operaie; i cortei politici e gli arresti alla Sapienza; lo sbarco sulla luna, le feste degli Agnelli, la vita degli operai.

Pasolini, i Beatles, Lucio Dalla, Pertini, Papa Giovanni, Aldo Moro, Gianni e Marella Agnelli diventano le icone di anni che sembrano spensierati, ma che saranno la fucina del 1977, l’anno forse più intenso e problematico per la democrazia. E poi le radio libere, le manifatture ancora totalmente femminili, le sfilate di moda.

Da notare come la maggior parte delle fotografie sia opera di autori anonimi: questo, perché in quegli anni il ruolo dei reporter non era riconosciuto e le agenzie acquistavano la foto senza obbligo di citare il nome del fotografo.

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Il VOTO (IN)UTILE – LORENZO SANCHEZ

Ogni volta che ho votato in vita mia mi sono chiesto se il mio voto sarebbe stato ‘utile’. Letteralmente ogni volta. In qualsiasi elezione i due schieramenti fanno il possibile per spaventare i propri elettori e dire “AH-AH, GUARDA CHE SE NON VOTI ME è come se non votassi, E QUINDI….”

E quindi cosa?

Negli ultimi anni ho visto anche i partiti che ho votato stare al governo, mentire, non interessarsi minimamente alla mia vita o a quella di tante persone come me. Vergogna sui diritti civili, vergogna sui diritti sociali, vergogna sulle leggi per la cittadinanza. È stato come non aver votato, visto che le idee in cui credo sono solo minoritariamente rappresentate in parlamento.

A me non frega un cazzo di Giorgia Meloni. Ecco, mo’ l’ho detto. Parliamo di Giorgia Meloni come se fosse Voldemort o Vecna: “Oddio regà arriva quella che non deve essere nominata”. A me interessa capire dove stiano le idee, i programmi, le proposte – di parlare per altre settimane della Meloni non me ne può fregare di meno, nulla, nada, rien.

Insomma, il concetto è: non mi importa se voti Potere al popolo o Fratelli d’italia, Azione e +Europa o chissà cosa. Basta che voti con convinzione. E io quest’anno non farò il ‘voto utile’, che alla fine mi sembra solo utile a certi personaggi per mantenere un lauto stipendio. L’unico voto utile è quello per cui si crede, altrimenti è come non votare.La democrazia comunque esiste già, basta che impariamo a usarla.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

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VIVA ANARKIKKA! LE DONNE, LE LOTTE, I DIRITTI NEGATI

Il famoso fumetto femminista creato da Stefania Spanò è diventato un libro: “Smettetela di farci la festa” (2022, People). Anarkikka non le manderà a dire a nessuno, come del resto, ha sempre fatto.

Anarkikka non te le manda a dire. Ha la lingua tagliente, questa personaggia. Diretta, franca, dissacratoria nella comunicazione che riguarda soprattutto il mondo delle donne e dei diritti umani. Che parli di migranti, di violenza di genere, di traguardi raggiunti o solo provvisoriamente toccati, oppure di soffitto di cristallo, la piccoletta col caschetto nero lo fa senza peli sulla lingua, dicendo quello che tante pensano ma che, per forza di cose, non possono dire come lo fa lei. Già il nome la dice lunga: il detto latino nomen omen, ossia nel nome un destino, descrive la nostra eroina. Arnarchica lo è sicuramente, laddove esserlo significa possedere un senso civico talmente alto da autoregolarsi nei confronti della comunità; e lo è anche nel senso di essere slegata dai poteri politici, e perciò libera.

Stefania Spanò è la sua creatrice: partenopea, accogliente, disponibile alla parola e al confronto, che sia in un incontro femminile e femminista oppure al telefono per due chiacchiere. Si descrive “illustrAutrice, vignettista, femminista”, in un tempo in cui, specialmente l’ultimo sostantivo, sembra in bilico come non mai, vista la situazione politica alla quale potremmo andare incontro.

Stefania Spanò, chi è Anarkikka e come nasce?

“Anarkikka sono io, oggi. Nasce come personaggia di future strisce immaginate ma non realizzate. Sin da subito prende la strada e la forma della denuncia, per vignette, con le quali ho iniziato a raccontare di diritti umani negati, soprattutto l’oppressione delle donne, che passa per i ruoli di genere nelle quali la società ci ingabbia, agli stereotipi e pregiudizi che sulle donne si abbattono ad alimentare le discriminazioni e le violenze che gli uomini agiscono su di noi.

Ho iniziato svelando il linguaggio dei media nel raccontare i femminicidi, le molestie, gli stupri, la violenza domestica. Un linguaggio sbagliato che però è specchio evidente della cultura nella quale cresciamo, radice degli squilibri nelle relazioni uomo/donna, per cui ancora oggi la donna è considerata oggetto, proprietà su cui esercitare potere e controllo”.

La nascita di Anarkikka corrisponde a un periodo preciso della sua vita?

“Arriva all’improvviso, come sintomo evidente di rinascita. C’è un prima e un dopo Anarkikka, un prima e un dopo della mia vita. E’ stato il momento in cui ero pronta a reagire, a raccontare, a dare un senso, forse, al mio vissuto. Una vita piena, ma complicata, di madre giovanissima, di storie difficili, anche di violenza, sulle quali sono cresciuta ma che dovevo “trasferire” fuori da me.

Anarkikka è stata la mia voce, è la mia voce, quella che non avevo e che oggi ho recuperato. Lei mi ha insegnato a parlare, a superare insicurezze e timori e a recuperare quell’autostima che, fin da piccola, qualcunə ha tentato di minare. Ho scoperto la mia capacità di comunicare anche con ironia. Una parte di me che mi era totalmente sconosciuta. Insomma, Anarkikka è il mio percorso di donna”.

Siamo in periodo pre elettorale. Cosa vorrebbe dire Anarkikka ai politici?

“Di non dimenticare che una società sana esiste se tutte le parti che la compongono hanno la possibilità di vivere dignitosamente e nel rispetto di tuttə. Che le donne sono la maggioranza del mondo, che è giunta l’ora di cambiare radicalmente, di riequilibrare e trasformare i rapporti umani. Che bisogna partire dai piccoli e dalle piccole, insegnare loro la bellezza delle differenze alle quali vanno riconosciute pari considerazione e valore. Che ogni essere umano ha diritto a esistere per come è, per come intende e desidera. Che donne e uomo e altre soggettività abbiamo il diritto umano inalienabile a essere “riconosciutə”. E’ l’educazione il primo e fondamentale passo del divenire.

Vorrei che si smettesse di parlare a vanvera di violenza sulle donne, solo sulla scia di fatti di cronaca. Che ci si assumesse la responsabilità collettiva d’intervento. Siamo tuttə coinvoltə e il mondo lo cambiamo solo insieme. Le donne vanno ascoltate, credute, liberate dei pregiudizi che le soffocano ulteriormente.

Credo poi che i diritti umani camminino di pari passo con quelli sociali e viceversa. Oggi è sempre più chiaro ed evidente. Chi non lo vede mente.

Quindi, vorrei risposte per una nuova scuola, risposte per un nuovo welfare, che tolga il peso della cura alle donne. La cura dovrebbe essere un modo nuovo di intendere il mondo, che le donne possono trasferire, ma che va praticato insieme e in ogni ambito. Cura intesa come condivisione, rispetto, attenzione materna, intesa come accudire e accogliere, che da prerogativa del femminile può esserlo di tuttə. La cura si impara”.

“Smettetela di farci la festa” (2022, People), è il suo ultimo libro. Riusciremo a vedere la fine della violenza di genere?

“Il libro è anche il mio primo. Spero ne possa seguire almeno un altro. Ho ancora tanto da dire.

Non so se riuscirò io, ma sono ottimista rispetto al futuro, anche se non prossimo. Ora viviamo un momento dove molte forze reazionarie sono in campo. Più le donne prendono in mano la loro vita, più assistiamo a un volerle ricacciare indietro, al “loro posto”, quello che il patriarcato ha confezionato per noi. Perché per ogni oppressa c’è un privilegio per qualcuno. E i privilegi non si mollano facilmente. Prevedono un’idea di giustizia e di maturità ancora lontane. Per fortuna la storia ci insegna che alla fine si progredisce. Sempre”.

Vuole dire qualcosa a chi ci legge?

“Mi lasci dire una cosa che può sembrare “personale” ma non lo è. C’è bisogno di supportare le donne, le loro capacità, le professionalità, la loro arte anche. Bisogna rendere visibile l’invisibile. Come attraverso il linguaggio, che al femminile contribuisce a creare nuovi immaginari, rendere credibile un futuro diverso perché ce lo mostra. Le cose esistono se le nominiamo. Le donne hanno bisogno di spazi. Una mano che può venire da tuttə. Serve solo un po’ di buona volontà, di cura appunto”.

Stefania Catallo

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LA POSTA DEL CUORE DI MAVA FANKU’ 4

Ironica, caustica e irriverente: Mava Fankù è tutto questo e anche di più. La nostra signorina ageé – mai chiederle gli anni, non sarebbe educato! – vive a Roma, e osserva la vita con distacco e curiosità. Che stia facendo una passeggiata o prendendo un chinotto nel suo bar preferito, oppure che guardi l’umanità dalla finestra ovale della sua camera – una sorta di oblò sul mondo – nulla sfugge al suo sguardo attento. Le relazioni d’amore e le loro dinamiche sono la sua passione. Potete scrivere alla nostra Mava, però siete avvertiti: non aspettatevi parole di consolazione o massaggini dell’ego: lei non ha peli sulla lingua, anzi sulla penna, quindi vi risponderà come pensa che sia più giusto ma sempre con sincerità e affetto.

LETTERA DI LIVIA

Cara Mava Fankù,

mi chiamo Livia e ho 23 anni. Da un po’ di tempo ho iniziato a capire che mi piacciono le ragazze, e mi sento confusa. I miei genitori ancora non sanno niente, ma non sono un problema perché sono sicura che hanno capito e comunque non farebbero storie; però ho paura di essere ridicolizzata e presa in giro dagli altri, e questo mi farebbe stare troppo male, perciò ancora non mi sono “buttata” con nessuna. Poi visto quello che succede alla persone LGBTQ+, capirai i miei timori.

Mi dai un consiglio?

Grazie,

Livia

MAVA FANKU’ AL SUO DEBUTTO IN SOCIETA’ ALL’ETA’ DI LIVIA

ASCOLTA LA RISPOSTA DI MAVA FANKU’ DALLA SUA VOCE

SOTTOFONDO MUSICALE: “CHERCHEZ L’IDENTITE'” di EMYLIU’ SPATARO – ARRANGIAMENTO STRUMENTALE GIULIA MOON

Cara Livia, sarò seria nella leggerezza, perché l’argomento mi sta a cuore. Alle persone LGBTXYZ, come amo dire con ironia, per includere proprio tutto l’alfabeto delle nostre anime “non conformi”, succede da sempre di tutto, nel bene e nel male… Hai la fortuna di essere giovane in un’epoca in cui, seppur le fobie per l’orientamento sessuale siano ancora diffuse, le persone come “noi” (consentimi il plurale maiestatis 🙂 ) possono realizzarsi, se vogliono, su tutti i fronti.

Certo, non per tutti il terreno è spianato, talvolta sarà impervio e in salita, ma se si ha la grazia, come nel tuo caso, di avere genitori aperti e comprensivi, dovrai confrontarti solo con i tuoi timori e le tue remore, oltre che col mondo intero… Ma è ben poca cosa se avrai TE dalla tua parte.

Per darti subito un incoraggiamento, ti dico che imparerai presto a trasformare gli svantaggi in vantaggi, come un alchimista, perché la passione per l’amore che traspare dalle tue ponderate parole, ti darà sempre una naturale energia per affrontare ogni avversità, già dopo il primo amore ricambiato per una ragazza, che ti auguro avverrà nel più breve tempo possibile, se come dici ancora non ti sei “buttata”…

E’ lo scopo della vita l’amore, Liviuccia bella. E come diceva un vecchio signore canuto che ha fondato la psicanalisi: “l’amore non si manifesta mai con tanta prepotenza come nelle sue devianze”. Ahi! Usava proprio questo termine il vecchio Freud, ma in senso prettamente medico, scevro da ogni giudizio moralistico, come intenderebbe “quella tipa con gli occhi di fuori come pesce da freezer” (espressione coniata dalla badante esotica della mia famiglia).

Quindi, non come “devianza” dal pensiero squadrato, per non dire squadrista :O , di certe destre capeggiate da frutti tropicali o da bisunti salumi nostrani, ma piuttosto intesa come alternativa non conforme, appunto, all’accoppiamento binario… triste e solitario… Solo per ricordare i versi di una vecchia canzone, giammai per contestare l’amore tra uomo e donna che resterà sempre l’abbinamento più diffuso, ma che può convivere tranquillamente con altre possibili “liaisons”…

Assolutamente naturale è l’amore tra donne o tra uomini. O tra/verso tra-tra tri-tri e tru-tru che dir si voglia. Mi si consentano i nomignoli affettuosi. E te lo posso confermare perché il mio cuoricino palpitava, ricambiato, già tra i banchi dell’asilo, sia per le bambine che per i bambini. E a 5 anni non si può certo parlare di “devianza”, ma di naturali pulsioni infantili del cuore.

E “buttati” tra le braccia dell’amore, che santifica ed esorcizza sempre tutto, anche i nostri eventuali pregiudizi su noi stessi, condizionati dalle pressioni del mondo intero che, in condizioni ottimali, trasformerai in carburante per il tuo meraviglioso viaggio :*

La tua e vostra Mava Fankù

SCRIVI A MAVA FANKU’: LaPostaDelCuoreDiMavaFanku@TheWomenSentinel.net

CHERCHEZ L’IDENTITE’ – RICERCA LA TUA IDENTITA’ – PAROLE E MELODIA EMYLIU’ SPATARO – ARRANGIAMENTO MUSICALE GIULIA MOON

CANTA MAVA FANKU’

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LETTURE DEL SABATO – PROMEMORIA DI GIANNI RODARI

Uno spazio dedicato alle letture di versi, pensieri, racconti e riflessioni. Se volete ascoltare un brano o una poesia, scriveteci a: direttore@thewomensentinel.net

LETTURA: PROMEMORIA DI GIANNI RODARI

Alessio Papalini legge

Promemoria.

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio la guerra.

Gianni Rodari

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MAVA FANKU’ RIVA’ SULLA LUNA. CI RIUSCIRA’?

ARTEMIS 1 – Nuova partenza prevista per Sabato 3 Settembre alle 20:17 ora italiana.

Stavolta ce la faranno i nostri eroi (perlomeno) a partire per la Luna? Altrimenti andrà a finire che di questo passo arriveranno prima gli altri. Quegli altri ai quali si voleva dimostrare la propria supremazia nelle conquiste spaziali.

E troverebbero me ad accoglierli, che sulla Luna sono di casa…

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA FANKU’

Quando Tito Stagno annunciò dalla TV in bianco e nero il primo sbarco nella storia dell’uomo sulla Luna, ero seduta sul seggiolone col bavaglino, e vorrei dire che feci un’espressione di stupore e meraviglia, tipo “woow”. Ma in realtà per me, piccola piccola, era come vedere un cartone animato. E quasi come una ricostruzione animata fu messo in dubbio in seguito quel celebre allunaggio, insinuando che era stato tutto girato su un set cinematografico, e ci fu qualcuno che dimostrò pure attraverso l’analisi della direzione delle ombre degli astronauti sul suolo lunare, che non erano coerenti con la traiettoria della luce solare… Secondo una fascinosa narrazione, poi, sarebbe stato contattato dalla NASA niente pò pò di meno che Stanley Kubrick per girare su un set le sequenze di quel primo storico allunaggio…

Questo almeno secondo una corrente di pensiero alla quale, seppur io sia più che affascinata, stregata, dalla Luna, una parte di me è portata a credere. E il dubbio continua a insinuarsi: ma vi pare che si decidano dopo più di mezzo secolo a rimandare qualcosa di simile all’uomo, come dei manichini sulla Luna, o meglio attorno all’orbita lunare, perchè neanche ci sarà un allunaggio, se non fra un paio di annetti? Addirittura per studiare quali saranno le reazioni dei due manichini umanoidi femminili, simulando la struttura del corpo umano, all’effetto delle radiazioni solari e bla bla…

Ma tutte queste eccessive precauzioni sperimentali, non vi sembrano una conferma che, quella sorta di traballante caffettiera allunata con degli uomini in carne e ossa nel lontano 1969, non sarebbe stata in grado neanche di fare un volo di pochi metri, se non cadere rovinosamente dal piano cottura sul pavimento della mia cucina?

Non vorrei sembrare troppo scettica e disincantata ma, scusatemi tanto se, da qualche mese a questa parte, la mia resistenza a fidarmi degli americani si è ulteriormente irrigidita…

La Luna è inospitale. Per quanto abbia ispirato cantori e navigatori, musicanti e pittori, astrologi e innamorati, poetici versi e pure me che ho – guarda caso – un manichino donna chiamato Luna, è mortale per l’uomo.

La mia Luna

Deserta e senz’aria, siderale o infuocata, illuminata dalle fasi lunari da un lato e sempre oscura dall’altro, la famigerata “The dark side of the Moon” dei Pink Floid… Che ci si manderebbe volentieri chi sappiamo, sul lato oscuro della Luna, o ci si occulterebbe quando è necessario un buon nascondiglio….

E poi basta pensare alla continua caduta di meteoriti che ne crivellano la superficie come una gruviera, per desistere al proposito di andarci a vivere.

Io ci vado solo a dormire, quando dico che prendo l’astronave per la Luna, ma poi mi risveglio sempre nel mio lettino dopo l’atterraggio, più o meno periglioso.

Bye Bye Luna, ti dedico il mio Sogno Lunare… La Tua e Vostra Mava Fankù

SOGNO LUNARE – MELODIA E VOCE EMYLIU’ SPATARO – VERSI SIMONA DI DIO – ARRANGIAMENTO PIANOFORTE SVETLANA CHMYKHALOVA

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TRA GENIO E FOLLIA. NON CHIAMIAMOLI MATTI

Non chiamiamoli matti: gli utenti del centro diurno ‘Il brutto anatroccolo’ di Roma sono persone che hanno trovato nell’arte la loro espressione.
I colori, i disegni e la musica ne confermano la genialità.
Alessandra Patrizi, arteterapeuta, li accompagna nel loro cammino insieme agli altri operatori, creando con loro una relazione di fiducia e di amore, perché “l’amore rende tutto possibile, e come diceva Platone, i nostri maestri sono i bambini, gli artisti e i folli”.
Benvenuti nel loro mondo: quello che, purtroppo, noi abbiamo perduto.

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POLIOMIELITE – UN INCUBO CHE RITORNA?

Dopo il Covid e il Monkeypox, è arrivata la poliomielite. Sembra quasi che si tratti di un susseguirsi di piaghe bibliche, che da qualche anno flagellano il mondo in stile Apocalisse. Tuttavia, il nuovo diffondersi del virus della polio, ci ricorda che le vaccinazioni non sono qualcosa di inutile e di arcaico. E i casi registrati ci dicono che abbiamo la memoria corta. In pochi ricordano il caso di Rosanna Benzi, colpita da polio bulbo-spinale e costretta in un polmone d’acciaio per 29 anni. Il vero problema è che l’ignoranza – intesa come mancanza di informazione – unita alle fake news causa danni gravissimi. Si dirà che il vaccino ha effetti collaterali, che non è efficace e chi più ne ha più ne metta: tuttavia rimane l’unico strumento a disposizione per evitare di rivedere i ragazzini col tutore d’acciaio alle gambe. Quindi, pensiamoci.

Cos’è la poliomielite?

E’ un’infezione del sistema nervoso centrale causata dal Poliovirus, e che si trasmette per via orofecale, ossia con contatto con goccioline di saliva, attraverso colpi di tosse, starnuti oppure bevendo e mangiando alimenti contaminati. Il virus quindi attacca le mucose e in brevissimo tempo, dopo circa 6/20 giorni, invade l’organismo attraverso il sistema nervoso, provocando paralisi agli arti, soprattutto le gambe, che possono essere temporanee o permanenti.

Il segno più evidente della malattia è la cosiddetta “paralisi floscia”, ossia il rilassamento innaturale dei muscoli colpiti, che si ritirano, lasciando gli arti scarniti e deformi.

La poliomielite è stata dichiarata debellata in Italia nel 1982, grazie alle vaccinazioni di massa; l’Europa se ne è liberata nel 2002 e l’Africa nel 2020, tuttavia esistono ancora dei focolai in Asia.

(https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/p/poliomielite)

I casi a New York, Londra e Gerusalemme

Hans Kluge, direttore dell’OMS Europa ha dichiarato: “Tutti coloro che non sono vaccinati, o i cui figli hanno saltato le vaccinazioni programmate, dovrebbero effettuare la vaccinazione il prima possibile. I vaccini contro la poliomielite si sono dimostrati molto efficaci e sicuri. Il poliovirus ha trovato la sua strada verso individui suscettibili nelle comunità poco vaccinate”.

Il caso di poliomielite registrato ad agosto a New York, è il primo da quasi un dieci anni e ha coinvolto: un giovane non vaccinato. Il soggetto accusato i sintomi della malattia ed è stato colpito da paralisi, ma sembra che non abbia viaggiato all’estero. Nello stesso mese, anche a Londra veniva scoperta la malattia, e un comunicato dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria britannica offriva una dose di richiamo a tutti i bambni di età compresa tra 1 e 9 anni. Israele, a marzo scorso, aveva registrato dei casi nel Paese e nei territori palestinesi occupati.

Le cure

Purtroppo non esistono cure specifiche, per questo risulta indispensabile vaccinarsi.

Tuttavia, i sintomi possono essere controllati in modo che non si aggravino nel lungo termine attraverso gli antidolorifici, l’esercizio fisico e, nei casi più gravi, con interventi chirurgici.

Stefania Catallo

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DIANA E BASTA

Nelle famiglie reali, si sa, i panni sporchi si lavano in casa. O meglio si lavavano, finché non arrivò Diana.

Bella, giovane, anglicana e vergine: la moglie del futuro re di Inghilterrra doveva soddisfare queste caratteristiche, almeno secondo The Queen. E così, leggenda narra, la giovane Spencer venne scelta e incoraggiata a scegliere Carlo come marito.

Il consiglio ristretto delle donne Windsor – ossia Elisabetta, la Regina Madre e la principessa Margaret – approvarono una scelta che non sapevano avrebbe cambiato il destino della monarchia, anzi, delle monarchie, aprendo la porta a Letizia Ortiz di Spagna, a Catherine Middleton, a Meghan Markle e ad altre.

Senza voler cadere nella retorica della santificazione della Principessa di Galles patrona dei poveri e degli ammalati, vicina a Madre Teresa e camminatrice sulle mine antiuomo, è indubbio che Diana abbia cambiato la percezione delle monarchie, che sono comparabili a dinosauri nel loro anacronismo, rendendole più vicine al popolo.

E’ grazie a lei che l’iberica Letizia può indossare liberamente lo smalto rosso o gli abiti di Zara; Diana ha portato la couture e la moda Versace a corte, sgusciando fuori dagli improbabili abiti da vecchia nei quali si voleva imprigionare la sua giovinezza, tagliandosi i capelli, indossando i tacchi e il famoso Revenge Dress per dire che si, esisteva e sapeva che il suo titolo poteva fare da passaporto per una rivoluzione femminile, non solo a corte, di grande portata. Forse che Diana sia stata una femminista a corte? Potrebbe darsi; di sicuro c’è che è rimasta nei cuori di una generazione. A venticinque anni dallo schianto dell’Alma – e di tutte le teorie complottiste a proposito della sua morte – rimane nella memoria comune come Marilyn, Warhol, Liz Taylor, immutabili icone di un secolo.

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QUANDO UCCIDE, NON CHIAMATELO AMORE – VOCI DI SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DI SAVERIO GIANGREGORIO – VOCI 2

Femminicidi, in Italia:


2019, 92 donne uccise.

2020, 101 donne uccise.

2021 , 103 donne uccise.



Nel 2022, al 27 agosto siamo a 71 donne uccise; secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 77.
Questo significa che ad oggi, e nonostante l’approvazione del Codice Rosso del 19 luglio 2019, ogni misura a tutela della donna ha fallito.
Se ogni tre giorni una donna viene uccisa, non si può che scrivere e parlare di fallimento.
Che il Codice Rosso poi non sia sufficiente a contrastare il femminicidio, lo dicono il numero delle donne uccise in continuo aumento dalla sua entrata in vigore.
Non basta aumentate le pene come deterrente per non uccidere una donna.
Alessandra Matteuzzi è stata uccisa dal suo ex fidanzato nonostante l’avesse denunciato per stalking.
E come lei, altre.
Se Alessandra Matteuzzi fosse stata invece dotata di una scorta, come chiede da anni Gessica Notaro (La Repubblica del 26 Agosto), a sua volta sfregiata con l’acido dal suo ex, sarebbe ancora viva.
Se vogliamo contrastare veramente la mattanza del femminicidio, non dobbiamo chiederci quanto costa tutelare una donna.
Il rischio di femminicidio non può essere visto e trattato come un costo per la comunità, ma come un investimento a tutela della società, prima ancora che a tutela delle donne.
Una dichiarazione su tutte, che mi ha impressionato moltissimo, è stata quella del magistrato Fabio Roia rilasciata a La Repubblica giovedì 25 agosto:”Tutte le donne che dicono no a un uomo violento oggi sono a rischio”.
Un pozzo nero senza fondo sarebbe sempre meno profondo di questa dichiarazione.
Le donne che dicono no a un uomo non devono più essere a rischio.
Per fare questo, quindi, va colmata la lacuna di operatori di polizia giudiziaria, e quella dei magistrati.
Ad oggi infatti mancano 1617 magistrati su 10558 in organico.
Il femminicidio si combatte sensibilizzando quotidianamente sul tema, e investendo in più risorse umane; rendendo i tribunali più efficienti.
La fine di una storia non deve più apparire come la fine del mondo.
Le donne non sono “nostri oggetti” che possiamo decidere anche di distruggere quando la storia finisce.
Mio non è per sempre.
Una donna che non vuole essere più “mia” ha tutto il sacrosanto diritto di continuare a vivere.
Cambiare quindi approccio, quando la donna rinuncia a continuare una relazione, deve essere il primo passo da parte dell’uomo per contrastare la mattanza del femminicidio.

Saverio Giangregorio

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RAFFAELA BAIOCCHI – CENTRO MATERNITÀ EMERGENCY ANABAH: ESSERE GINECOLOGA IN AFGHANISTAN

“Passare il tempo a costruire arsenali anziché diffondere libri è deleterio, forse letale, per la nostra specie”. Gino Strada fondatore Emergency.

Afghanistan: anno uno della nuova era talebana. Qual è la situazione nel Paese? Quali sono le criticità, e quali i bisogni della popolazione? E la situazione femminile è davvero così difficile come viene descritta dalla stampa mainstream? Abbiamo chiesto alla dottoressa Raffaela Baiocchi, ginecologa presso il Centro Maternità Emergency di Anabah, di raccontarci i cambiamenti avvenuti nello Stato asiatico.

Dottoressa Baiocchi, qual è la situazione attuale in Afghanistan?

“La situazione che posso descrivere è quella che vedo e che mi viene raccontata dalle nostre specializzande: le future dottoresse che si formano da noi, vengono soprattutto da Kabul. In questo momento, in Afghanistan la situazione è instabile, anche per la presenza di una resistenza che, seppur con numeri e armamenti ridotti, è comunque attiva. La crisi economica è senza precedenti, e il problema principale della popolazione è quello di avere anche un solo pasto al giorno. La questione politica poi, è meno semplice di come viene raccontata: il potere non è solo nelle mani dei Talebani, bensì è condiviso con una federazione di forze diverse, spesso con visioni divergenti, tra le quali la rete Haqqani, della quale è leader il Ministro degli Interni. Questa rete Haqqani non è definita per identità religiosa, ma è un gruppo militare a tutti gli effetti. Non sono certo più democratici degli altri, anzi… Il loro conservatorismo non è di stampo norvegese, tanto per fare un esempio. Quindi, si vive in un clima di forte instabilità”.

Qual è la situazione delle donne afghane?

“Con il ritorno dei Talebani si è tornati indietro. il problema principale consiste nel fatto che le scuole secondarie non ammettono più le ragazze: nonostante siano stati fatti diversi annunci di riapertura, siamo ancora al nulla di fatto. Tuttavia, ci sono delle province del Paese, come ad esempio Mazar-i Sharif, dove le scuole per loro sono aperte. A Kabul, le donne possono frequentare l’università, ma è chiaro che stiamo parlando della capitale del Paese, quindi della città che rappresenta la sua parte più culturale. Il governo non ha chiuso l’università, ma adesso si fa lezione separatamente – le donne da una parte e gli uomini dall’altra -, e le docenti continuano ad insegnare. Nel settore sanitario, le donne lavorano: negli ospedali i reparti di maternità hanno sempre operato, con il personale femminile operativo. Tuttavia, sembra che il in alcuni ministeri e luoghi pubblici, le impiegate siano state lasciate a casa, ma non si hanno certezze. Le giornaliste televisive invece, possono andare in onda ma devono però indossare la mascherina per coprire la metà inferiore del viso, come accadeva in tempo di Covid.

Fermo restando che le decisioni sono prese dagli amministratori locali, a Kabul non esiste l’imposizione di indossare il burqa: si può scegliere liberamente di farlo oppure no; possono però scattare delle sanzioni se non si è coperte abbastanza. Le donne inoltre si spostano, almeno in città, da sole e senza problemi.

Ovviamente, la situazione non è la stessa nelle parti più remote dell’Afghanistan. Nei luoghi dove Emergency ha effettuato l’intervento per il terremoto, la situazione di povertà e arretratezza non è nuova e le cose, per le donne, sono molto diverse”.

Dottoressa Raffaela Baiocchi

Lei è ginecologa presso il Centro Maternità di Anabah. Come si vive la maternità nel Paese rispetto a prima dei Talebani? Quali sono le difficoltà maggiori?

“C’è da dire che adesso, di notte, vengono molte meno donne rispetto a prima, perchè la provincia è insicura: hanno paura a spostarsi con il buio, e anche i tassisti si rifiutano di venire qui nelle ore notturne. Ovviamente, questo ha un impatto negativo sulla salute in generale. Il nostro Centro è ad accesso gratuito, cosa non scontata, e accogliamo anche i casi gravi: spesso, chi sta molto male viene qui da noi per essere curato. Tuttavia, a causa delle tensioni, abbiamo registrato un calo degli accessi, in quanto il 70% dei pazienti veniva da fuori e non dalla provincia, e come dicevo prima, adesso si ha paura di viaggiare fin qui. Assistiamo a tanti parti, con oscillazioni significative nei periodi di instabilità politica, nei quali le donne si recano altrove. Tuttavia, restiamo un presidio completamente gratuito in un Paese in cui l’assistenza sanitaria è a pagamento”.

La presenza di Emergency nel Paese può fare la differenza?

“Si, e fa la differenza sotto tanti aspetti. Prima di tutto, perché continua ad essere un posto in cui si accede alle cure gratuitamente, cosa che invece non accade nelle altre strutture. Poi, i servizi medici offerti sono di alta qualità; a questo proposito, specifico che Emergency si occupa della formazione del personale sanitario afghano, ed è riconosciuto come scuola di specializzazione in ginecologia e ostetricia, pediatria, e chirurgia traumatologica. Contemporaneamente all’avvento dei Talebani, si è assistito a una diaspora dal Paese da parte delle persone di classe medio alta, tra le quali molti professionisti e personale sanitario con ruolo di formazione dei medici. Emergency continua il lavoro di formazione del personale nel momento in cui il Paese ha un deficit formativo, contribuendo così al mantenimento e alla crescita dell’offerta di salute, anche su altre strutture. Infatti, il personale che formiamo porterà le conoscenze acquisite nei suoi futuri spostamenti lavorativi, aumentando la qualità delle cure in altre parti dell’Afghanistan. Inoltre, Emergency dà lavoro a circa 1500 dipendenti, garantendo uno stipendio a tantissime persone, tra le quali un’alta percentuale di donne, senza peraltro considerare l’indotto, che è anch’esso molto importante”.

L’eredità morale di Gino Strada ha un futuro, in Afghanistan?

“Non posso che dire di si. L’eredità di Gino Strada è anche quella di aver dato voce a delle istanze universali di pace, che non erano certo originali ma che vennero ribadite con forza e che, soprattutto, lui tradusse in fatti. Le faccio un esempio. In 20 anni di guerra, in Afghanistan sono entrate tantissime armi, e quando sono tornati i Talebani, sono iniziate anche le liti tra vicini e parenti, dispute di carattere politico, combattute con le armi, che hanno provocato morti e feriti da arma da fuoco. Spesso abbiamo curato queste persone. Ma, proprio per la nostra cultura di pace, non ci sono nè armi nè guardie armate da Emergency. E l’eredità di Strada è anche coltivare la cultura dei diritti e continuare a lavorare per garantire l’accesso gratuito per tutti a cure che siano mirate e di alto livello”.

Stefania Catallo

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DEVIANZA – LORENZO SANCHEZ – GEOGRAFIE DELL’IDENTITA’

La posso anche scrivere da sola, questa parola – ma da sola essa non sarà mai. Come serpi sotto una pietra, sotto di essa troviamo ideali e concetti, propagande e retoriche. La devianza non può esistere se non in presenza di una norma, di un destino, di qualcosa che-non-dovrebbe-essere-così-come-è.

La deviazione è ciò in cui incorriamo quando il nostro tragitto viene interrotto, un angolo laddove sarebbe dovuta essere una linea. Nello scrivere questa parola, Giorgia Meloni (e Fratelli d’Italia) ha tracciato tale linea. Un perimetro fatto di punti, entro i quali racchiudere – e descrivere – i corpi e le menti dell’Italia desiderata.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Diciamolo: l’idea del rigore nel corpo e nella mente è un’idea vecchia e pure fascista. Fascista non solo per storia, ma anche per necessità. Per simbiosi. Lo stato-nazione, così come concepito nel suo significato più originale – quell’illusione di un passato condiviso e di un destino comune, di un sangue unico che si rende muscolo e poi braccio, ed ancora forza – nella sua spasmodica ricerca di unicità, di Senso, di totale supremazia, nasce e muore sui nostri corpi e nei nostri comportamenti. 

Il corpo non è solo un corpo – esso è un simbolo. Esso è il primo bastione in carne viva della fortezza nazionale. Il corpo maschile, inteso come virilità pura, come potenziale arma, come ideale di forza, integrità, impero; il corpo femminile, egualmente forte ma subordinato – giacché in esso, ci dicono, la nazione si riproduce.  Lo stato-nazione non può esistere se non nel binarismo dei corpi e dei generi; ne deriva che l’integrità dei corpi e delle menti, nonché la tutela del genere binario, sono una questione esistenziale per l’idea di nazione: il potere, ora armato, ora intellettuale dell’uomo si contrappone al potere biologico della donna.

Il corpo grasso, e ciò che esso per loro rappresenta – indolenza, pigrizia, debolezza – è nemico della nazione. Il corpo anoressico è nemico della nazione. Gli alcolisti e i ludopatici, coloro che si drogano, fumano o si feriscono, attentano al corpo – e dunque alla nazione. I comportamenti isolanti o evitanti, la ludopatia, sono nemici della nazione, sicchè essi denotano una debolezza inaccettabile nella mente e, verosimilmente, una corruzione nel corpo.

Ma quanto è orribile tutto questo? Quante cazzate. Quanti modi inutili di auto-infliggersi violenza e scambiarla per cultura. A questo ideale di mondo dobbiamo rispondere con un secco e deciso: no. No, no grazie, come se avessi accettato e tanti cari saluti.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez


C’è una buona notizia: se lo stato-nazione fascista può vincere sui nostri corpi, su essi può anche perdere. Non certo a botte di “viva le devianze” scritti senza comprensione e con fare, diciamolo, un po’ paternalistico. Non sarà la mano dorata del patriarca a portare la pace sui nostri corpi – ma l’accettazione del nostro potere innato, della sovversività a noi concessa per natura e per elezione. La sovversività insita nel guardarsi allo specchio e accettare ciò che in noi è “”deviante””. La sovversività ribelle nei corpi androgini, in quelli queer, in quelli transgenere – nei corpi liberi. La rivoluzione che esiste nell’accettare i traumi individuali e collettivi, nel rinnegare la violenza a noi proposta, nel non nascondere le difficoltà, le vulnerabilità, le patologie e i modi in cui esse si intersecano con le gerarchie di dominio e oppressione che ci circondano, con gli spazi che abitiamo, con gli ambienti in cui viviamo.

Non dobbiamo ingannare noi stessi pensando che lo scambio tra Giorgia Meloni e Enrico Letta (e compagini varie) sia solo su fisicità e comportamenti. È una distrazione – in realtà si parla di potere, ovvero della capacità di far diventare un’unica prospettiva quella dominante, e di controllo – ovvero del modo in cui tutelare il potere. Ancora non sanno, poveretti, di essersi imbarcati in una battaglia dalla quale, presto o tardi, usciranno perdenti. Presto o tardi eserciteremo collettivamente le sovranità dei nostri corpi, e sarà pace. Almeno per un po’.

Sanchez – Warhol

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BACK TO THE MOON – RITORNO ALLA LUNA

Se sia stato reale oppure girato in studio da Kubrik, ancora non é certo: ma da quell’allunaggio del 20 luglio 1969 sono passati 53 anni, e ancora nessuno ha cancellato le orme di Armstrong e Cernan, primo e ultimo uomo a camminare sul suolo lunare. Questo, per lo meno, fino alla missione Artemis 3, prevista per il 2024, che riporterà gli astronauti sul nostro satellite.

Il primo allunaggio

Tra il 20 e il 21 luglio 1969, gli astronauti statunitensi Armstrong e Aldrin sbarcarono sulla Luna, mentre il terzo componente dell’equipaggio, Collins, rimase in orbita per controllare il modulo di comando. La missione Apollo 11, insieme alla bandiera a stelle e strisce, lasciò sul suolo lunare anche una targa in acciaio inossidabile con incisa questa iscrizione: “Qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d. C. Siamo venuti in pace, a nome di tutta l’umanità”. Oltre al primato, gli astronauti riportarono sulla Terra circa 382 chili di rocce e campioni, per sottoporli a studio. E’ curioso come una piccola parte di polvere lunare, detta regolite, sia finita nelle mani dei collezionisti, così come anche dei piccoli frammenti di rocce.

Prima di Apollo 11, nel 1959 l’URSS aveva lanciato la sonda Luna 1, seguite da Luna 2 e Luna 3, tutte senza equipaggio; quest’ultima, riuscì a scattare la prima immagine della faccia nascosta del satellite.

La missione Artemis

Oggi 29 agosto 2022, alle 14 e 33 ora italiana, dal Kennedy Space Center in Florida, partirà il razzo Space Launch System, che porterà nello spazio la capsula Orion. Il lancio fa parte della missione Artemis, ed è stato progettato come volo di prova, per la creazione di un’orbita intorno alla Luna. Il viaggio durerà circa 40 giorni, con rientro previsto per il 10 ottobre. Al posto degli astronauti, a bordo di Orion si trovano due manichini, Helga e Zohar: si tratta di due donne artificiali costruite con materiali che simulano realisticamente tessuti e organi umani, e dotati di sensori per rilevare i livelli delle radiazioni e il loro impatto sul nostro organismo.

Artemis, programma di volo spaziale della NASA, creato insieme a ESA, JAXA e Canadian Space Agency, prevede tre missioni ed ha un obiettivo molto ambizioso: far sbarcare i primi esseri umani sulla Luna dopo più di cinquant’anni; costruire una base permanente e autosufficiente sul satellite; creare un’economia lunare e edificarci una sorta di “stazione” per proseguire poi il viaggio verso Marte.

L’allunaggio degli astronauti è previsto nel 2024 con la missione Artemis 3. Dalle anticipazioni, sembra che si tratterà di un equipaggio nel quale saranno presenti almeno una donna e una persona di colore: mica vogliamo farci criticare dagli extraterrestri, no?

Ma perché ci interessa così tanto andare sulla Luna?

La conquista della Luna non è cosa nuova, anzi; Russia, Cina, Corea, India, Stati Uniti, Europa: tutti hanno un programma lunare. Si tratta in realtà di una sfida politica, più che tecnologica, che durante la Guerra Fredda era ancora più agguerrita, perché doveva dimostrare chi avesse il maggior sviluppo tecnologico, e quindi la supremazia, tra USA e URSS.

Oggi, l’interesse per la Luna è dettato anche da altre motivazioni: sul satellite esistono giacimenti di oro, palladio, nickel, titanio, elio-3, trizio (rarissimo sulla Terra), ghiaccio. Insomma, anche se nessuno lo dice perché la parola fa un certo effetto, si tratta di una corsa alla colonizzazione, e per questo, conoscendo gli umani, inizieranno anche lì le diatribe relative ai diritti di sfruttamento, al codice di leggi da applicare, insomma niente di nuovo.

La speranza è che la Luna, ispiratrice di poeti e scrittori, sacra a Diana, signora delle maree e della fertilità femminile, non perda il suo fascino diventando una Terra in miniatura, contesa tra i soliti litiganti che, francamente, ci hanno stufato.

Stefania Catallo

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IL MONDO DEI TAROCCHI – VIAGGIO ESPLORATIVO TRA CULTURA, SIMBOLI E STORIA

Perché parlare di Tarocchi? Perché rappresentano un viaggio nell’inconscio e nel sé più profondo. Perché i Tarocchi mettono in scena l’umana commedia, attraverso 22 attori principali che da secoli, forse da millenni, ci invitano a riflettere, e ci accompagnano nel nostro viaggio interiore. Amati da Jung, portati di nuovo all’attenzione da Jodorowsky, raffigurati in centinaia di mazzi, i Tarocchi restano comunque un mistero. Si dice che provengano dall’antico Egitto, e che siano poi arrivati in Europa, accumulando anni di sapienza ebraica e mediorientale, espressa nella loro complessa simbologia, per poi approdare alla corte dei re come nelle osterie, dove celavano i loro segreti, adoperati come un semplice gioco di carte.

Sul palcoscenico dei Tarocchi si susseguono re e regine, imperatori e papesse; diavoli e angeli del giudizio; ci sono torri che crollano, astri che sorgono e tramontano: c’è raffigurata tutta la vita. Ed è lì affinchè noi possiamo meditarla per avanzare nella nostra via interiore.

Sarebbe impossibile spiegare in una rubrica tutti i significati e le simbologie degli Arcani; preferisco invece suscitare la curiosità, dando poche e chiare indicazioni su ogni Carta, che potrà essere così meditata.

IL MATTO

Il Matto non ha numero. E’ l’unico tra gli Arcani Maggiori a non averlo, in quanto rappresenta lo Zero, l’Inizio, la Creazione, la Scintilla dalla quale scaturisce il presente. Il Matto cammina con lo sguardo rivolto al cielo: dietro di lui, è raffigurato un cane o un gatto, spesso nell’atto di tirargli giù le braghe. Il Matto viaggia leggero: porta con sé solo un piccolo fagotto, legato a un bastone, poggiato sulla spalla destra. Con un’altro bastone, posto sempre a destra, si sorregge nel cammino. Il Matto è perso nei suoi pensieri: veste quasi come un giullare, con abiti sgargianti e multicolori, e porta dei sonagli appesi al colletto della blusa. In alcune raffigurazioni, i sonagli sono anche sul copricapo, che ne cela i capelli. Il suo viso non ha età: non sappiamo se sia giovane o vecchio, non ci sono elementi certi a stabilire i suoi anni.

Chi è il Matto? Forse un antico giullare, colui che poteva dire la verità in faccia ai sovrani, senza essere punito per questo? Forse un viandante o un mendicante?

In alcuni testi, la simbologia del Matto è stata paragonata a quella di San Rocco, anche lui seguito dal cane; oppure a San Giacomo, raffigurato nelle vesti di un viandante (pensiamo al Cammino di Santiago); oppure anche a San Cristoforo, che traghetta Cristo da una riva all’altra di un fiume: tutti santi pellegrini, così come poteva essere interpretato il Matto nei tempi antichi.

Il Matto è lo spirito libero, quello che si è sciolto dai legami terreni e che per questo viaggia veloce. Non ha con sé bagagli se non il suo fagotto, nel quale ripone le sue esperienze, e sembra non avere meta. Non si preoccupa di dove va o di quale strada percorre: il suo sguardo è verso l’alto, incurante delle buche del terreno nelle quali potrebbe cadere e farsi male. Il Matto non si preoccupa di coprire le nudità svelate dall’animale che lo segue: il pudore non fa più parte del suo essere. Lui è oltre.

Il Matto si muove da sinistra a destra, e questa direzione, nei Tarocchi, è quella che va verso il futuro. Perciò il Matto guarda verso il domani, in un eterno movimento che significa trasformazione, perché é attraverso il viaggio che la mente si apre e acquisisce la conoscenza del mondo. E questa trasformazione farà di lui la carta successiva, il Mago, quando, aprendo il suo fagotto, ne tirerà fuori gli elementi che porrà sul tavolo della trasformazione.

Significati al diritto

Viaggi, spostamenti, nuove esperienze. Sta arrivando qualcosa di inatteso. Non bisogna curarsi del giudizio degli altri. Comunicazioni; bisogna dare importanza all’intuito e ai sogni. Ispirazione positiva. Anticonformismo, energia che va nella giusta direzione. Evoluzione personale. Sarà necessario seguire lo sguardo del Matto, ossia vedere quale Carta lo segue, per chiarire meglio il suo significato nella stesura.

Significati al rovescio

La Carta si negativizza, quindi l’energia fluisce in modo sbagliato. Il consultante vive di illusioni, di idee campate per aria. Cose incompiute e lasciate a metà, litigi, discussioni, colpi di testa, confusione. Esaurimento nervoso, senso di ansia, angoscia, idee fisse. Sfiducia, passività. La Carta rovesciata indica la necessità di fermarsi nelle azioni e attendere tempi più propizi.

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NARRAZIONI – Letture di versi – “Dal cielo” di Anna Segre

Uno spazio dedicato alle letture di versi, pensieri, racconti e riflessioni. Se volete ascoltare un brano o una poesia, scriveteci a: direttore@thewomensentinel.net

La poesia di oggi è “Dal cielo” di Anna Segre, tratta dal libro “La distruzione dell’amore” (2022, Interno Poesia).

Dal cielo

Mehashamaim

Non c’é un perché.

Intendo uno vero:

meriti, bravure, eroismi possibili.

Macché.

L’amore nella sua gratuità

è peggio della morte,

peggio delle peggiori dittature.

Non c’é diritto

nell’amore,

perché l’ingiustizia ha

la sua più luminosa

sovranità

nella delirante considerazione

di un odore o

di un accenno al sorriso

o di chissà che.

L’ineffabile pazzia di amare,

che sfugge a ogni definizione,

si rifugia in un nido di fiato

in alfabeti paralleli

da cui il resto è escluso.

L’amore,

come la nobiltà

o l’investitura ecclesiastica,

viene dal cielo,

è indiscutibile

e ha una divina prepotenza.

Sarà per questo che

il vero opposto

dell’amore

è il potere?

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SALVINI E IL MODELLO UNGHERIA: LA FAMIGLIO-TERAPIA

Prendendo forse spunto dalla politica di Putin sulle Madri eroine (https://www.thewomensentinel.net/2022/08/18/tutta-casa-e-famiglia-il-premio-di-putin-allutero-fecondo-delle-russe/), il leader della Lega Matteo Salvini ha dichiarato che, in caso di vittoria alle prossime elezioni, adotterebbe le politiche della famiglia di modello ungherese. In una intervista a Radio24, Salvini ha infatti dichiarato: “Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati al livello europeo, è quella dell’Ungheria. Ma non lo dico perchè c’è Orban, se fosse in Francia direi in Francia”.

Premesso che in questi giorni di campagna elettorale si sente di tutto e di più, e che l’elettore viene continuamente bombardato di proposte, come il povero Fantozzi nel celebre film; premesso che le destre italiane aderiscono al modello “Dio, Patria e famiglia”, come se il resto degli elettori fosse ateo, traditore e licenzioso (specifico l’ironia implicita nella frase, qualora ce ne fosse bisogno); premesso ciò, vediamo cos’è nello specifico il modello Orban.

Si tratta, prima di tutto, dell’esenzione a vita dalle tasse sui redditi per le donne che partoriscano almeno 4 figli. Poi, per quelle fino ai 40 anni che si sposano per la prima volta, è previsto un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro, un terzo del quale viene estinto alla nascita del secondo figlio, e i cui gli interessi vengono cancellati alla nascita del terzo bambino.

Infine, il varo di prestiti agevolati per famiglie con almeno due figli per permettere l’acquisto di una casa. Senza parlare degli aiuti economici che, per ogni nuovo nato, porterebbero 3 mila euro in più a famiglia.

Ma Salvini fa di più e promette che se passasse questa proposta, ci sarebbero “tantissimi aiuti, incentivi economici veri: la donna dopo il terzo figlio diventa un soggetto fiscale molto ridotto, dal quarto figlio non lo è più, insomma la flat tax applicata alle famiglie. E poi ci sono congedi parentali estesi addirittura anche ai nonni”.

Tutto molto bello, ma a questo punto sorgono tre domande: dove si prenderanno i soldi per fare tutto questo? E poi, il destino delle donne sarà quello di stare a casa coi figli? E’ così che si pensa di far fronte alla crisi del lavoro, liberando i posti occupati dalle donne per assegnarli agli uomini? E infine: e le famiglie arcobaleno?

Sembra che le lancette dell’orologio potrebbero scorrere all’indietro. E’ questo che vogliamo davvero?

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FOCUS: MONKEYPOX, COVID E HIV, PRIMO CASO IN ITALIA DI COINFEZIONE

E’ stato tracciato il primo caso in Italia di coinfezione da Monkeypox, HIV e Covid. Si tratta di un uomo che lo scorso 6 luglio si è presentato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Catania, lamentando diversi disturbi.

Dopo essere rientrato da un viaggio in Spagna, che aveva fatto tra il 16 e il 20 giugno, l’uomo ha iniziato ad avere febbre, mal di testa, infiammazione all’inguine e mal di gola, sintomi sviluppati dopo 9 giorni dal rientro, dichiarando inoltre ai sanitari di aver avuto rapporti sessuali non protetti con alcuni uomini.

L’uomo ha poi manifestato anche un rush cutaneo, iniziato da un braccio e poi avanzato a tutto il corpo, circostanza che lo ha portato a recarsi in ospedale con urgenza.

Il primo virus a dare esito positivo alle analisi è stato il Covid-19, nonostante le vaccinazioni fatte dal paziente; poi, è stata scoperta la presenza del Monkeypox e infine HIV, al quale l’uomo era stato dichiarato negativo solo un mese prima, in sede di precedente accertamento.

“Il nostro caso sottolinea che i rapporti sessualipotrebbero essere la modalità di trasmissione predominante soprattutto considerando il vaiolo delle scimmie”, hanno dichiarato i ricercatori. Il paziente è stato dimesso dopo essersi negativizzato al Covid e al Monkeypox, che gli ha lasciato solo una piccola cicatrice.

Ad oggi i casi registrati in Italia sono 714, un trend in salita a causa del quale è consigliato caldamente l’inoculazione del vaccino. Per le prenotazioni e le modalità: https://www.salute.gov.it/portale/malattieInfettive/dettaglioNotizieMalattieInfettive.jsp?menu=notizie&id=5907

Il Monkeypox non è una malattia a trasmissione esclusivamente sessuale, bensì si diffonde attraverso il contatto con i soggetti positivi. E’ necessario specificarlo affinché non si assista allo stigma sociale subito dalla comunità gay nei primi anni di diffusione di HIV.

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La Roma in 100 cm quadrati di Tina Loiodice

Al via l’edizione numero 8 di “Roma in 100 cm quadrati”, mostra ideata dall’artista capitolina  Tina Loiodice, che espone le sue opere e quelle di altri 57 artisti.
La mostra di tiene fino al 1 settembre presso Il Laboratorio, in via del Moro 49 a Trastevere, Roma. Dal 6 al 17 settembre sarà possibile ammirare le opere presso la galleria ZA Urban studio, in via degli Equi 44 a Roma S.Lorenzo.

@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
@Photo Stefania Catallo
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@Photo Stefania Catallo
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Tina Loiodice – @VIDEO Stefania Catallo

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UNA CAMPAGNA ELETTORALE SULLA PELLE DELLE DONNE – FDI DIFFONDE E POI OSCURA IL VIDEO DELLO STUPRO DI PIACENZA

Il video postato da Meloni, riguardante lo stupro sulla donna ucraina commesso dall’uomo ghanese, ha sortito l’effetto desiderato: attirare l’attenzione e accendere gli animi.

La ricetta di Cesare “dividi et impera”, si è dimostrata ancora una volta vincente. Perché Meloni, e anche tutti gli altri politici, hanno potuto vedere come gli elettori si siano azzannati, facendosi così i conti di quanti voti si potevano accumulare.

La gravità della diffusione del video va ben oltre il concetto di razza, tema molto caro alle destre; l’uomo nero possiede la donna bianca, ribadendo il concetto di primitivismo sessuale e culturale, e demarcando la differenza tra immigrato dall’Africa e immigrata dall’Europa dell’est. Ma ben più pericoloso, diventa lo svelamento della violenza carnale, trattata come uno snuff movie, e che sembra dire: vedete cosa succede durante uno stupro? E vedete adesso chi sono gli stupratori?

La riservatezza garantita alle donne dai centri antiviolenza è stata spazzata via. La protezione della privacy della donna stuprata – che magari ha dei figli, una famiglia, degli amici, dei colleghi, insomma una vita sociale come tutti – è stata calpestata. Forse Meloni ha chiesto l’autorizzazione alla pubblicazione del video? Perché se non lo avesse fatto, esiste una legge per la protezione della privacy, che in quanto materia giuridica, prevede delle sanzioni. In caso contrario, ci piacerebbe visionare le autorizzazioni concesse, sempre per cortesia ovviamente.

Demolire le mura dei centri antiviolenza portando la nudità psicologica delle donne al pubblico sguardo, significa attentare all’esistenza di queste strutture. Dove mai si potranno sentire protette, ora?

In casa forse? Dove percentualmente avvengono di più le violenze? Coi loro compagni o mariti, magari italiani o bianchi? Le statistiche dicono che sono proprio sono i maggiori abusanti, basta andare sul sito del ministero degli Interni e fare una ricerca.

Come direttrice di The Women’ Sentinel, voglio scusarmi pubblicamente con la donna stuprata, per come certa stampa ha trattato lei e tutte le altre che, loro malgrado, diventano un mero strumento elettorale e delle quali, a urne chiuse, nessuno si cura più di tanto, salvo gli addetti ai lavori e altre rare eccezioni.

Stefania Catallo

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IL TALENTO DI MRS. LOIODICE – I DIPINTI, GLI OGGETTI, I MURALI DI TINA LOIODICE

La tigre disegnata da Tina Loiodice guarda intensamente i passeggeri, dal muro della stazione San Giovanni della metropolitana di Roma. Gli occhi del felino sembrano invitare a non abbassare mai la guardia, mentre al piano di sotto “Matrix divina”, una donna dai tratti botticelliani accompagna la discesa alle scale mobili. Ma queste non sono che due delle tante opere nate dal talento e dalla fantasia di Tina, artista capitolina con all’attivo una lunga carriera e tante collaborazioni importanti, ad esempio con Fendi, per la quale ha creato e dipinto dei ventagli realizzati come omaggio alle signore intervenute all’inaugurazione dello store di Forte dei Marmi, un paio di anni fa.

Martedì 23 agosto si terrà il vernissage della collettiva “Roma in 100 cm quadrati”, che l’artista propone con successo da molti anni. La mostra si è tenuta anche nel 2020, annus horribilis della pandemia, quando sembrava che le arti fossero state quasi accantonate in nome di altre, più pressanti, esigenze. Ma niente ha la capacità di continuare a vivere come l’arte, e seppur tra molte difficoltà, ha resistito e portato frutto.

Tina Loiodice quali sono stati secondo lei i cambiamenti nell’arte, durante e dopo il Covid?

“L’esperienza del Covid, così inaspettata e unica nella sua drammaticità, ha inevitabilmente segnato e cambiato ognuno di noi. Per gli artisti di ogni settore è stato un periodo di fermo forzato, di tempo sospeso che ci ha dapprima scioccato e poi immobilizzato. Ma l’arte non è fatta per stare a guardare: è partecipazione, è dirompente, è vita e ha bisogno di esprimersi. Dopo un primo momento di insolita e innaturale stasi, è tornata a farsi sentire e vedere; gli artisti hanno utilizzato il web, e alcuni street artist hanno continuato le loro incursioni sui muri immortalando, come Harry Greb ha fatto su un muro di Trastevere, la nuova condizione di reclusi in casa degli umani, subito dopo il decreto della chiusura: mettendo in gabbia gli uomini, e fuori un panda libero che li guarda.

Anche per molti altri artisti, il tema della pandemia e i simboli in cui è identificata sono diventati il tema principe: abbiamo visto più mascherine dipinte sui muri che per terra. Il post Covid ha poi visto un’intensa attività artistica, e c’era da aspettarselo: la ripresa dei festival di street art è vivacissima e sta producendo lavori notevoli dove il tema della rinascita, dell’attenzione alla salvaguardia del pianeta, fino ai temi di attualità è molto intensa. Il Covid è stato uno shock e l’arte sta rispondendo con una produzione senza pari e di qualità”.

Come nasce la sua arte? Quali sono gli artisti ai quali si ispira?

“Io amo definire la mia arte emozionale. Per me ogni luogo ha una sua storia, una sua essenza, quella che i romani definivano genius loci ossia lo spirito del luogo. Quando devo intervenire su un muro, l’ emozione che mi trasmette il luogo diventa l’energia trainante e ispiratrice che mi guida prima nella stesura del bozzetto, e poi nella sua realizzazione. Nutro un rispetto profondo per i luoghi e i loro abitanti: il mio intervento deve essere armonico e integrato al contesto, qualunque sia il tema trattato. Non mi ispiro a un artista in particolare: amo studiare l’arte di tutti e spesso, per capirne l’essenza e il processo di esecuzione, seguo uno studio di copiatura per capire la composizione e le stesure di colore con cui l’autore ha realizzato la sua opera. Mi immedesimo nei suoi gesti e a volte rielaboro con mie interpretazioni gli originali. E’ così che sono nati i miei Pinocchi d’autore”.

Secondo lei l’arte riceve un’attenzione sufficiente da parte delle istituzioni?

“La mia risposta è già in parte nella domanda: è proprio quel sufficiente che ci dice già molto. Comunque, negli ultimi anni l’interesse delle istituzioni si è inevitabilmente acceso verso il mondo della street art, che è diventato un movimento artistico universale come mai era successo per altri precedenti movimenti artistici. La regione Puglia per prima, e a seguire la regione Lazio, hanno studiato e varato una legge regionale che con bandi pubblici finanzia e regolamenta i progetti artistici di street art. Riguardo alla regione Lazio, grazie al progetto “Selci visionaria”, ho creato il mio ultimo murale intitolato “Le radici dell’olivo”, vincitore del bando regionale “Un paese ci vuole”.

Come voto, siamo comunque ancora al sufficiente, ma molto ci sarebbe da fare per sostenere l’arte e gli artisti: in altri Stati europei, senza andare troppo lontano nel mondo, gli artisti sono considerati delle risorse per la cultura e la crescita del Paese, e ricevono sussidi o veri e propri stipendi per portare avanti la loro ricerca e produzione artistica.

Roma in 100 cm quadrati” è la mostra che lei inaugurerà il 23 agosto a Roma. Come è nata l’idea di questo evento?

“La mostra “Roma in 100 cm quadrati” è arrivata già alla sua ottava edizione; l’idea nasce a Trastevere otto anni fa, in quello che fino a prima della pandemia era il mio spazio atelier, ossia la galleria Spazio40. All’epoca io realizzavo delle piccole tele 10×10: da qui il titolo, perché 10×10 fa appunto 100 cm quadrati. I dipinti erano dedicati a Roma e ai suoi monumenti, e riscuotevano un notevole interesse da parte dei nostri visitatori, per lo più turisti internazionali. Ne avrò riprodotti a centinaia, perciò ho pensato: perché non chiedere a altri artisti di cimentarsi nel piccolo formato a tema Roma e farne una mostra che diventi un appuntamento annuale? E così è stato. Ogni anno il tema è su Roma, ma anche su avvenimenti che hanno interessato la città, come quando, nel 2016, il M5S vinceva le amministrative a Roma e Raggi diventava sindaca: il titolo della mostra fu “Roma sotto le Stelle” . Nel 2017, anniversario della nascita di Roma, la mostra esponeva il numero 2770, appunto gli anni di Roma. Poi, legata al tema del Coronavirus, facemmo “Roma in 100 cm quadrati al tempo del Coronavirus” e nel 2021 “La resilienza”. Quest’anno riproporremo il tema classico e vedremo cosa proporranno gli artisti in questa occasione”.

La mostra “Roma in 100 cm quadrati” sarà inaugurata martedì 23 agosto alle 19 presso la Galleria Il Laboratorio in via del Moro 49 a Roma Trastevere. Successivamente, il 9 settembre alle 19 ci sarà una seconda inaugurazione, presso Z A Urban studio in via degli Equi 44 a Roma San Lorenzo, dove le opere saranno presenti fino al giorno 17 settembre.

Stefania Catallo

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LA STORIA DI SALMA AL SHEBAB – CONDANNATA A 34 ANNI DI CARCERE PER UN TWEET

Siamo nel 2022, eppure esistono ancora Paesi nei quali sembra di vivere in pieno Medioevo. L’Arabia Saudita non è un luogo inclusivo per le donne, e con la condanna a 34 anni di Salma al Shebab per un tweet, sembra essere la conferma di un clima altamente repressivo e controllante.

Salma al Shebab è stata condannata a 34 anni di carcere più altri 34 di divieto di viaggio, per aver aperto un account Twitter ma ancor di più, per aver ritwittato e seguito attivisti per i diritti umani e dissidenti verso l’Arabia Saudita.

Al Shebab (che ha 34 anni, e quindi è stata condannata a due volte tanto la sua età attuale), madre di due figli e studentessa all’Università di Leeds, era rientrata in Arabia Saudita per una vacanza, dove venne arrestata il 15 gennaio 2021, subendo 285 giorni di interrogatorio. La condanna, inizialmente di tre anni, per “aver utilizzato Internet per provocare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale”, come spiegato nella sentenza, si è vista oltre che decuplicata in appello. Il tribunale speciale saudita per i terroristi, ha comminato la pena con questa motivazione, come riportato dal Guardian, che ne ha potuto visionare la traduzione: “Salma al Shebab avrebbe aiutato coloro che cercano di causare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale seguendo i loro account Twitter e ritwittando i loro tweet”.

Ovviamente la vicenda ha avuto una grossa eco all’estero e soprattutto in Gran Bretagna, dove si trovano molti dissidenti. Questo accade subito dopo la visita in Arabia Saudita del presidente USA Biden, e la vicenda sembra avvalorare le tesi sull’ulteriore giro di vite ai diritti umani e alla comunicazione via Twitter da parte del principe Mohammed Bin Salman, piattaforma social della quale ha una partecipazione indiretta tramite il fondo sovrano saudita, il PIF (Public Investment Fund).

Altro che Rinascimento saudita, come decantato da un noto politico italiano: qui sembra di essere in una vera e propria repressione, incipriata coi petrodollari e le città vetrina sul Golfo Persico.

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L’OROSTORNELLO – OROSCOPO IN STORNELLI

di Luna de Roma, canta Remy

Al via l’Oroscopo in stornelli, una previsione tra il serio e il faceto dedicata alle nostre lettrici e ai nostri lettori. Ispirandosi agli stornelli di Anna Magnani in Mamma Roma, il nostro magazine vi propone uno esempio dell’ironia romana, pungente e salace. Buona lettura e buon ascolto!

L’Orostornello

Ariete: fiore d’argento, se non te rompi le corna non sei contento…

Toro: fior de bugia, non ce pensà e lascia sta la gelosia

Gemelli: fior de calosce, beato a chi ve riconosce!

Cancro: fior de sterlizia, dateve da fa e basta co sta pigrizia!

Leone: fiore d’assenzio, chiùdete un po’ sta bocca e fa silenzio…

Vergine: fior de zucchina, la voi finì de fa la precisina?

Bilancia: fiore de salciccia, a settembre vai in palestra e addio alla ciccia

Scorpione: fior de melone, comincia a ragionà e non fa il ……..

Sagittario: fior de corteccia, attento a dove stai a tirà sta freccia

Capricorno: fiore de vischio, e buttate che tanto non c’è rischio!

Acquario: fiore de pesco, se aspetti che ti chiama puoi stà fresco.

Pesci: fiore d’alloro, stateve zitti che il silenzio è d’oro!

@AnnaMagnani nella scena degli stornelli in “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini

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TUTTA CASA E FAMIGLIA – IL PREMIO DI PUTIN ALL’UTERO FECONDO DELLE RUSSE

La considerazione di Putin per le donne passa dal famoso tavolo del 5 marzo scorso assieme alle hostess top model, con l’apoteosi della donna-trofeo, alla premiazione dell’utero fecondo delle russe.

Tra i corsi e i ricorsi storici, spicca una notizia passata apparentemente in secondo piano, che ricorda molto da vicino il passato del nostro Paese, quello che secondo alcuni candidati alle prossime elezioni ormai è morto e sepolto, ma neanche tanto.

Benito Mussolini, in un discorso tenuto a Potenza nel 1936, dichiarò: “I popoli con le culle vuote non possono conquistare un impero. Hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra. I popoli virili nel senso più strettamente letterale”.

Parole queste che sembrano aver sortito una grande fascinazione sul presidente della Federazione Russa Putin, che ha deciso di premiare le donne che daranno alla luce almeno 10 figli, con una tantum di 1 milione di rubli, ossia 16 mila euro, concedendo ad esse il titolo di “Madre Eroina”. La decisione è stata resa nota con un decreto pubblicato sul portale ufficiale di informazioni legali, e citato dall’agenzia Tass.

Tuttavia non si tratta di una novità, ma del ripescaggio di un incentivo che era entrato in vigore nella vecchia URSS a partire dal 1944, per essere poi abolito alla sua caduta, nel 1991. Il presidente russo, con questa misura sembra fare un passo avanti nella ricostruzione della a lui cara Unione Sovietica, nella quale aveva trovato collocazione e motivazione di essere.

C’è un però: il premio verrà elargito solo al compimento del primo anno di vita del decimo figlio, e solo se gli altri nove a quella data, saranno ancora in vita.

La decisione di porre queste condizioni apre quindi diversi interrogativi: anzitutto, quali sono i dati sulla mortalità infantile in Russia? Le stime parlano di circa il 5%, un trend in decrescita se confrontato con i dati relativi agli anni precedenti. (https://www.macrotrends.net/countries/RUS/russia/infant-mortality-rate#:~:text=The%20current%20infant%20mortality%20rate%20for%20Russia%20in,1000%20live%20births%2C%20a%203.43%25%20decline%20from%202019)

Ma più in generale, qual è l’aspettativa di vita nella Federazione? I russi vivono in media 70 anni e questo, unito al calo demografico, fa sì che il Paese invecchi velocemente. In confronto all’Europa, si tratta di una cifra molto bassa, se pensiamo che i nostri settantenni sono ancora arzilli e attivi; tuttavia, bisogna tener conto dei danni provocati dal Covid nella Federazione Russa, dell’alimentazione spesso scarsa, e delle malattie che, come è successo per la pandemia, non vengono curate adeguatamente.

Quindi la ricetta di Putin è incrementare le nascite con dei premi per avere più giovani nella prossima generazione. Magari così si rimpingueranno le fila dell’esercito, che si stanno assottigliando per la guerra in Ucraina.

Auguri e figli (almeno dieci, però!).

Stefania Catallo

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VOCI DI SAVERIO GIANGREGORIO

Al via la rubrica quindicinale di Saverio Giangregorio, che farà il punto sulle principali questioni politiche e di attualità. In questo primo appuntamento, si parla di crisi energetica, di gas e di Egitto

VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO (CRISI ENERGETICA – GAS -EGITTO)

Agli egiziani verrà tagliato il gas fino al 15%, gas che serve a produrre l’elettricità.

Questo, nonostante la scoperta del più grande giacimento del Mediterraneo.

Questo, per permettere ad Al Sisi di fare cassa: e noi siamo tra i suoi clienti, visti i 3 miliardi di metri cubi che ci venderà nel 2022, per sopperire alla mancanza del gas russo.

Questo, vista la grave crisi economica in cui versa l’Egitto da anni.

Però mi chiedo: questo taglio verrà applicato anche alle Forze di Sicurezza, che di elettricità pare ne facciano uso durante gli interrogatori?

(Fonte: https://www.reuters.com/business/energy/egypts-cabinet-approves-plan-ration-electricity-save-gas-export-2022-08-11/ )

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FOCUS MONKEYPOX

NASCE “FOCUS MONKEYPOX” O VAIOLO DELLE SCIMMIE

I DATI CORRETTI PER UNA CORRETTA INFORMAZIONE

Con l’apertura di Focus Monkeypox, il nostro magazine diffonderà i dati settimanali diffusi da OMS e Ministero della Sanità, impegnandosi a dare un’informazione reale e veritiera sulla malattia.

Aggiornamento numero dei casi in Italia al 12 agosto: sono 644, con un aumento di 45 unità in 3 giorni. ( https://www.adnkronos.com/vaiolo-delle-scimmie-in-italia-45-casi-in-3-giorni_1dtkZpVptlWZfek80zhvCP )

E’ inutile negarlo: il vaiolo delle scimmie fa paura. I dati riguardanti la malattia sono in continua espansione, tuttavia è necessario essere obiettivi e conoscere la realtà per non alimentare il panico e la cattiva informazione, e soprattutto lo stigma sociale, che è il vero pericolo legato alla patologia. Ne abbiamo già visto le conseguenze apocalittiche durante gli anni ’80, quando l’AIDS fece il suo esordio sulla scena medica mondiale. Il 23 luglio 2022 l’OMS ha dichiarato il vaiolo delle scimmie (Monkeypox) “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC)”.

Monkeypox: i dati ufficiali OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato un aumento dei casi di vaiolo delle scimmie pari al 19,3% nella settimana dal 1 al 8 agosto, con il Brasile che ha registrato il maggior incremento di diffusione della malattia.

Secondo i dati diffusi, i 10 Paesi con il maggior numero di casi sono:

USA 9.460

Spagna 5.270

Regno Unito 3.017

Francia 2.601

Brasile 2.415

Canada 1.008

Olanda 959

Portogallo 710

Italia 599

Inoltre, altre nazioni hanno registrato i primi casi, ossia: Guadalupe, Guatemala, Lituania, Saint Martin, Moldavia, Groenlandia.

Il profilo tracciato da OMS

Secondo l’OMS, il 98,7% dei contagiati in totale, sono maschi dell’età media di 36 anni. Di questi, solo una piccolissima percentuale riguarda i minorenni, ovvero lo 0,1% dei bambini da 0 a 4 anni, e lo 0,5% tra 0 e 17 anni. Quindi, a parte pochissimi casi, è una malattia che riguarda gli adulti.

In base alla profilazione OMS, attraverso l’incrocio tra il numero dei casi e i dati noti sull’orientamento sessuale, il 97,2% si è identificato come “uomini che hanno rapporti sessuali con uomini”.

Tuttavia, sono stati registrati anche 351 casi di infezione tra gli operatori sanitari, sui quali si sta indagando per capire se il contagio sia avvenuto in ambiente medico.

Le fake news e i messaggi discriminatori

Il Ministero della Salute ha dichiarato: “Attorno a questo focolaio di vaiolo delle scimmie sono circolati messaggi che stigmatizzano alcune comunità. Tutti possono ammalarsi: chiunque abbia un contatto stretto di qualsiasi tipo con un caso di vaiolo delle scimmie è a rischio. In secondo luogo, stigmatizzare le persone a causa di una malattia è inaccettabile. Lo stigma può solo peggiorare le cose e ostacolare la lotta al virus”. Come più volte ribadito dal nostro magazine, la corretta informazione può fare la differenza nella diffusione della malattia.

Le uniche armi davvero efficaci sono la prevenzione e il vaccino: è altresì importante, come nel caso di qualsiasi malattia di tipo infettivo, dichiarare al proprio medico le condizioni di salute in cui si versa senza vergogna e senza paura di essere discriminati o “schedati”. Non farlo significa mettere a rischio tutti coloro coi quali siamo in contatto. Quindi, è assolutamente necessario dimostrare senso di responsabilità. Sul sito del Ministero della Salute sono riportate le modalità di vaccino e i punti vaccinali per regione (www.salute.gov.it).

Paola Corneli, presidente di Agedo Roma (www.agedo.roma.it),

associazione genitori di figli omosessuali, invia un messaggio ai nostri lettori per sfatare dal pregiudizio le modalità di trasmissione del monkeypox.

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EDITORIALE – SUL SERIO VOGLIAMO BERLUSCONI NELLE STANZE DI PERTINI?

Il vecchio sogno nel cassetto del cavalier Berlusconi, ovvero quello di salire al Quirinale da Presidente della Repubblica, non è mai tramontato. Durante un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Radio Capital, il cavaliere parlava delle eventuali dimissioni di Mattarella, nel caso fosse stata approvata la sua proposta di riforma sull’elezione del Presidente. Ecco le sue parole.

“E’ dal 1995 che io ho proposto il sistema presidenziale; tra l’altro l’ho fatto in un discorso che ho tenuto nell’aula di Montecitorio. E’ un sistema perfettamente democratico, che anzi esalta la democrazia consentendo al popolo sovrano di scegliere direttamente da chi vuole essere governato”. E continua: ”Se entrasse in vigore questa riforma, penso che sarebbero necessarie le dimissioni del Presidente Mattarella per andare alle elezioni dirette di un nuovo Presidente che, guarda caso, potrebbe essere lui”.

Alla luce delle quirinalie dello scorso gennaio, sembra evidente che il desiderio di Berlusconi non si sia mai spento, anzi.

Ma è davvero questo il desiderio degli italiani? Vogliono davvero il cavaliere al Colle, nelle stesse stanze di Pertini? E, mi chiedo, come mai siamo caduti in questo lungo sonno, dal quale potremmo risvegliarci privi di molte certezze acquisite? Se la politica è lo specchio del Paese, è questo che siamo diventati? Ed è davvero questa la politica che vogliamo? Sul serio?

Video Repubblica.it – Dossier Elezioni 2022 – Berlusconi, se passa il presidenzialismo Mattarella si dovrebbe dimettere

https://video.repubblica.it/dossier/elezioni-2022-video/berlusconi-se-passa-il-presidenzialismo-mattarella-si-dovrebbe-dimettere/422842/423795

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AFGHANISTAN OGGI: NON E’ UN PAESE PER DONNE

L’Afghanistan del 2022 e le donne: con l’intervista a Samira, profuga a Roma, continua il viaggio del nostro magazine nella realtà di un Paese da un anno in mano ai Talebani.

Samira – nome di fantasia per proteggerne l’identità – è una delle donne che sono riuscite a uscire dall’Afghanistan nell’agosto del 2021, prima della chiusura degli aeroporti e dell’abbandono del Paese da parte delle forze internazionali. Abitava a Kabul, dove lavorava ed è arrivata in Italia con un volo umanitario e fa parte di un gruppo di persone che vivono a Roma. Malgrado la distanza, si batte per quelle donne che sono rimaste nel Paese, ormai da un anno sotto il dominio talebano. Le parole sono importanti, e Samira ha scelto di parlare di dominio e non di governo perché, dice: “Noi non abbiamo più diritti, stiamo diventando invisibili e questa non è la democrazia che i Talebani avevano dichiarato di voler istituire nella nazione”.

Le donne afghane rifugiate in Italia non hanno molta voglia di parlare. Si temono ritorsioni verso le famiglie restate in patria: ci sono stati già molti arresti e pestaggi. Per questo la testimonianza di Samira è preziosa.

Un anno fa, Kabul era una città vivace. Niente a che vedere con una città europea, però era pur sempre una capitale ricca di storia e cultura, sede di scuole e università, dove negli ultimi venti anni si erano consolidati diritti fino a quel momento impensabili per una donna. Le cose però erano, e sono tuttora, diverse nelle aree interne e rurali, laddove il fermento culturale non era arrivato; in quei luoghi sembra che non ci sia stato cambiamento alcuno, come se i secoli non fossero passati e il tempo sia solo un’espressione linguistica. Ora, a un anno dall’insediamento dei Talebani, le cose sono molte diverse. Le donne sono state spogliate dei diritti acquisiti e fatte regredire di decenni, in nome dell’ integralismo, quando invece si tratta solo di sopraffazione e misoginia. Tutto il contrario di quello che avevano dichiarato i Taliban, quando avevano parlato di una nuova e moderna generazione al potere.

Roma – Afghanistan Black Day

Samira, qual è la situazione in Afghanistan, oggi?

“La situazione è molto grave, e quel poco che trapela all’estero non basta a descriverla. Se parliamo delle donne, delle mie sorelle, delle afghane, ci sono stati tolti i diritti fondamentali. Il diritto allo studio è stabilito solo fino a poco più delle scuole medie italiane. Dobbiamo indossare sempre il velo integrale; possiamo lavorare solo come medico o infermiera, e neanche in tutti gli ospedali. Non possiamo più uscire dal sole se non accompagnate da un mahram, ossia un parente di sesso maschile. Ci è proibito ridere, ascoltare musica, andare in bicicletta, fare sport. I Talebani ci hanno paralizzate e noi non possiamo cambiare la situazione, da sole. L’Afghanistan non è più un Paese per donne”.

Le proteste che abbiamo visto sulle televisioni hanno avuto delle conseguenze?

“Si. Le donne che hanno sfilato per rivendicare i loro diritti sono state perseguitate dai Taliban. Alcune sono state portate in carcere, picchiate e minacciate di morte assieme alle loro famiglie. Ci provano a resistere, ma è molto dura”.

Avete ricevuto sostegno dalla comunità internazionale?

“(Ride) Sostegno? Se intende quello delle persone comuni e di organizzazioni civili come Emergency, Amnesty e quelle per i diritti delle donne, allora si, lo abbiamo avuto. Però il sostegno non c’è da parte dei governi mondiali. Si sono dimenticati di noi, oppure fanno finta di non vedere perché qui hanno i loro interessi. Quando i Talebani hanno preso l’Afghanistan hanno promesso di aiutarci, hanno detto che avrebbero tenuto la situazione sotto osservazione, che non ci avrebbero abbandonato e che si sarebbero battuti affinché nessun diritto conquistato dalle donne venisse calpestato. E invece siamo prigioniere nelle nostre case, nella nostra terra, dimenticate”.

Vuole mandare un messaggio alle nostre lettrici e ai nostri lettori?

“Non so quanto verrò ascoltata, però vorrei dire: non dimenticateci. Non lasciateci da sole, fate informazione, parlate di noi, partecipate ai nostri sit in, altrimenti saremo destinate a scomparire”.

Stefania Catallo

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VAIOLO DELLE SCIMMIE. SI ALL’ INFORMAZIONE, NO ALLA DISCRIMINAZIONE

Il nostro magazine apre un focus sul monkeypox, cercando di fare luce su quanto c’è di vero nell’informazione sul virus.

Il vaiolo delle scimmie non è storia medica recente. Il monkeypox è una zoonosi virale, ossia un virus che viene trasmesso dall’animale all’uomo, la cui diffusione è iniziata oltre cinquant’anni fa, precisamente nel 1970, quando un bambino congolese di 9 anni presentò i primi sintomi della malattia, sebbene in quel Paese il vaiolo fosse stato eradicato nel 1968. Come sia avvenuto il passaggio del patogeno dall’animale all’uomo, non è ancora chiaro: sembra che potrebbe essere stato concomitante a un’epidemia di varicella, che secondo l‘OMS ne avrebbe favorito e rafforzato la diffusione.

Dopo il 1970, il vaiolo delle scimmie colpì diverse aree dell’Africa, fino a scatenare nel 2017 un’epidemia in Nigeria, con circa 200 casi confermati. A parte gli addetti ai lavori, la notizia passò quasi inosservata, fin quando il virus arrivò, a partire dal 2018, anche in Israele, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti – dove era già attivo dal 2003 -, ed Europa, scatenando l’allarme di questi giorni.

Come si trasmette?

​Il morso e il consumo della carne dell’animale infetto provoca la trasmissione del virus, così come il contatto col suo sangue e i suoi fluidi. Ma, cosa ben più importante, è che l’OMS dichiara:MPXV, può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con lesioni o oggetti condivisi”. Il decorso della malattia inizia con sintomi di spossatezza, febbre, ingrossamento dei linfonodi e continua con l’eruzione cutanea. Sembra che coloro che sono stati vaccinati contro il vaiolo, campagna terminata però nel 1980, possano mostrare sintomi più lievi o addirittura non essere infettati. Nella maggior parte dei casi, la malattia ha comunque un esito benigno.

La necessità di avere dati certi e reali e il pericolo della discriminazione.

Ma se il vaiolo delle scimmie non è una malattia che colpisce solamente i gay o la comunità LGBTQ+, allora perché è iniziata una campagna mediatica che li vede nel centro del mirino? Come mai si raccomanda la prevenzione, il monitoraggio, la cura e la somministrazione del vaccino soprattutto “a uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini o di tipo promiscuo e comunque omosessuale”?

Tutto è iniziato da questa dichiarazione di Hans Kluge, direttore OMS per l’Europa: “Il rischio maggiore di contrarre il vaiolo delle scimmie è più alto tra uomini che hanno rapporti sessuali tra uomini. Questo può essere un messaggio difficile, ma esercitare cautela può salvaguardare te e la tua comunità più ampia”. Inoltre, il primo dubbio sul come si sia diffuso il virus è emerso riguardo al Gay Pride Maspalomas a Gran Canaria, tenutosi dal 5 al 15 maggio con una partecipazione di circa 80 mila persone, dove si pensa potesse essere presente un elemento infetto e dopo il quale è stato rilevato un cluster sull’isola. Tuttavia, visto che si tratta di una meta turistica, è impossibile stabilire se l’epidemia si sia sviluppata al Gay Pride o in una delle altre numerosissime feste che vi si tengono. Si ha però la certezza riguardo al paziente zero italiano, un ragazzo rientrato da una vacanza alle Canarie e presentatosi allo Spallanzani di Roma a metà maggio con i sintomi della malattia. Tuttavia, non esistono certezze sul dove e quando l’epidemia abbia avuto inizio, né chi sia il veicolo umano che per primo abbia diffuso il vaiolo delle scimmie in Europa.

ALEX MARIANI presidente di BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO

Nella circolare del 5 agosto 2022, emessa dal Ministero della Salute (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2022&codLeg=88498&parte=1%20&serie=null), sono riportate le linee guida di intervento e le categorie a rischio contagio. Se davvero si tratta di un virus particolarmente attivo nelle comunità LGBTQ+, è però assolutamente necessario evitare lo stigma sociale che ricadde su coloro che vennero contagiati dall’HIV nei primi anni di diffusione della malattia. Stigma che potrebbe spingere le persone contagiate a non dichiararlo, oppure a non richiedere la vaccinazione per paura di essere additate o “schedate” in base al loro orientamento e alle loro scelte sessuali.

Secondo ECDC (European Centre for Desease Prevention and Control) i casi in Italia al 8 agosto sono 545, ponendo il nostro Paese al sesto posto dopo Spagna (4 942), Germania (2 887), Francia (2 423), Olanda (959), Portogallo (710). Intanto, è iniziata in questi giorni la campagna per la somministrazione del vaccino, che rappresenta la migliore forma di difesa dal virus, alla quale si può aderire prenotandosi sul sito del Ministero della Salute.

Stefania Catallo

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AFGHANISTAN 2022: ANNO UNO DELL’ERA TALEBANA

“La guerra genera guerra, un terrorismo contro l’altro, tanto a pagare saranno poi civili inermi”. Gino Strada.

Afghanistan: cosa sta succendendo nel Paese?

L’immensa attenzione mediatica rivolta alla guerra in Ucraina, certamente dovuta anche alle varie dipendenze economiche dell’Europa e dell’Italia rispetto a quell’area geografica, ha messo in secondo piano le notizie dall’Asia Centrale.

Manifestazione per l’Afghanistan a Roma il 21 Agosto 2021 @Stefania Catallo

Un anno fa, il 15 agosto del 2021, i Talebani prendevano il potere conquistando Kabul e rovesciando il governo. Dopo 20 anni, una nuova generazione di integralisti islamici si insediava, dichiarando al mondo che nessun diritto acquisito fino a quel momento sarebbe stato cancellato o messo in pericolo. Ci tenevano, i nuovi taliban, a marcare la differenza con quelli precedenti.

Il presidente Ghani prendeva la via della fuga insieme a decine di funzionari governativi, lasciando un Paese a se stesso. Prima della fine del mese, gli USA si ritiravano, insieme al Regno Unito, all’Italia e a tutte quelle missioni che fino a quel momento erano state in essere. iniziava la diaspora di intellettuali, artisti, sportivi, e gente comune che assaltava l’aeroporto di Kabul in preda al panico.

Quella che era, a detta dei talebani, quasi una rivoluzione gentile, si è trasformata in una regressione in nome dell’islamismo più estremo, e forse le prime a pagarne le conseguenze sono state le donne.

Diritti umani violati, Covid, terremoto, carestia, estromissione dai rapporti internazionali: questa è la situazione dell’Afghanistan a oggi. Senza contare la repressione verso i giornalisti e gli attivisti. Proprio in questi giorni poi, con un’azione di precisione chirurgica, gli USA hanno eliminato Al Zawahiri, leader di Al Qaida, colpito sul balcone di casa da droni della CIA.

Cosa sta succedendo nel Paese? E soprattutto, cosa i nostri occhi occidentali non riescono o non vogliono vedere?

Essere donna in Afghanistan

Il rapporto di Amnesty International intitolato “Morte al rallentatore: le donne e le bambine sotto il regime dei taleban”, dipinge la situazione attuale nel Paese. “Da quando, nell’agosto 2021, hanno assunto il controllo dell’Afghanistan, i talebani stanno violando i diritti delle donne e delle bambine all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, azzerando il sistema di protezione e sostegno per le donne che fuggono dalla violenza domestica, arrestando donne e bambine per minime infrazioni a norme discriminatorie e contribuendo all’aumento dei matrimoni infantili, precoci e forzati”, è dichiarato sul rapporto. Il ripristino del burqa, il divieto di accesso all’istruzione, l’obbligo di uscire accompagnate da un uomo: sono solo alcune delle limitazioni imposte da regime. Le proteste delle donne, laddove sono state coraggiosamente fatte, hanno portato alla repressione. Sempre Amnesty, che ha intervistato 90 donne e 11 bambine tra i 14 e i 74 anni nel periodo settembre 2021/giugno 2022, ha riportato una testimonianza tra le tante.

“Loro (le guardie talebane, ndr) venivano nella mia stanza e mi mostravano fotografie dei miei familiari, ripetendo: “Possiamo ucciderli e tu non potrai fare nulla. Non piangere, non fare la scena. Dopo che avevi preso parte alle protese, dovevi aspettartelò. Poi hanno chiuso la porta dietro le loro spalle e uno di loro ha iniziato a urlare: “Donna spregevole. L’America non ci dà i soldi per colpa di puttane come tè. Poi mi ha preso a calci, ferendomi alla schiena e al mento. Mi fa ancora male la bocca, provo dolore appena inizio a parlare”.

(https://www.avvenire.it/mondo/pagine/afghanistan-amnesty-rapporto-donne)

Inoltre, è bene ricordare il divieto per le donne di guidare l’automobile; il “consiglio” a restare in casa invece di lavorare; e non da ultimo, l’istituzione del Ministero per la soppressione del vizio e la promozione della virtù, che ha sostituito il dicastero per gli Affari femminili. E’ tuttavia indicativo il fatto che questo ministero era già attivo negli anni ’90 e venne chiuso nel 2001, a significare che un Paese deve essere capace di cambiamento, e non di un abile camouflage.

Covid, terremoto e carestia

Secondo il sito della Difesa,la situazione economica in Afghanistan sarebbe gravissima. Il rapporto UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan), parla di un Paese nel quale “circa 24,4 milioni di persone, ovvero il 59% della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria, rispetto ai 18,4 milioni dell’inizio del 2021.”

Il 3 aprile di quest’anno, i Talebani avevano vietato l’uso di oppiacei; sembra però che invece sia aumentata la produzione di metanfetamine ricavate dall’efedra, vegetale molto diffuso sul territorio e con maggior facilità di lavorazione. Anche il mercato dell’oppio pare abbia aumentato il suo volume d’affari, se è vero che la guerra in Ucraina ne abbia richiesto grosse quantità che, ovviamente, rappresentano un forte guadagno per i Talebani.

Il terremoto dello scorso giugno, di magnitudo 6,1, ha provocato il crollo delle case e la morte di oltre 250 persone. Una tragedia sull’altra, insomma. Senza parlare del Covid o di altre malattie delle quali si muore vista anche la situazione sanitaria afghana.

Ma in tutto questo, chi ci guadagna?

Assange affermava che “l’obiettivo in Afghanistan era sempre stato quello di lavare il denaro degli introiti fiscali di USA ed Europa tramite l’invasione del Paese, per poi metterlo nelle mani di una elite di sicurezza transnazionale”. Quel che è certo, però, è chele ricchezze minerarie afgane fanno gola a molti, disposti a far finta di non vedere ciò che accade. Intanto, continua l’opera diplomatica talebana per il riconoscimento del governo da parte degli Stati esteri: dall’incontro di Oslo nel marzo scorso, nulla è cambiato, ossia l’Unione Europea non ha comunicato decisioni al merito, e il Ministro degli Esteri Di Maio, si è dichiarato contrario al riconoscimento da parte dell’Italia. Il pressing più forte è quello verso il Pakistan e l’Arabia Saudita, ma per ora non si hanno notizie ufficiali in merito.

Come diceva Gino Strada “Con un ventesimo di quei soldi, l’Afghanistan oggi sarebbe una nuova Svizzera”. E invece no, e la situazione è sotto gli occhi di tutti, o per lo meno di chi vuol davvero vederla.

Stefania Catallo

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Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.