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IRAN CHIAMA, ROMA RISPONDE

Si stanno tenendo in questi giorni a Roma numerose manifestazioni e presidi contro la morte di Mahsa Amini, torturata e uccisa  dalla polizia morale iraniana per l’hijab messo male, della quale il nostro magazine si è occupato con un editoriale del 23 settembre (https://www.thewomensentinel.net/2022/09/23/mahsa-amini-il-velo-insanguinato/).
Alle proteste scoppiate nel Paese mediorientale, nelle quali sono state uccise altre donne, si sono unite le voci degli attivisti e degli studenti iraniani a Roma, riunitisi sotto l’ambasciata iraniana in via Nomentana.


Photos @FrancescaPerri

VIDEO https://www.facebook.com/francesca.perri.923/videos/480617580646151/

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DIO PATRIA E FEMMINICIDI DI STATO – VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DELL’AUTORE

Quanto sta accadendo in questi giorni in Iran deve preoccuparci e indignarci tutti.
Non è mai giustificabile uccidere una donna, figuriamoci se viene assassinata per un velo  indossato male dalla “polizia morale”.
L’assassinio di Mahsa Amini apre un nuovo confine sui diritti umani, dai quali dovremmo tutti prendere le distanze.
Non basta solo condannare, l’Occidente deve richiamare i propri ambasciatori in Iran come condanna contro quello che sta accadendo.
Come sostegno concreto a quelle donne che oggi stanno pagando un prezzo altissimo perché chiedono solo di essere libere.
Essere indifferenti alle loro richieste significa solo che altre donne moriranno perché indossano “male un velo”.
Un velo!
Personalmente abrogherei anche l’ora di religione nelle nostre scuole, perché o le insegni tutte, o continui a costruire muri verso gli altri.
L’unica religione che dovrebbe essere insegnata fin dall’asilo in Italia, a chiunque lo frequenti e a prescindere da dove provenga, dovrebbe essere la nostra Costituzione: libero culto in libero Stato, articolo 19, purché al di fuori delle scuole.
Diffido sempre di coloro che in nome di Dio brandiscono verità che suonano più di censura.
In Iran la religione è censura, e quanto sta accadendo lo conferma.
La gente invece vuole essere lìbera a qualsiasi latitudine e longitudine.
Internet in questo caso, i social media soprattutto, rappresentano un mezzo potentissimo per condividere questo bisogno naturale.
Non a caso il regime iraniano lo ha subito spento.
In ricordo di:

Masha.Amini, 22 anni.
Hananeh Kian, 23 anni.
Hadith Najafi, 23 anni.

Saverio Giangregorio.

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 QUI BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO – “PER QUESTO, PER ALTRO, PER TUTTO!”

Giovedì 8 settembre si è tenuta la convergenza tra il tavolo lavoro degli Stati Genderali lgbtqia+ & Disability, di cui faccio parte, e il Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze.
È stato un appuntamento importantissimo che voleva testimoniare un principio importante e fondamentale, che come comunità portiamo avanti dagli ultimi anni: del “love is love” ne abbiamo fin sopra i capelli! A noi interessa portare avanti un altro concetto, molto più importante: “lavoro is lavoro”, poiché “non facciamo i froci per mestiere”. Avere un lavoro è un diritto. Tale diritto dà poi l’accesso ad altri due importantissimi: il diritto all’abitare e il diritto alla salute.
L’ultimo caso di cronaca nera trans, quello di Cloe Bianco, ci ha spinto, con forza e determinazione, a portare avanti sempre di più questa lotta al diritto di esistere.
Eravamo una piccola delegazione: solo tre persone, di cui due uomini trans (io e Milo Serraglia) e un uomo omosessuale (Enrico Gullo).
Tra le persone relatrici della conferenza ci sono Tiziana DeBiasio, operaia in subappalto, e Mariasole Monaldi, una studentessa della rete dei collettivi universitari Studenti di Sinistra dell’Università degli studi di Firenze.
È importante che gli studenti siano stati lì accanto agli operai fin dall’inizio della protesta, perché si tratta di lottare anche per il loro futuro.
Quello che respiro in GKN è la compenetrazione: tutti sono parte di tutto.
C’è una grossa problematica che ci impaurisce da quando abbiamo dato il via a questo progetto: il linguaggio.
A volte il linguaggio crea divario. Ma è importante portare il nostro linguaggio nella lotta operaia, perché anche noi siamo operai. Ed è quindi estremamente importante che le richieste di diritti si intersechino e che vengano portate avanti con il giusto modo e le corrette parole. Nessuno però si sente di voler salire in cattedra e di fare un comizio. La decisione è quindi la più semplice: parlare di noi. Le nostre vite, i nostri trascorsi saranno il modo migliore per introdurre il giusto linguaggio e farlo capire a tutti i presenti. Anche a chi quelle parole le ha sicuramente sentite, ma nessuno si è mai degnato di spiegargliele e di fargli capire cosa significano nella vita di tutti i giorni.
Dopo l’introduzione da parte dell’operaio Mario Berardo Iacobelli, iniziano i nostri interventi.
Parte Tiziana che parla delle molestie sul lavoro subite dalle donne, il demansionamento degli uomini gay, il doppio lavoro domestico e salariato e una testimonianza personale.
La parola passa a Enrico, che tocca tanti i temi in modo incisivo e ragionato, sottolineando come tutto questo si mischia, si fonde e si confonde a nostro discapito e a vantaggio del padrone: il capitalismo che internalizza il patriarcato, la divisione di genere del lavoro, il doppio lavoro delle donne, la salarializzazione del lavoro di cura, le persone LGBTIQAPK+ come soggetto imprevisto: disciplinare e punire, il Diversity Management come “discriminazione positiva”.
Poi tocca a Milo che racconta quanto è una merda vedersi riconoscere la carriera alias solo perché la multinazionale per cui lavori come rider ha visto che fai il testimonial del Pride, continua su cosa significa essere out come persona trans, perdere il lavoro e continuare ad avere difficoltà a trovarlo. Insiste sul privilegio maschile nella divisione del lavoro di cura e nella percezione sul luogo di lavoro, sulla produttività come imperativo di performance del maschile.

A questo punto tocca a me. Panico. Cosa dico? La butto sul ridere: parlo delle parodie della mia vita. Racconto di come il pregiudizio e certi atteggiamenti si riflettano anche con la comunità LGBT+ «Il mondo dei trasporti è fatto di uomini e donne, ma chi comanda sono gli uomini. Essendo un lavoro maschile ed essendoci entrata come donna lesbica dichiarata divento “una di loro”, ma solo per poter parlare del culo delle mie colleghe e per farmi dire cose piccanti sul sesso lesbo, in modo da far sollazzare i colleghi maschi. Questa non è proprio una dimostrazione di “inclusione”». Sorridono e annuiscono, donne e uomini. So che sono cose che sanno tutti, ma quanto ci è permesso dirlo ad alta voce? Continuo sul diritto alla salute come diritto fuori e dentro al lavoro «ai dipendenti sono riconosciuti permessi per visite mediche per un massimo di 18 ore annuali, comprensive anche dei tempi di percorrenza di andata e ritorno al lavoro. Non è previsto un minimo, quindi significa che ogni azienda può decidere autonomamente quante ora di permesso concedere al proprio dipendente. Questo vuol dire anche che non c’è parità tra lavoratori, se in base all’azienda in cui sei hai diverse concessioni. Io sono un uomo trans e ho un percorso medico da seguire con tanto di visite mediche specialistiche, che si aggirano da un minimo di 2 arrivando anche a 4 all’anno, in base a diversi fattori. Io abito e lavoro in provincia di Milano e, purtroppo, devo per forza entrare in Milano per poter avere assistenza medica specializzata in questi percorsi. Questo significa che mi ci vuole minimo un’ora di percorrenza tra il lavoro e l’ospedale, più il tempo della coda per pagare il ticket, più il tempo della visita, più una seconda ora di viaggio per rientrare a lavoro. Nella mia azienda il monte ore per le visite è pari a 10. Capite bene che ne bastano due per esaurirle. Chiedere che il numero di ore aumenti o che, per lo meno, sia fisso al massimo consentito in ogni luogo di lavoro, non significa chiedere un privilegio per le persone trans, poiché di questo ne beneficerebbero tutti i lavoratori. Questo è il significato di lotta intersezionale: fare fronte comune, considerando che la lotta del singolo può diventare un “privilegio” per tutti. È per questo che è importante portare avanti una dialettica comune, non lasciando indietro niente e nessuno.
Ad esempio, c’è un grande assente stasera: il compagno operaio Marte Manca, un amico, uomo trans, vittima di un sistema di sub-appaltazione del lavoro, che ti chiude dentro a mille forme contrattuali al ribasso salariale e di diritti. Non poteva esserci perché ha un contratto che non gli permette di prendere permessi come ho potuto fare io. Ha un contratto che prevede che lui lavori poche ore alla settimana retribuite, ma che in realtà arrivano ad essere anche 50. Le ore in eccedenza non vengono pagate come straordinari, ma vengono accumulate come monte ore che poi verrà fatto usufruire alle persone come ferie e rol. In questo sistema fuori controllo, dove puoi collocare il diritto alla salute se già manca quello a una corretta retribuzione del lavoro? Dove puoi andare a inserire il diritto alla carriera alias, se già mancano le basi per un vero diritto al lavoro?»

Tocca a Mariasole che tocca temi molto importanti per le donne, di cui ancora si parla troppo poco: endometriosi e vulvodinia, due malattie croniche invalidanti che non sono attualmente riconosciute nei Livelli Essenziali di Assistenza del Sistema Sanitario Nazionale. Continua l’intervento sul doppio lavoro delle donne e sull’importanza delle questioni di genere nelle lotte – di fabbrica o studentesche che siano.
Conclude il dibattito uno dei pensatori dello stesso: il compagno operaio Dario Salvetti, che rimarca quanto sia stato importante per tutti fare questo incontro. E ci insegna un nuovo motto: “per questo, per altro, per tutto!”
Gli operai e le operaie ci hanno accolto come fratelli e ci hanno ascoltato con attenzione ed empatia.
“La prima volta su rivolta” recita un nostro motto che portiamo ai Pride. Anche questa è stata una prima volta ed è sicuramente una rivoluzione dell’agire: serve compenetrare i discorsi, fare realmente intersezione. Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti. Bisogna solo andare avanti. Noi ci siamo e siamo carichi!

Diego Angelo Cricelli

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LGBTQ+: quale futuro dopo il 25 settembre? L’opinione di Gianmarco Capogna (Possibile)

Ci siamo quasi. Il 25 settembre è tra due giorni, e le previsioni danno le destre in maggioranza, salvo sorprese dell’ultimo momento che, in politica, non sono certo una novità. Meloni premier? È una possibilità. Così come potrebbe avvenire un giro di vite su alcune conquiste sociali, che forse fino ad ora avevamo dato per scontate. Tuttavia, sarà il tempo a rispondere e soprattutto il voto,  che può fare la differenza.
Abbiamo chiesto a Gianmarco Capogna,   attivista politico e LGBTQ+, un intervento sulle criticità attuali e, probabilmente, future che riguardano appunto il mondo arcobaleno. Ecco le sue parole.

“Di fronte allo scenario politico che osserviamo con la possibilità concreta di un nuovo Parlamento fortemente spostato verso la destra radicale, serviva un programma chiaro per i diritti, le libertà e l’uguaglianza. Abbiamo la fortissima convinzione che la modernità si raggiunga attraverso un nuovo “patto sociale di cittadinanza” tra istituzioni e cittadin*. Una cittadinanza senza discriminazioni o categorie di “serie b”, con diritti, tutele e libertà, che garantisca la piena opportunità a tutt*, aumentando le occasioni e la voglia di essere individui attivi e partecipi per concorrere, come comunità, allo sviluppo e alla modernità, appunto, del nostro Paese. L’uguaglianza, infatti,  non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili.

La nostra è una proposta politica aperta, intersezionale, dichiaratamente e volutamente queer, che vuole contribuire efficacemente a trasformare tutta Italia in una #LGBTIQFreedomZone, andando nella direzione indicata dal Parlamento Europeo.

A questo si aggiunge una prospettiva per un futuro intergenerazionale e sostenibile, affinché si torni all’idea di una società del bene comune, da costruire secondo le esigenze di chi la vive e di chi vuole contribuire a migliorarla. Occorre abbandonare propaganda e ideologie oscurantiste che, invece, vedono la diversità come un muro per separare e ghettizzare le persone, le identità, i corpi. In altre parole, a noi sta strettissimo lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” e crediamo che sia solo uno strumento per promuovere una visione patriarcale e restrittiva della nostra società a cui ci opponiamo con la forza delle idee e dei progetti in grado di assicurare a tutt* di essere liber* e ugual*”.

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E I CAPELLI? LE TENDENZE A/I 2022 DI IDOLA ROMA

Se fino a qualche anno fa, per le donne era quasi obbligatorio tagliarsi i capelli al compimento degli “anta”, ora per fortuna le cose sono cambiate. Le nostre mamme, e per chi è più giovane, le nostre nonne, lo sapevano bene: i quaranta anni erano l’anticamera della maturità, per non dire della vecchiaia, e non era più appropriato, per una donna, sfoggiare una chioma fluente. Per non parlare poi dei capelli bianchi, soggetti a una caccia senza esclusione di colpi e mascherati con cachet e tinture varie, spesso dai colori improbabili. Così, si vedevano donne con chiome corvine che cozzavano con una pelle non certo freschissima, e anziane con capelli dai riflessi azzurri, simili alle fate delle favole. Per non parlare poi del temutissimo e leggendario ‘rosso menopausa’, ossia quel colore tra il fiamma e il mogano, appannaggio delle più trasgressive (si fa per dire) cinquantenni di qualche decennio fa.

I consigli di Pako, art director di Idola Salon Roma

“Per questo autunno abbiamo pensato a colori caldi, che vanno dal castano cioccolato fino al biondo miele, abbandonando i toni freddi che spopolavano da qualche anno, Ma ovviamente ogni cliente è diversa ed è quindi importantissimo scegliere bene la nuance giusta”. Questo è il consiglio principale di Pako, direttore artistico del salone Idola di Roma. I fondatori del brand sono tutti partenopei, dimostrando ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, l’eccellenza del nostro Meridione.accoglienza è calorosa e gentile, come da tradizione napoletana: le clienti sono prima di tutto ascoltate, coccolate con l’immancabile caffè e lo staff, giovanissimo e in buona parte proveniente dal sud Italia, lavora con entusiasmo sotto lo sguardo vigile di Pako. “I nostri saloni mettono la cliente al centro offrendo anzitutto una consulenza professionale che si basa non solo sulle sue richieste, ma anche sullo stato di salute della chioma”, continua l’art director. “Anzitutto tuteliamo e preserviamo i capelli, offrendo trattamenti mirati alle varie esigenze. Per esempio, in autunno quando la caduta diventa più evidente, è bene curarli con prodotti a base di tea tree oil, che li nutre e ne favorisce la crescita. Non esistono formule miracolose per avere capelli da favola, perché è la genetica a farla da padrona, ma si può avere una bella chioma curata usando i prodotti giusti”.

E i capelli bianchi?

La pandemia ha cambiato tutto, anche nell’hair style. Complice la chiusura forzata dei parrucchieri, camuffare le ricrescite bianche si è

rivelato un problema, soprattutto per quelle che hanno meno manualità. Certo, gli spray ritocco hanno aiutato, ma coprire centrimetri di ricrescita avrebbe significato quasi cimentarsi in una riverniciatura auto. Così, le donne hanno iniziato a mostrare i capelli bianchi, prima fra tutte Caroline di Monaco, seguita dalla bellissima Andy McDowell, alla regina Letizia di Spagna, e dalle tante donne che incontriamo nella vita quotidiana. Se pensiamo che fino a qualche anno fa era quasi impensabile mostrare l’argento nella chioma, pena essere considerate irrimediabilmente vecchie e obsolete, ora invece sono tantissime le donne che scelgono di non colorare più i capelli. “Portare il bianco lo trovo molto attuale, e consiglio di abbinarlo a tagli sbarazzini che danno verve e leggerezza”, dice Pako. “Il mio consiglio in questo caso è di enfatizzare il trucco, in quanto rendendo bianca la cornice del viso, l’attenzione andrà a focalizzarsi sulla sua parte centrale: quindi si a un make up bilanciato ma visibile, senza per questo essere marcato”, continua. “ E poi, sicuramente i capelli bianchi vanno curati con trattamenti anti giallo e nutriti, in quanto la mancanza di melanina li può rendere più fragili”, conclude il direttore artistico di Idola Roma.

Curvy e capelli. Qual è la scelta migliore?

E’ ancora vera l’equazione magra/capelli corti e curvy/capelli lunghi? “Assolutamente no. Ora viviamo in un’epoca nella quale una donna può osare quello che più desidera senza perdere il suo fascino. Basta giocare sulle giuste proporzioni e soprattutto valorizzare la bellezza di ognuna”, questo è il consiglio di Pako.

Mettiamocelo in testa: la bellezza non ha età, perché ogni età ha la sua bellezza.

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CENTO ANNI DI PASOLINI- A BOLOGNA UN ITINERARIO SULLE ORME DEL POETA

Photos @StefaniaCatallo

Pasolini osserva la piazza Maggiore di Bologna con sguardo assorto. All’entrata del Palazzo Comunale, i visitatori vengono accolti dall’immagine dell’intellettuale, nato cento anni fa proprio a Bologna, dove visse alcune delle esperienze più formative della sua esistenza.
La città ha deciso di dedicare a PPP un percorso che porta il visitatore nei luoghi pasoliniani più importanti, a partire dalla casa natale fino a Villa Aldini, laddove tornò proprio nel 1975, anno della sua morte, per girare alcune scene di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Il palazzo comunale ospita una installazione a cielo aperto che mostra foto e frasi di Pasolini, cercando di renderne la dimensione umana e poetica.

Tra i ricordi dei 7 anni più belli della sua vita, Pasolini cita i pomeriggi da adolescente passati sotto al Portico della Morte, adiacente Piazza Maggiore, luogo che prende il nome dall’ex ospedale della Morte, oggi sede del Museo Civico Archeologico, in cui trovavano conforto i malati gravi e i condannati alla pena capitale. Qui sorge la Libreria Nanni, la più antica di Bologna, fondata nel 1825.. Ed è qui che si radica la passione di Pasolini per la letteratura: il Portico della Morte diventa centrale nella sua formazione intellettuale. “È il più bel ricordo di Bologna. Mi ricorda L’Idiota di Dostoevskij, mi ricorda il Macbeth di Shakespeare…
A quindici anni ho cominciato a comprare lì i miei primi libri, ed è stato bellissimo, perché non si legge mai più, in tutta la vita, con la gioia con cui si leggeva allora
” confida Pasolini ad Enzo Biagi, in un’intervista del 1971.Nell’immagine affissa sulla vetrina della Libreria il poeta è ritratto a passeggio per via Rizzoli assieme all’amico Luciano Serra, anch’egli poeta, conosciuto sui banchi del Liceo Galvani, con gli immancabili libri sotto al braccio.

E’ interessante anche percorrere i portici di via Zamboni, dove ha sede l’Università. Pasolini si iscrisse nel 1939 alla facoltà di Lettere, fondando poi una rivista “Eredi”, insieme ad altri amici poeti, titolo che intendeva essere un omaggio ai grandi, come Montale e Sereni. E’ interessante sapere che la rivista non venne mai stampata per disposizioni ministeriali sul consumo della carta, ma vide comunque la luce a spse dei suoi creatori.

Pasolini chiede la tesi di laurea a Roberto Longhi: ma nel 1943, poco più che ventenne, viene richiamato al fronte, e catturato dai tedeschi. Riesce a scappare dopo l’8 settembre: durante la fuga perde la tesi già abbozzata, e una volta tornato all’Università dopo un periodo di soggiorno a Casarsa decide di cambiare relatore, rivolgendosi al titolare della cattedra di Storia della letteratura Italiana Carlo Calcaterra. Si laurea nel 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli. Pochi mesi dopo, l’amato fratello Guido viene ucciso dai partigiani garibaldini che auspicavano l’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito. Il tempo di Bologna, luogo della formazione intellettuale, dei maestri, dell’amicizia e della poesia, si chiude.

Seguendo l’itinerario, si potrà visitare anche il liceo Galvani, lo Stadio dove Pasolini si era immaginato calciatore; la piazzetta Pasolini, dove ha sede l’archivio donato da Laura Betti, e altri luoghi dove lo spirito dell’intellettuale è vivo, e segue il visitatore.

Stefania Catallo

PASOLINI – Supplica a mia Madre – Corto di Stefania Catallo con Emyliù Spataro

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LE PILLOLE POLITICHE di MAVA FANKU’ 2

Ascolta dalla voce di Mava

Sottofondo musicale: Balocchi e Profumi di E.A.Mario 1928

Sta proprio incombendo il momento fatidico. Tra qualche giorno sapremo se potremo continuare a sperare in un Paese democratico e libero, seppur alLETTAto cerebralmente, in cui però non avverrà alcuna regressione oscurantista, oppure se – per esempio – dovremo aspettarci l’attuazione di provvedimenti di legge che vietino la prevalenza della musica straniera sulle Radio, diffondendo almeno un ottanta per cento di musica nazionalista…

Perchè questo è stato capace di enunciare il SALUME prima di abdicare nella passata legislatura, quando era in coppia con le Stelline Cadenti.

E la MELONA “quella con occhi di fuori come pesce da freezer” (frase che pronunciò una governante georgiana quando la vide per la prima volta alla Tv italiana) sarebbe stata capace di far meglio il peggio del suo partner da tagliere.

Prima Mia e poi Vostra Mava Fankù

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DOSSIER ABORTO. UNGHERIA: LE DONNE DEVONO ASCOLTARE IL BATTITO DEL FETO PRIMA DI ABORTIRE

Ungheria: le donne costrette ad ascoltare il battito del feto prima di abortire. Qual è la situazione in Italia?

Parliamoci chiaro: la questione è spinosa. Che non si debba ricorrere all’aborto come metodo contraccettivo, ha una sua base etica. Ma che dietro ad ogni interruzione di gravidanza ci sia una storia di donna, è la realtà. Perché, fatte salve le eccezioni che confermano la regola, abortire non è una passeggiata: né fisicamente e né psicologicamente. E chi pensa il contrario, sbaglia. Quindi Orban o chi per lui, sta facendo solo terrorismo psicologico, tentando di influenzare nella scelta personale delle donne, nella loro autocoscienza. Ma certo l’Ungheria non pare un modello di democrazia.

La legge 194.

A 43 anni dalla promulgazione della legge sull’aborto, sono molte le ombre sulla piena attuazione delle norme che posero fine alla mattanza causata dagli aborti clandestini. Quali cambiamenti sono necessari? E soprattutto, esiste ancora la libertà di decidere sul proprio corpo?

L’articolo 1 della legge 194 del 22 maggio 1978, che tratta delle nome per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza recita cosi:

Art.1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non e’ mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

La legge, frutto delle strenue lotte delle donne e delle femministe, attuate con la sensibilizzazione sociale attraverso i tavoli pubblici, montati per strada e diventati sede di discussione pubblica, o con le raccolte firme, fino alle manifestazioni di piazza, poneva fine a una delle stragi nascoste del nostro Paese, ossia le morti per procurato aborto. Per averne un’idea, basta leggere “Isolina” di Dacia Maraini o ancora prima, “Le tradite” di Elisa Salerno, testi nei quali si narra come l’aborto clandestino fosse l’unica via di uscita per difendere la reputazione di una donna, che la società e la famiglia non avrebbero mai accettato come madre nubile e per la quale, oltre allo stigma sociale, sarebbe stata preclusa ogni attività lavorativa, anche la più umile, fatta eccezione per la prostituzione. Aborti che venivano operati con varie tecniche: dagli infusi di prezzemolo ai bagni ghiacciati, alle cadute “accidentali” dalle scale, ai ferri da calza inseriti nell’utero dalle cosiddette mammane, ovvero le levatrici improvvisate. Oppure in cliniche clandestine ma non troppo, dove i cosiddetti “cucchiai d’oro”, ovvero i medici abortisti, provvedevano all’operazione previo pagamento di cifre importanti. Di contraccezione neanche a parlarne: sebbene i preservativi esistessero già dall’epoca romana, non se ne faceva molto uso e di conseguenza la gravidanza, soprattutto se di una donna non sposata, era solo responsabilità di quest’ultima che aveva dimostrato, concedendosi, una amoralità conclamata.

Alla legalizzazione dell’aborto fece seguito l’apertura dei consultori, veri e propri punti informativi dedicati alle donne, dove oltre alla maternità responsabile, vennero istituiti gruppi di autosostegno e autocoscienza. Non si tratta però di preistoria, bensì di un passato recente che si è evoluto in un presente problematico, che rischia di mettere in pericolo il testo della legge e i diritti acquisiti.

Le straniere in Italia e le clandestine.

Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita diDonna, attiva nella Casa Internazionale delle donne di Roma, parla di dati non quantificabili per quanto riguarda il ricorso all’aborto delle straniere e delle donne clandestine. Le prime spesso si affidano alle mani di connazionali abusive oppure, come nel caso di alcune centrafricane e sudamericane, assumono dosi massicce di Cytotec, un farmaco prescritto per l’ulcera che provoca l’aborto, a rischio di gravi emorragie. Le clandestine invece non vengono sottoposte al test di gravidanza: allo sbarco si fanno le analisi del sangue e altri tipi di indagini, ma non si esegue un controllo sulla situazione ginecologica. Fatto gravissimo, secondo la Canitano, in quanto moltissime clandestine vengono da situazioni di stupro e di abuso, perpetrati sulle coste nordafricane prima della loro partenza.

Cosa fare, allora?

Argia Simone, femminista storica e presidente dell’associazione “Socialmente Donna” ha dato vita, assieme ad altre attiviste, al centro antiviolenza “Maria Manciocco” a Labico, in provincia di Roma. “Ritengo che la legge 194 sia in pericolo per una serie di questioni. Primo l’obiezione di coscienza, che è agita da tutte le figure preposte all’interruzione di gravidanza, a partire dai medici dei servizi pubblici, che per il 70% si dichiarano obiettori” ha dichiarato la Simone. “Il secondo pericolo è rappresentato dall’obiezione di struttura, vale a dire che il 40% dei reparti di ginecologia non eroga il servizio previsto dalla legge. Inoltre, vanno considerati i tentativi posti in essere dalle organizzazioni pro vita, che propongono ciclicamente l’abrogazione e la modifica della 194. L’obiezione di coscienza nel SSN è, a mio avviso, illegale perchè lede il dirito di autodeterminazione dalla donna”.

E per quanto riguarda i consultori? “Anche per i consultori c’è una crisi profonda; bisogna rilanciarli e rafforzarli, tenendo conto che molti di loro sono stati chiusi o trasformati in semplici ambulatori” continua Argia Simone. “Soprattutto, bisognerebbe adeguarli agli standard della legge, che prevede un consultorio ogni 20 mila abitanti, mentre ad oggi se ne conta uno ogni 40 mila, con una disomogeneità e un divario numerico tra le varie zone del Paese”. Consultori che, secondo la presidente di Socialmente Donna “ vanno rimodulati, per adeguarli all’evoluzione della società e tenendo conto delle diverse identità di genere e dei diversi tipi di famiglia, oltre che potenziati nel personale, che è andato sempre più a dimnuire ache a causa del turn over. Pertanto, è necessaria una forte azione di rilancio e rafforzamento di queste strutture”. Dello stesso parere è anche Rossella Provvisionato, psicologa e socia fondatrice del centro “Lo spazio di Mariele Franco”, laureatasi con una tesi sul diritto all’aborto, che sottolinea: “Il vero problema è l’obiezione di coscienza, che lascia le donne in balia di loro stesse durante l’interruzione di gravidanza in ospedale. Non sono rari i casi di medici che si sono rifiutati di prestare le cure necessarie a donne che erano in preda a emorragie, giustificandosi con un “signora sono obiettore e non posso toccarla. Bisogna intervenire, e subito”.

La questione, in realtà, sarebbe molto semplice. Quelle che vogliono portare avanti la gravidanza, devono avere il diritto di farlo, così come quelle che vogliono abortire. Non è etico né costituzionale cercare di convincere le donne a portare avanti la gravidanza, come spesso si fa. Sarebbe come entrare in un centro per la fertilità per convincere le donne ad abortire. Oppure, per i medici obiettori, sentirsi in pace con la coscienza perché non si è prescritta la pillola abortiva. Si tratta di sofismi morali di grande ipocrisia.

La parola all’avvocata.

Angela Pinti, avvocata in Civitavecchia con lunga esperienza nel contrasto alla violenza di genere e nel bullismo, ha all’attivo la collaborazione con una delle maggiori associazioni femminili della città.

Esiste una norma di legge attraverso la quale il medico obiettore può rifiutarsi di prestare assistenza alla donna durante l’interruzione di gravidanza? Se non interviene in caso di pericolo di vita per la donna, è punibile dal punto di vista penale?

“La legge 194 oltre a garantire il diritto all’aborto delle donne, prevede anche il diritto del medico di non praticare l’interruzione di gravidanza ove obiettore. Diritto che, tuttavia, non sussuste in caso di pericolo di vita per la paziente. Ritengo che rifiutarsi di intervenire, o di assistere una donna in fase di interruzione della gravidanza, nel caso di grave pericolo per l’incolumità sia penalmente rilevante dal punto di vista giuridico, per una serie di reati che possono rientrare nell’omissione di soccorso e aggravarsi a seconda del caso. Laddove il medico obiettore dovesse intervenire chirurgicamente nell’ospedale per effettuare l’interruzione di gravidanza in situazione di urgenza, la sua obiezione di coscienza viene revocata immediatamente dall’organo preposto”.

Stefania Catallo

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MONKEYPOX – PREOCCUPAZIONE PER LE COMPLICAZIONI DA ENCEFALITE

E’ di questi giorni la notizia, riportata sulla rivista eClinicalMedicine, dell‘insorgenza di encefalite, confusione e convulsioni in alcuni casi di Monkeypox. Le percenturali di insorgenza di queste complicazioni, comprese tra il 2 e il 3% del totale dei malati, sono state scoperte e documentate dagli scienziati dell’University College di Londra, del Barts Health NHS Trust, del Guy’s and St Thomas’ NHS Foundation Trust e del King’s College di Londra.

Nonostante l’incidenza sia bassa: “abbiamo scoperto – afferma Jonathan Rogers, a capo del team insieme a James Badenoch – che gravi complicazioni neurologiche come encefalite e convulsioni, sebbene rare, sono state osservate in un numero di casi tale da suscitare preoccupazione. Il nostro lavoro evidenzia la necessità di condurre ulteriori indagini. Riteniamo opportuno istituire una sorveglianza coordinata per rintracciare i pazienti a rischio di sintomi neurologici e psichiatrici”.

La mortalità dovuta al Monkeypox è attualmente dell’1 per mille.

Tuttavia, si raccomanda l’uso del vaccino e di interpellare il medico in caso di dubbio o di sintomi, senza però demonizzare i contagiati, in quanto la malattia può essere contratta da chiunque – e quindi non solo dagli omosessuali – attraverso il contatto diretto col malato.

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L’IMPORTANZA DELL’APPRENDIMENTO PERMANENTE. LA PRESENTAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO UPTER IN CAMPIDOGLIO

Martedì 13 settembre si è tenuta al Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, la presentazione del nuovo anno accademico UPTER, presente anche il sindaco di Roma Gualtieri.

La realtà rappresentata da UPTER è quella della più storica tra le università per gli adulti e gli anziani, dove si sviluppa il lifefong learning, ossia l’apprendimento permanente.

Uscire dal sistema scolastico, per scelta o meno, non deve precludere la possibilità di continuare a imparare. Se spesso le persone dicono: “sono troppo grande per ricominciare a studiare”, ciò vuol dire che si è relegato lo studio e la conoscenza a una fase specifica della vita. E se quest’ultima si è notevolmente allungata, allora perché non approfittarne per acquisire sapere? E’ scientificamente provato che il cervello, per essere sempre lucido, deve funzionare ed essere stimolato.

UPTER ha inoltre programmato una settimana di open days, a partire da lunedì 19 settembre.

Per chi volesse conoscere la direttrice del nostro magazine, Stefania Catallo sarà presente martedì 20 settembre con la presentazione di due corsi: il primo, dalle 15, sulla Storia e simbologia dei Tarocchi. Il secondo, dalle 17 alle 18, con il Laboratorio giornalistico al femminile. Per prenotarsi, cliccare sul link (https://www.upter.it/2022/09/02/upter-aperta-lopen-day-dellupter/).

Intervista a Francesco Florenzano, Presidente dell’Upter

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  • Direttore
Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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