VIVA ANARKIKKA! LE DONNE, LE LOTTE, I DIRITTI NEGATI

Il famoso fumetto femminista creato da Stefania Spanò è diventato un libro: “Smettetela di farci la festa” (2022, People). Anarkikka non le manderà a dire a nessuno, come del resto, ha sempre fatto.

Anarkikka non te le manda a dire. Ha la lingua tagliente, questa personaggia. Diretta, franca, dissacratoria nella comunicazione che riguarda soprattutto il mondo delle donne e dei diritti umani. Che parli di migranti, di violenza di genere, di traguardi raggiunti o solo provvisoriamente toccati, oppure di soffitto di cristallo, la piccoletta col caschetto nero lo fa senza peli sulla lingua, dicendo quello che tante pensano ma che, per forza di cose, non possono dire come lo fa lei. Già il nome la dice lunga: il detto latino nomen omen, ossia nel nome un destino, descrive la nostra eroina. Arnarchica lo è sicuramente, laddove esserlo significa possedere un senso civico talmente alto da autoregolarsi nei confronti della comunità; e lo è anche nel senso di essere slegata dai poteri politici, e perciò libera.

Stefania Spanò è la sua creatrice: partenopea, accogliente, disponibile alla parola e al confronto, che sia in un incontro femminile e femminista oppure al telefono per due chiacchiere. Si descrive “illustrAutrice, vignettista, femminista”, in un tempo in cui, specialmente l’ultimo sostantivo, sembra in bilico come non mai, vista la situazione politica alla quale potremmo andare incontro.

Stefania Spanò, chi è Anarkikka e come nasce?

“Anarkikka sono io, oggi. Nasce come personaggia di future strisce immaginate ma non realizzate. Sin da subito prende la strada e la forma della denuncia, per vignette, con le quali ho iniziato a raccontare di diritti umani negati, soprattutto l’oppressione delle donne, che passa per i ruoli di genere nelle quali la società ci ingabbia, agli stereotipi e pregiudizi che sulle donne si abbattono ad alimentare le discriminazioni e le violenze che gli uomini agiscono su di noi.

Ho iniziato svelando il linguaggio dei media nel raccontare i femminicidi, le molestie, gli stupri, la violenza domestica. Un linguaggio sbagliato che però è specchio evidente della cultura nella quale cresciamo, radice degli squilibri nelle relazioni uomo/donna, per cui ancora oggi la donna è considerata oggetto, proprietà su cui esercitare potere e controllo”.

La nascita di Anarkikka corrisponde a un periodo preciso della sua vita?

“Arriva all’improvviso, come sintomo evidente di rinascita. C’è un prima e un dopo Anarkikka, un prima e un dopo della mia vita. E’ stato il momento in cui ero pronta a reagire, a raccontare, a dare un senso, forse, al mio vissuto. Una vita piena, ma complicata, di madre giovanissima, di storie difficili, anche di violenza, sulle quali sono cresciuta ma che dovevo “trasferire” fuori da me.

Anarkikka è stata la mia voce, è la mia voce, quella che non avevo e che oggi ho recuperato. Lei mi ha insegnato a parlare, a superare insicurezze e timori e a recuperare quell’autostima che, fin da piccola, qualcunə ha tentato di minare. Ho scoperto la mia capacità di comunicare anche con ironia. Una parte di me che mi era totalmente sconosciuta. Insomma, Anarkikka è il mio percorso di donna”.

Siamo in periodo pre elettorale. Cosa vorrebbe dire Anarkikka ai politici?

“Di non dimenticare che una società sana esiste se tutte le parti che la compongono hanno la possibilità di vivere dignitosamente e nel rispetto di tuttə. Che le donne sono la maggioranza del mondo, che è giunta l’ora di cambiare radicalmente, di riequilibrare e trasformare i rapporti umani. Che bisogna partire dai piccoli e dalle piccole, insegnare loro la bellezza delle differenze alle quali vanno riconosciute pari considerazione e valore. Che ogni essere umano ha diritto a esistere per come è, per come intende e desidera. Che donne e uomo e altre soggettività abbiamo il diritto umano inalienabile a essere “riconosciutə”. E’ l’educazione il primo e fondamentale passo del divenire.

Vorrei che si smettesse di parlare a vanvera di violenza sulle donne, solo sulla scia di fatti di cronaca. Che ci si assumesse la responsabilità collettiva d’intervento. Siamo tuttə coinvoltə e il mondo lo cambiamo solo insieme. Le donne vanno ascoltate, credute, liberate dei pregiudizi che le soffocano ulteriormente.

Credo poi che i diritti umani camminino di pari passo con quelli sociali e viceversa. Oggi è sempre più chiaro ed evidente. Chi non lo vede mente.

Quindi, vorrei risposte per una nuova scuola, risposte per un nuovo welfare, che tolga il peso della cura alle donne. La cura dovrebbe essere un modo nuovo di intendere il mondo, che le donne possono trasferire, ma che va praticato insieme e in ogni ambito. Cura intesa come condivisione, rispetto, attenzione materna, intesa come accudire e accogliere, che da prerogativa del femminile può esserlo di tuttə. La cura si impara”.

“Smettetela di farci la festa” (2022, People), è il suo ultimo libro. Riusciremo a vedere la fine della violenza di genere?

“Il libro è anche il mio primo. Spero ne possa seguire almeno un altro. Ho ancora tanto da dire.

Non so se riuscirò io, ma sono ottimista rispetto al futuro, anche se non prossimo. Ora viviamo un momento dove molte forse reazionarie sono in campo. Più le donne prendono in mano la loro vita, più assistiamo a un volerle ricacciare indietro, al “loro posto”, quello che il patriarcato ha confezionato per noi. Perché per ogni oppressa c’è un privilegio per qualcuno. E i privilegi non si mollano facilmente. Prevedono un’idea di giustizia e di maturità ancora lontane. Per fortuna la storia ci insegna che alla fine si progredisce. Sempre”.

Vuole dire qualcosa a chi ci legge?

“Mi lasci dire una cosa che può sembrare “personale” ma non lo è. C’è bisogno di supportare le donne, le loro capacità, le professionalità, la loro arte anche. Bisogna rendere visibile l’invisibile. Come attraverso il linguaggio, che al femminile contribuisce a creare nuovi immaginari, rendere credibile un futuro diverso perché ce lo mostra. Le cose esistono se le nominiamo. Le donne hanno bisogno di spazi. Una mano che può venire da tuttə. Serve solo un po’ di buona volontà, di cura appunto”.

Stefania Catallo

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Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

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