Stefania Catallo

SAMAN ABBAS: LA MADRE AMMETTE IL DELITTO

Quando una madre uccide un figlio, esprime un disagio che si cerca di definire come sintomo depressivo, o attimo di follia, o disperazione. La spiegazione del figlicidio spetta a psichiatri, psicologi e criminologi: tuttavia le persone vogliono sapere perché un tabù è stato infranto, cosa ha armato la mano di una madre, quali circostanze hanno portato alla decisione di uccidere.

Nazia Shaheen, madre di Saman Abbas, la ragazza diciottenne di Novellara sparita nel nulla il 30 aprile 2021, e sospettata della sua scomparsa, è stata intercettata in una chat col figlio minore, dove ammette la complicità nel delitto.

Le intercettazioni.

Pensa ai comportamenti di tua sorella…“. La frase è riferita ai dubbi espressi dal fratello in merito alle azioni del clan familiare contro Saman. Era stato proprio lui, pare, a mostrare ai genitori una foto della sorella, ritratta mentre baciava il fidanzato. Una foto bellissima e pulita, ritratto dell’amore di due ragazzi come tanti. Però la famiglia di Saman non era come tante: ancorata alle tradizioni e fondamentalista sul comportamento che i figli dovevano tenere nei confronti dei genitori, l’avevano promessa a un altro uomo, in Pakistan. Ai nostri occhi occidentali sembrerebbe quasi impossibile, una storia medievale, ma le cose purtroppo funzionano così, in alcuni contesti. E il disonore gettato sulla famiglia a causa del comportamento di Saman doveva essere lavato col sangue.

Il fratello, che vive in una comunità protetta, ed testimone chiave dell’accusa avendo indicato lo zio Danish Hasnain come l’esecutore materiale dell’omicidio, parla con la madre di altre due persone, non indagate, che secondo lui avrebbero istigato il padre nell’organizzazione dell’omicidio della sorella. Li ritiene responsabili moralmente per la morte di Saman, ma Nazia cerca di calmarlo: “Lasciali stare. Tu non sai di lei? Davanti a te a casa… noi siamo morti sul posto, per questo tuo padre è a letto e anche la madre (parla di sé in terza persona, ndr) a letto”. E ancora: “Tu sei a conoscenza di tutto – dice Nazia al figlio –. Pensa a tutte le cose, i messaggi che ci facevi ascoltare la mattina presto, pensa a quei messaggi, pensa e poi dì se i tuoi genitori sono sbagliati…“. E il figlio risponde: “Ora mi sto pentendo, perché ho detto…“, alludendo a quanto rivelato ai carabinieri. del padre Shabbar al fratellastro, al quale ammetteva: “L’ho uccisa io. L’abbiamo uccisa noi. Per la mia dignità. Per il mio onore…“. Poi la confessione del cugino Ikram Ijaz a un compagno di cella in carcere a Reggio Emilia: “Io e mio cugino la tenevamo ferma mentre Danish l’ha strangolata con una corda“. Poi con l’aiuto di una sesta persona, un uomo misterioso mai identificato, “abbiamo caricato il corpo su una bicicletta, fatto a pezzi e gettato nel fiume Po“.

Omicidio, non delitto d’onore

E’ giunto il momento di chiamare le cose col loro nome, e la morte di Saman non è un delitto d’onore, bensì un femminicidio. Descrivere l’uccisione della ragazza come qualcosa legato all’onore della famiglia, ne svaluta la portata e quasi lo giustifica.

A questo scopo, è bene sapere che con legge 442 del 5 agosto 1981, si è abolito il delitto d’onore in Italia, che era contemplato e punito secondo il Codice Rocco c.p. Art. 587 del 1930:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”.

Intanto, la richiesta di estradizione rivolta al Pakistan per i due genitori, non è stata ancora evasa. Sembra che gli Abbas siano potenti in patria, e possano contare su una rete di protezione tale da non essere puniti per la morte di Saman.

INTERVISTA a S.E. ABDULAZIZ A SARHAN di STEFANIA CATALLO

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

 LUCIO DALLA E ROMA: UN AMORE INFINITO

Si è aperta al Museo dell’Ara Pacis di Roma la mostra dedicata al grande artista, che comprende foto, dipinti, abiti e tanti ricordi legati al cantautore bolognese, e che sarà visitabile fino al 6 gennaio 2023.
Lucio Dalla e Roma: un grande amore iniziato alla fine degli anni ‘ 70, quando Dalla prese casa in vicolo del Buco, facendone un punto di incontro di artisti, giornalisti, musicisti, intellettuali.
“Mi stupisco sempre più del rapporto che c’è tra me e Roma. Una città
unica al mondo, un palcoscenico straordinario che unisce tutte le classi sociali, in cui non
c’è contrasto, c’è voglia di stare insieme” , così l’artista descrisse il suo rapporto con la Città Eterna.
Il visitatore ripercorrerà le tappe della vita di Dalla, dall’infanzia tra Bologna e Manfredonia; i primi passi artistici e la vitalità dell’uomo che riuscirà a cambiare la musica italiana; i sodalizi artistici, gli incontri coi grandi personaggi, il teatro, i dischi d’oro e di platino. E, alla fine, il suo sassofono, quasi a significare che tutti gli onori sono relativi e quello che resta ed è essenziale, è la musica.

FOTO DELLA MOSTRA con un brano di LUCIO DALLA dedicato a Roma – LA SERA DEI MIRACOLI

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

Photos @StefaniaCatallo

L’IMPERATRICE – I TAROCCHI

L’Arcano numero tre, l’Imperatrice, rappresenta l’essenza e il potere femminile della creazione. Restando nell’ottica dei Tarocchi, intesi come mezzo di comunicazione nel mondo medievale e rinascimentale, questa Carta raffigura una giovane donna assisa su un trono, con i simboli del potere – scettro, corona e scudo -, quindi in grado di poter esercitare la propria volontà.

La giovinezza dell’Imperatrice viene rimarcata anche dalla sua gravidanza, che quasi impercettibilmente, porta avanti. Questa donna rappresenta la nascita, la fecondità, l’attesa che porterà frutto, l’età fertile di una donna.

Siamo arrivati alla Carta numero 3. L’Uno e il Due, unendosi metaforicamente, hanno dato vita al Tre, il frutto di questa unione. Di qui la spiegazione della gravidanza dell’Imperatrice.

In questi giorni abbiamo assistito ai riti della morte di Elisabetta II. Questa regina, che è stata anche imperatrice, potrebbe rappresentare l’Arcano numero tre in una lettura in chiave moderna. Se osserviamo ad esempio le immagini delle esequie, vedremo che sulla bara sono stati posti lo scettro, la corona e il globo, gli stessi simboli che ritroviamo nell’iconografia dell’Imperatrice. Elisabetta, come l’Arcano numero tre, ha espresso il suo potere – temporale e sprituale – e ha generato quattro figli. Il paragone tra queste due figure è, ovviamente, confutabile; tuttavia, ci aiuta a comprendere il significato della Carta.

Nei secoli passati, le regine e le imperatrici non erano così potenti, o per lo meno non lo erano pubblicamente. Scelte spesso per motivi di Stato, pur vivendo in una situazione privilegiata rispetto agli altri, dovevano essere mogli fedeli, madri amorevoli e sovrane pietose. Soprattutto il secondo compito andava svolto più volte pena il ripudio. In altre parole, non era facile essere regina, e vedere rappresentata l’Imperatrice come donna, sola, autonoma e potente senza condividere il trono con l’Imperatore, che sarà l’Arcano seguente ma distinto da essa, ci dice molto sul suo potere femminile

Significati al diritto

Nascita, fecondità non solo materiale ma anche spirituale; buona riuscita di un progetto; attesa che porterà frutto. Creatività, bellezza fisica. Donna amata. La consultante. Gravidanza. Per un uomo, incontro con una donna affascinante che avrà potere su di lui. Femminilità, grazia, armonia.

Significati al rovescio

Gravidanza che non arriva o aborto, a seconda delle carte vicine. Progetti che non si avviano, disarmonia, civetteria, falsità, meschinità. Donna ostile, pigrizia anche mentale, ostacoli dovuti a ignoranza, donna nemica.

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

MAHSA AMINI. IL VELO INSANGUINATO

L’unica certezza è che Mahsa Amini è morta. Ventidue anni, in coma dopo essere stata arrestata dalla polizia morale perché non portava bene il velo islamico. Una ragazza curda in gita a Teheran.

Iran, fine settembre 2022.

Nel web circola una foto di lei, intubata, nel letto di ospedale col viso apparentemente intatto. Come a dire: noi non l’abbiamo toccata, vedete? Ma esistono mille terribili modi per torturare, dal collo in giù. Ci siamo chiesti in questi giorni come sia possibile. Come si fa a morire per un hijab messo male.

Si può. Mahsa non era in Italia o in Occidente. Era in Medio Oriente, in uno stato islamico e con un governo religioso. Dimentichiamoci le nostre libertà. Dimentichiamoci del mondo che conosciamo.

Come dichiarato dal padre, Amjad Amini, i medici si sono rifiutati di fargli vedere Mahsa dopo il decesso: “Stanno mentendo. Stanno dicendo bugie. Tutto è una bugia… non gli importa quanto abbia implorato, non mi hanno permesso di vedere mia figlia”, ha detto alla Bbc Persia. Amini ha anche dichiarato che quando ha visto il corpo della figlia prima del funerale era completamente avvolto tranne il viso e i piedi, su cui c’erano lividi: “Non ho idea di cosa le abbiano fatto”, ha detto. La causa ufficiale della morte sarebbe attacco cardiaco, ma Mahsa non aveva mai avuto problemi di cuore.

Lavinia Mennuni, FdI, in un tweet parla di assordante silenzio delle femministe italiane rispetto a questa morte. Certamente la rassegna stampa che le viene inviata non è fatta bene. Oppure, è l’ennesima occasione per fare politica sulla pelle delle donne. Quelle morte.

Stefania Catallo

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

DOSSIER ABORTO. UNGHERIA: LE DONNE DEVONO ASCOLTARE IL BATTITO DEL FETO PRIMA DI ABORTIRE

Ungheria: le donne costrette ad ascoltare il battito del feto prima di abortire. Qual è la situazione in Italia?

Parliamoci chiaro: la questione è spinosa. Che non si debba ricorrere all’aborto come metodo contraccettivo, ha una sua base etica. Ma che dietro ad ogni interruzione di gravidanza ci sia una storia di donna, è la realtà. Perché, fatte salve le eccezioni che confermano la regola, abortire non è una passeggiata: né fisicamente e né psicologicamente. E chi pensa il contrario, sbaglia. Quindi Orban o chi per lui, sta facendo solo terrorismo psicologico, tentando di influenzare nella scelta personale delle donne, nella loro autocoscienza. Ma certo l’Ungheria non pare un modello di democrazia.

La legge 194.

A 43 anni dalla promulgazione della legge sull’aborto, sono molte le ombre sulla piena attuazione delle norme che posero fine alla mattanza causata dagli aborti clandestini. Quali cambiamenti sono necessari? E soprattutto, esiste ancora la libertà di decidere sul proprio corpo?

L’articolo 1 della legge 194 del 22 maggio 1978, che tratta delle nome per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza recita cosi:

Art.1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non e’ mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

La legge, frutto delle strenue lotte delle donne e delle femministe, attuate con la sensibilizzazione sociale attraverso i tavoli pubblici, montati per strada e diventati sede di discussione pubblica, o con le raccolte firme, fino alle manifestazioni di piazza, poneva fine a una delle stragi nascoste del nostro Paese, ossia le morti per procurato aborto. Per averne un’idea, basta leggere “Isolina” di Dacia Maraini o ancora prima, “Le tradite” di Elisa Salerno, testi nei quali si narra come l’aborto clandestino fosse l’unica via di uscita per difendere la reputazione di una donna, che la società e la famiglia non avrebbero mai accettato come madre nubile e per la quale, oltre allo stigma sociale, sarebbe stata preclusa ogni attività lavorativa, anche la più umile, fatta eccezione per la prostituzione. Aborti che venivano operati con varie tecniche: dagli infusi di prezzemolo ai bagni ghiacciati, alle cadute “accidentali” dalle scale, ai ferri da calza inseriti nell’utero dalle cosiddette mammane, ovvero le levatrici improvvisate. Oppure in cliniche clandestine ma non troppo, dove i cosiddetti “cucchiai d’oro”, ovvero i medici abortisti, provvedevano all’operazione previo pagamento di cifre importanti. Di contraccezione neanche a parlarne: sebbene i preservativi esistessero già dall’epoca romana, non se ne faceva molto uso e di conseguenza la gravidanza, soprattutto se di una donna non sposata, era solo responsabilità di quest’ultima che aveva dimostrato, concedendosi, una amoralità conclamata.

Alla legalizzazione dell’aborto fece seguito l’apertura dei consultori, veri e propri punti informativi dedicati alle donne, dove oltre alla maternità responsabile, vennero istituiti gruppi di autosostegno e autocoscienza. Non si tratta però di preistoria, bensì di un passato recente che si è evoluto in un presente problematico, che rischia di mettere in pericolo il testo della legge e i diritti acquisiti.

Le straniere in Italia e le clandestine.

Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione Vita diDonna, attiva nella Casa Internazionale delle donne di Roma, parla di dati non quantificabili per quanto riguarda il ricorso all’aborto delle straniere e delle donne clandestine. Le prime spesso si affidano alle mani di connazionali abusive oppure, come nel caso di alcune centrafricane e sudamericane, assumono dosi massicce di Cytotec, un farmaco prescritto per l’ulcera che provoca l’aborto, a rischio di gravi emorragie. Le clandestine invece non vengono sottoposte al test di gravidanza: allo sbarco si fanno le analisi del sangue e altri tipi di indagini, ma non si esegue un controllo sulla situazione ginecologica. Fatto gravissimo, secondo la Canitano, in quanto moltissime clandestine vengono da situazioni di stupro e di abuso, perpetrati sulle coste nordafricane prima della loro partenza.

Cosa fare, allora?

Argia Simone, femminista storica e presidente dell’associazione “Socialmente Donna” ha dato vita, assieme ad altre attiviste, al centro antiviolenza “Maria Manciocco” a Labico, in provincia di Roma. “Ritengo che la legge 194 sia in pericolo per una serie di questioni. Primo l’obiezione di coscienza, che è agita da tutte le figure preposte all’interruzione di gravidanza, a partire dai medici dei servizi pubblici, che per il 70% si dichiarano obiettori” ha dichiarato la Simone. “Il secondo pericolo è rappresentato dall’obiezione di struttura, vale a dire che il 40% dei reparti di ginecologia non eroga il servizio previsto dalla legge. Inoltre, vanno considerati i tentativi posti in essere dalle organizzazioni pro vita, che propongono ciclicamente l’abrogazione e la modifica della 194. L’obiezione di coscienza nel SSN è, a mio avviso, illegale perchè lede il dirito di autodeterminazione dalla donna”.

E per quanto riguarda i consultori? “Anche per i consultori c’è una crisi profonda; bisogna rilanciarli e rafforzarli, tenendo conto che molti di loro sono stati chiusi o trasformati in semplici ambulatori” continua Argia Simone. “Soprattutto, bisognerebbe adeguarli agli standard della legge, che prevede un consultorio ogni 20 mila abitanti, mentre ad oggi se ne conta uno ogni 40 mila, con una disomogeneità e un divario numerico tra le varie zone del Paese”. Consultori che, secondo la presidente di Socialmente Donna “ vanno rimodulati, per adeguarli all’evoluzione della società e tenendo conto delle diverse identità di genere e dei diversi tipi di famiglia, oltre che potenziati nel personale, che è andato sempre più a dimnuire ache a causa del turn over. Pertanto, è necessaria una forte azione di rilancio e rafforzamento di queste strutture”. Dello stesso parere è anche Rossella Provvisionato, psicologa e socia fondatrice del centro “Lo spazio di Mariele Franco”, laureatasi con una tesi sul diritto all’aborto, che sottolinea: “Il vero problema è l’obiezione di coscienza, che lascia le donne in balia di loro stesse durante l’interruzione di gravidanza in ospedale. Non sono rari i casi di medici che si sono rifiutati di prestare le cure necessarie a donne che erano in preda a emorragie, giustificandosi con un “signora sono obiettore e non posso toccarla. Bisogna intervenire, e subito”.

La questione, in realtà, sarebbe molto semplice. Quelle che vogliono portare avanti la gravidanza, devono avere il diritto di farlo, così come quelle che vogliono abortire. Non è etico né costituzionale cercare di convincere le donne a portare avanti la gravidanza, come spesso si fa. Sarebbe come entrare in un centro per la fertilità per convincere le donne ad abortire. Oppure, per i medici obiettori, sentirsi in pace con la coscienza perché non si è prescritta la pillola abortiva. Si tratta di sofismi morali di grande ipocrisia.

La parola all’avvocata.

Angela Pinti, avvocata in Civitavecchia con lunga esperienza nel contrasto alla violenza di genere e nel bullismo, ha all’attivo la collaborazione con una delle maggiori associazioni femminili della città.

Esiste una norma di legge attraverso la quale il medico obiettore può rifiutarsi di prestare assistenza alla donna durante l’interruzione di gravidanza? Se non interviene in caso di pericolo di vita per la donna, è punibile dal punto di vista penale?

“La legge 194 oltre a garantire il diritto all’aborto delle donne, prevede anche il diritto del medico di non praticare l’interruzione di gravidanza ove obiettore. Diritto che, tuttavia, non sussuste in caso di pericolo di vita per la paziente. Ritengo che rifiutarsi di intervenire, o di assistere una donna in fase di interruzione della gravidanza, nel caso di grave pericolo per l’incolumità sia penalmente rilevante dal punto di vista giuridico, per una serie di reati che possono rientrare nell’omissione di soccorso e aggravarsi a seconda del caso. Laddove il medico obiettore dovesse intervenire chirurgicamente nell’ospedale per effettuare l’interruzione di gravidanza in situazione di urgenza, la sua obiezione di coscienza viene revocata immediatamente dall’organo preposto”.

Stefania Catallo

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

MONKEYPOX – PREOCCUPAZIONE PER LE COMPLICAZIONI DA ENCEFALITE

E’ di questi giorni la notizia, riportata sulla rivista eClinicalMedicine, dell‘insorgenza di encefalite, confusione e convulsioni in alcuni casi di Monkeypox. Le percenturali di insorgenza di queste complicazioni, comprese tra il 2 e il 3% del totale dei malati, sono state scoperte e documentate dagli scienziati dell’University College di Londra, del Barts Health NHS Trust, del Guy’s and St Thomas’ NHS Foundation Trust e del King’s College di Londra.

Nonostante l’incidenza sia bassa: “abbiamo scoperto – afferma Jonathan Rogers, a capo del team insieme a James Badenoch – che gravi complicazioni neurologiche come encefalite e convulsioni, sebbene rare, sono state osservate in un numero di casi tale da suscitare preoccupazione. Il nostro lavoro evidenzia la necessità di condurre ulteriori indagini. Riteniamo opportuno istituire una sorveglianza coordinata per rintracciare i pazienti a rischio di sintomi neurologici e psichiatrici”.

La mortalità dovuta al Monkeypox è attualmente dell’1 per mille.

Tuttavia, si raccomanda l’uso del vaccino e di interpellare il medico in caso di dubbio o di sintomi, senza però demonizzare i contagiati, in quanto la malattia può essere contratta da chiunque – e quindi non solo dagli omosessuali – attraverso il contatto diretto col malato.

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

L’IMPORTANZA DELL’APPRENDIMENTO PERMANENTE. LA PRESENTAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO UPTER IN CAMPIDOGLIO

Martedì 13 settembre si è tenuta al Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, la presentazione del nuovo anno accademico UPTER, presente anche il sindaco di Roma Gualtieri.

La realtà rappresentata da UPTER è quella della più storica tra le università per gli adulti e gli anziani, dove si sviluppa il lifefong learning, ossia l’apprendimento permanente.

Uscire dal sistema scolastico, per scelta o meno, non deve precludere la possibilità di continuare a imparare. Se spesso le persone dicono: “sono troppo grande per ricominciare a studiare”, ciò vuol dire che si è relegato lo studio e la conoscenza a una fase specifica della vita. E se quest’ultima si è notevolmente allungata, allora perché non approfittarne per acquisire sapere? E’ scientificamente provato che il cervello, per essere sempre lucido, deve funzionare ed essere stimolato.

UPTER ha inoltre programmato una settimana di open days, a partire da lunedì 19 settembre.

Per chi volesse conoscere la direttrice del nostro magazine, Stefania Catallo sarà presente martedì 20 settembre con la presentazione di due corsi: il primo, dalle 15, sulla Storia e simbologia dei Tarocchi. Il secondo, dalle 17 alle 18, con il Laboratorio giornalistico al femminile. Per prenotarsi, cliccare sul link (https://www.upter.it/2022/09/02/upter-aperta-lopen-day-dellupter/).

Intervista a Francesco Florenzano, Presidente dell’Upter

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale

Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale(2019, Edizioni Croce), è un libro crudo e diretto che racconta la vita e le difficoltà che lo scrittore Massimo D’Aquino ha affrontato per diventare la persona che è oggi. Chi era Massimo prima di Massimo? Quali sono i falsi miti e i pregiudizi che accompagnano le persone transessuali o in transizione? Ma soprattutto, cosa accade alle loro vite quando giungono alla consapevolezza di essere in un corpo che non li rappresenta?

Dimentichiamoci, anzi, eradichiamo le chiacchiere da bar e le leggende sulle persone T, troppo spesso diffuse. Iniziando, appunto, a considerarle come persone e non come strani fenomeni da circo, le cose cambiano per forza. D’Aquino si mette a nudo, raccontando la sua infanzia, la sua adolescenza, le sue paure, sfatando il mito della transessualità come scelta. E’ stato, il suo, un percorso durato sedici anni, per poter affermare di essere uomo a tutti gli effetti. E la strada per arrivarci non è stata pianeggiante, anzi.

Massimo D’Aquino, “Camminavo Rasente i Muri” si può considerare come la sua autobiografia, oppure è anche un’opera in grado di indicare un cammino a chi sta pensando alla transizione?

“Camminavo Rasente i Muri” è essenzialmente un’autobiografia, che racconta episodi significativi che hanno segnato la mia vita. Non è stato facile mettere tutto in piazza e con assoluta sincerità; e sicuramente scrivere è servito prima di ogni cosa, a me: è stata come una sorta di catarsi. Raccontare anche le situazioni più scomode, mi ha liberato dall’ansia che queste provocavano. Raccontare e renderne partecipi gli altri per esorcizzare paura e vergogna.

E’ un’autobiografia tascabile, come io la definisco, vista la brevità del testo, eppure dirompente. Qualcuno mi ha detto, dopo averla letta, che è stato come ricevere un pugno allo stomaco. Allo stesso tempo, credo e spero di aver instillato nel lettore un dubbio: sono io ad essere nato in un corpo sbagliato o è la società che non è pronta ad accogliermi semplicemente come persona diversa, fuori dai binari maschio/femmina?

Credo si debba cogliere, tra le righe, anche una denuncia volta a decostruire il genere, e una ferma volontà di autodeterminazione senza essere costretti a vendere o a sostituire pezzi del proprio corpo; consapevolezza, questa, che ha preso piede in me sempre di più col passare degli anni.

Molte persone che hanno letto il libro mi hanno ringraziato, dicendomi di aver trovato il coraggio di affrontare il percorso anche grazie alle mie parole; questo mi lusinga, tuttavia non ho mai pensato di poter aiutare qualcun altro scrivendo. Piuttosto, spero di aver saputo informare bene chi non sapeva davvero nulla in fatto di transizione. Leggere i miei più intimi pensieri e cercare di comprenderli da parte di chi, profano, nemmeno immaginava esistesse una simile condizione, credo possa essere utile”.

Se cresci conigli non ti puoi aspettare che diventino leoni”. Questa frase è stata pronunciata da un carabiniere, poi sospeso, in merito al ragazzino di Gragnano che sembra fosse stato bullizzato e si è ucciso quache giorno fa, gettandosi nel vuoto. Lei ha vissuto episodi simili?

“Parliamo dell’infelice frase pronunciata dal carabiniere: innanzitutto, se proprio vogliamo esser precisi, la frase espressa in italiano corretto dovrebbe essere: “se allevi conigli non puoi aspettarti che crescano leoni”, e già questo ci dà un’idea della persona he l’ha pronunciata. Secondo poi, è tipico che certe discriminazioni e vessazioni vengano spesso fatte da chi crede, forse per il ruolo che riveste, di potersi permettere di giudicare. Certo che ho subito atti di bullismo, soprattutto bullismo “istituzionalizzato”, cioè da parte di persone che, stando dietro ad uno sportello o, per l’appunto, rivestendo un ruolo, hanno pensato bene di potersi permettere battute ironiche o, peggio ancora, insulti diretti.

Essere fermato ad un posto di blocco per un normale controllo e subire veri e propri interrogatori riguardo all’aspetto non conforme ai documenti, per esempio, è una cosa che mi creava problemi d’ansia ogni qualvolta ero costretto ad uscire, e moltissime volte ho assistito a scene in cui, anziché cercare di comprendere la mia condizione, mi facevano sentire oggetto di curiosità morbosa e di derisione. Se questo poi succedeva mentre ero in compagnia di qualche amica, cadevo in uno stato misto tra depressione e rabbia. Ho iniziato il percorso di transizione nel 1988 e ho avuto i nuovi documenti nel 2004, ed è quindi facile immaginare cosa ha significato per me vivere in un limbo per tutti quegli anni; ancora oggi nutro una marcata idiosincrasia per i simboli del potere”.

Quanto e cosa c’è ancora da fare per le persone LGBTQ+?

“L’unica possibilità che abbiamo è divulgare il più possibile la conoscenza dell’argomento. Parlarne tanto e soprattutto correttamente. Qualche passo in avanti è stato fatto, e rispetto agli anni ’70 e ’80, ora le persone transgender non sono più sole; per fortuna, esistono parecchie associazioni che intervengono in difesa delle persone T. Purtroppo mi rendo conto, parlandone spesso e con chiunque, che la non conoscenza è diffusa e spesso si fa molta confusione parlando di mondo LGBTQ+. Le persone trans sono in netta minoranza rispetto alle persone gay, e le nostre istanze sono completamente differenti. Siamo una minoranza nella minoranza e spesso veniamo strumentalizzati da chi, pur di ottenere bonus statali o accedere a bandi, accoglie frange trans, senza però dar loro reali possibilità di agire”.

Ritiene che l’Italia potrà fare di più, nel prossimo futuro?

“No, finché non verrà scritta e approvata una legge sull’identità di genere; e ora come ora, vista anche la situazione politica, la vedo davvero dura. Paesi come la Spagna, Malta, l’Islanda e altri, sono decisamente più avanti dell’Italia rispetto alle questioni di genere. Abbiamo assistito a quello che è successo riguardo alla legge Zan; addirittura, al tempo, insieme ad altre persone LGBTQ+, venni interpellato dall’onorevole Mara Carfagna per esprimere il mio parere sulle questioni di genere, e poi? Il nulla più totale. Sono quasi trent’anni che lottiamo per avere una legge e per riformulare la 164 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1982/04/19/082U0164/sg) , ormai obsoleta: pare che ci sia sempre qualcosa più importante e urgente della tutela delle persone T”.

Vuole aggiungere qualcosa per i nostri lettori?

“Vorrei che “Camminavo rasente i muri” fungesse da input per voler conoscere di più la nostra condizione; un punto di partenza per entrare in un mondo, quello T, a tutti gli effetti straordinario. Nascere trans dà l’opportunità di decostruire il genere; rompere il binarismo imposto da una società che, da sempre, ha diviso il mondo in due: maschio o femmina. Così non è e, per fortuna, e non sono il solo a pensarlo. Confido molto nei giovani. Le nuove generazioni hanno una visione del mondo molto più ampia, e hanno capito che l’esistenza non è una linea dritta e definita dove ci stanno solo maschi e femmine, ma un cerchio dove possono e devono vivere tutte le possibili immaginabili ed inimmaginabili sfumature, senza che nessuno tolga nulla a qualcun altro.

I conigli possono diventare e sentirsi leoni”.

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

CRAZY. LA FOLLIA NELL’ARTE CONTEMPORANEA. CHIOSTRO DEL BRAMANTE DI ROMA FINO ALL’ 8 GENNAIO 2023

La pazzia, come l’arte, rifiuta gli schemi stabiliti, fugge da ogni rigido inquadramento, si ribella alle costrizioni, così anche Crazy, il pregetto di Dart – Chiostro del Bramante a cura di Danilo Eccher”.

La presentazione della mostra multimediale, visitabile fino all’8 gennaio 2023, rende solo in parte l’impatto multisensoriale dell’esposizione.

Ogni installazione riesce a risvegliare qualcosa nel visitatore: dall’ambiente futurista e quasi extraterreste dipinto di bianco e illuminato al limite della sopportazione visiva per creare un distacco dalla realtà; al corridoio invaso da farfalle nere; agli specchi rotti posti sul centro del Chiostro, che vi si riflette frammentato in mille pezzi. Dimentichiamoci l’arte così come la conosciamo, e troviamo il coraggio di immergerci in una serie di ambienti e ambientazioni che avranno la forza di risvegliare memorie e sensazioni che, forse, vorremmo tenere chiuse a chiave.

Questi i nomi dei 21 artisti in esposizione:

Carlos Amorales, Hrafnhildur Arnardóttir / Shoplifter, Massimo Bartolini, Gianni Colombo, Petah Coyne, Ian Davenport, Janet Echelman, Fallen Fruit / David Allen Burns e Austin Young, Lucio Fontana, Anne Hardy, Thomas Hirschhorn, Alfredo Jaar, Alfredo Pirri, Gianni Politi, Tobias Rehberger, Anri Sala, Yinka Shonibare, Sissi, Max Streicher, Pascale Marthine Tayou, Sun Yuan & Peng Yu.

Installazione sensoriale

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

PEPPA PIG UNA DI NOI – RAFFAELLA CARRA’ DOCET

Raffaella Carrà, in una famosa intervista, rivelò di essere cresciuta in una famiglia di donne, madre e nonna, dopo che il padre l’aveva quasi abbandonata. Tuttavia, il genitore assente e inaffidabile, ogni tanto si faceva vivo telefonicamente per sincerarsi che fosse ancora vergine: in caso contrario, l’avrebbe tolta dal centro sperimentale nel quale studiava, e dalla madre.

Un padre modello, insomma.

La compianta showgirl non sembra però che fosse cresciuta male. Così come non sono cresciute affatto male le migliaia di donne allevate in famiglie monogenitoriali o di sole donne: da madri abbandonate, oppure vedove o separate o ragazze madri .

Le donne sanno da sempre come allevare da sole i propri figli. Magari fanno degli sbagli ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Vista dall’estero, l’Italia non ci fa una bella figura, con la storia della puntata di Peppa Pig che si vuole censurare. In realtà, non ci fa una bella figura neanche coi suoi cittadini, se è per questo.

Il censore è Federico Mollicone, deputato FdI e commissario della vigilanza Rai, che già nel 2019 aveva criticato l’abbigliamento delle colleghe deputate, a suo dire, troppo scollate.

Forse, girano per Montecitorio e per la RAI squadre di controllori che, col metro in mano, si mettono a misurare orli e lunghezze delle femminili vesti. Oppure, ce ne potrebbero essere altri, incaricati di guardare i cartoni di Peppa Pig, coprendosi gli occhi con le mani, quasi come se fosse un film horror.

“Come ha dimostrato recentemente Meloni, siamo e saremo sempre in prima linea contro le discriminazioni, ma non possiamo accettare l’indottrinamento gender”, ha dichiarato Mollicone per motivare la richiesta inoltrata alla RAI di non trasmettere la puntata del cartone nel quale Peppa Pig ha due mamme.

Indottrinamento. Dove ho già sentito questa parola?

Stefania Catallo

Copyright © 2022 TheWomenSentinel.net | Tutti i diritti riservati | Riproduzione Vietata |

  • Direttore
Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

error

Enjoy this blog? Please spread the word :)

error: Content is protected !!