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VIVA ANARKIKKA! LE DONNE, LE LOTTE, I DIRITTI NEGATI

Il famoso fumetto femminista creato da Stefania Spanò è diventato un libro: “Smettetela di farci la festa” (2022, People). Anarkikka non le manderà a dire a nessuno, come del resto, ha sempre fatto.

Anarkikka non te le manda a dire. Ha la lingua tagliente, questa personaggia. Diretta, franca, dissacratoria nella comunicazione che riguarda soprattutto il mondo delle donne e dei diritti umani. Che parli di migranti, di violenza di genere, di traguardi raggiunti o solo provvisoriamente toccati, oppure di soffitto di cristallo, la piccoletta col caschetto nero lo fa senza peli sulla lingua, dicendo quello che tante pensano ma che, per forza di cose, non possono dire come lo fa lei. Già il nome la dice lunga: il detto latino nomen omen, ossia nel nome un destino, descrive la nostra eroina. Arnarchica lo è sicuramente, laddove esserlo significa possedere un senso civico talmente alto da autoregolarsi nei confronti della comunità; e lo è anche nel senso di essere slegata dai poteri politici, e perciò libera.

Stefania Spanò è la sua creatrice: partenopea, accogliente, disponibile alla parola e al confronto, che sia in un incontro femminile e femminista oppure al telefono per due chiacchiere. Si descrive “illustrAutrice, vignettista, femminista”, in un tempo in cui, specialmente l’ultimo sostantivo, sembra in bilico come non mai, vista la situazione politica alla quale potremmo andare incontro.

Stefania Spanò, chi è Anarkikka e come nasce?

“Anarkikka sono io, oggi. Nasce come personaggia di future strisce immaginate ma non realizzate. Sin da subito prende la strada e la forma della denuncia, per vignette, con le quali ho iniziato a raccontare di diritti umani negati, soprattutto l’oppressione delle donne, che passa per i ruoli di genere nelle quali la società ci ingabbia, agli stereotipi e pregiudizi che sulle donne si abbattono ad alimentare le discriminazioni e le violenze che gli uomini agiscono su di noi.

Ho iniziato svelando il linguaggio dei media nel raccontare i femminicidi, le molestie, gli stupri, la violenza domestica. Un linguaggio sbagliato che però è specchio evidente della cultura nella quale cresciamo, radice degli squilibri nelle relazioni uomo/donna, per cui ancora oggi la donna è considerata oggetto, proprietà su cui esercitare potere e controllo”.

La nascita di Anarkikka corrisponde a un periodo preciso della sua vita?

“Arriva all’improvviso, come sintomo evidente di rinascita. C’è un prima e un dopo Anarkikka, un prima e un dopo della mia vita. E’ stato il momento in cui ero pronta a reagire, a raccontare, a dare un senso, forse, al mio vissuto. Una vita piena, ma complicata, di madre giovanissima, di storie difficili, anche di violenza, sulle quali sono cresciuta ma che dovevo “trasferire” fuori da me.

Anarkikka è stata la mia voce, è la mia voce, quella che non avevo e che oggi ho recuperato. Lei mi ha insegnato a parlare, a superare insicurezze e timori e a recuperare quell’autostima che, fin da piccola, qualcunə ha tentato di minare. Ho scoperto la mia capacità di comunicare anche con ironia. Una parte di me che mi era totalmente sconosciuta. Insomma, Anarkikka è il mio percorso di donna”.

Siamo in periodo pre elettorale. Cosa vorrebbe dire Anarkikka ai politici?

“Di non dimenticare che una società sana esiste se tutte le parti che la compongono hanno la possibilità di vivere dignitosamente e nel rispetto di tuttə. Che le donne sono la maggioranza del mondo, che è giunta l’ora di cambiare radicalmente, di riequilibrare e trasformare i rapporti umani. Che bisogna partire dai piccoli e dalle piccole, insegnare loro la bellezza delle differenze alle quali vanno riconosciute pari considerazione e valore. Che ogni essere umano ha diritto a esistere per come è, per come intende e desidera. Che donne e uomo e altre soggettività abbiamo il diritto umano inalienabile a essere “riconosciutə”. E’ l’educazione il primo e fondamentale passo del divenire.

Vorrei che si smettesse di parlare a vanvera di violenza sulle donne, solo sulla scia di fatti di cronaca. Che ci si assumesse la responsabilità collettiva d’intervento. Siamo tuttə coinvoltə e il mondo lo cambiamo solo insieme. Le donne vanno ascoltate, credute, liberate dei pregiudizi che le soffocano ulteriormente.

Credo poi che i diritti umani camminino di pari passo con quelli sociali e viceversa. Oggi è sempre più chiaro ed evidente. Chi non lo vede mente.

Quindi, vorrei risposte per una nuova scuola, risposte per un nuovo welfare, che tolga il peso della cura alle donne. La cura dovrebbe essere un modo nuovo di intendere il mondo, che le donne possono trasferire, ma che va praticato insieme e in ogni ambito. Cura intesa come condivisione, rispetto, attenzione materna, intesa come accudire e accogliere, che da prerogativa del femminile può esserlo di tuttə. La cura si impara”.

“Smettetela di farci la festa” (2022, People), è il suo ultimo libro. Riusciremo a vedere la fine della violenza di genere?

“Il libro è anche il mio primo. Spero ne possa seguire almeno un altro. Ho ancora tanto da dire.

Non so se riuscirò io, ma sono ottimista rispetto al futuro, anche se non prossimo. Ora viviamo un momento dove molte forze reazionarie sono in campo. Più le donne prendono in mano la loro vita, più assistiamo a un volerle ricacciare indietro, al “loro posto”, quello che il patriarcato ha confezionato per noi. Perché per ogni oppressa c’è un privilegio per qualcuno. E i privilegi non si mollano facilmente. Prevedono un’idea di giustizia e di maturità ancora lontane. Per fortuna la storia ci insegna che alla fine si progredisce. Sempre”.

Vuole dire qualcosa a chi ci legge?

“Mi lasci dire una cosa che può sembrare “personale” ma non lo è. C’è bisogno di supportare le donne, le loro capacità, le professionalità, la loro arte anche. Bisogna rendere visibile l’invisibile. Come attraverso il linguaggio, che al femminile contribuisce a creare nuovi immaginari, rendere credibile un futuro diverso perché ce lo mostra. Le cose esistono se le nominiamo. Le donne hanno bisogno di spazi. Una mano che può venire da tuttə. Serve solo un po’ di buona volontà, di cura appunto”.

Stefania Catallo

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RAFFAELA BAIOCCHI – CENTRO MATERNITÀ EMERGENCY ANABAH: ESSERE GINECOLOGA IN AFGHANISTAN

“Passare il tempo a costruire arsenali anziché diffondere libri è deleterio, forse letale, per la nostra specie”. Gino Strada fondatore Emergency.

Afghanistan: anno uno della nuova era talebana. Qual è la situazione nel Paese? Quali sono le criticità, e quali i bisogni della popolazione? E la situazione femminile è davvero così difficile come viene descritta dalla stampa mainstream? Abbiamo chiesto alla dottoressa Raffaela Baiocchi, ginecologa presso il Centro Maternità Emergency di Anabah, di raccontarci i cambiamenti avvenuti nello Stato asiatico.

Dottoressa Baiocchi, qual è la situazione attuale in Afghanistan?

“La situazione che posso descrivere è quella che vedo e che mi viene raccontata dalle nostre specializzande: le future dottoresse che si formano da noi, vengono soprattutto da Kabul. In questo momento, in Afghanistan la situazione è instabile, anche per la presenza di una resistenza che, seppur con numeri e armamenti ridotti, è comunque attiva. La crisi economica è senza precedenti, e il problema principale della popolazione è quello di avere anche un solo pasto al giorno. La questione politica poi, è meno semplice di come viene raccontata: il potere non è solo nelle mani dei Talebani, bensì è condiviso con una federazione di forze diverse, spesso con visioni divergenti, tra le quali la rete Haqqani, della quale è leader il Ministro degli Interni. Questa rete Haqqani non è definita per identità religiosa, ma è un gruppo militare a tutti gli effetti. Non sono certo più democratici degli altri, anzi… Il loro conservatorismo non è di stampo norvegese, tanto per fare un esempio. Quindi, si vive in un clima di forte instabilità”.

Qual è la situazione delle donne afghane?

“Con il ritorno dei Talebani si è tornati indietro. il problema principale consiste nel fatto che le scuole secondarie non ammettono più le ragazze: nonostante siano stati fatti diversi annunci di riapertura, siamo ancora al nulla di fatto. Tuttavia, ci sono delle province del Paese, come ad esempio Mazar-i Sharif, dove le scuole per loro sono aperte. A Kabul, le donne possono frequentare l’università, ma è chiaro che stiamo parlando della capitale del Paese, quindi della città che rappresenta la sua parte più culturale. Il governo non ha chiuso l’università, ma adesso si fa lezione separatamente – le donne da una parte e gli uomini dall’altra -, e le docenti continuano ad insegnare. Nel settore sanitario, le donne lavorano: negli ospedali i reparti di maternità hanno sempre operato, con il personale femminile operativo. Tuttavia, sembra che il in alcuni ministeri e luoghi pubblici, le impiegate siano state lasciate a casa, ma non si hanno certezze. Le giornaliste televisive invece, possono andare in onda ma devono però indossare la mascherina per coprire la metà inferiore del viso, come accadeva in tempo di Covid.

Fermo restando che le decisioni sono prese dagli amministratori locali, a Kabul non esiste l’imposizione di indossare il burqa: si può scegliere liberamente di farlo oppure no; possono però scattare delle sanzioni se non si è coperte abbastanza. Le donne inoltre si spostano, almeno in città, da sole e senza problemi.

Ovviamente, la situazione non è la stessa nelle parti più remote dell’Afghanistan. Nei luoghi dove Emergency ha effettuato l’intervento per il terremoto, la situazione di povertà e arretratezza non è nuova e le cose, per le donne, sono molto diverse”.

Dottoressa Raffaela Baiocchi

Lei è ginecologa presso il Centro Maternità di Anabah. Come si vive la maternità nel Paese rispetto a prima dei Talebani? Quali sono le difficoltà maggiori?

“C’è da dire che adesso, di notte, vengono molte meno donne rispetto a prima, perchè la provincia è insicura: hanno paura a spostarsi con il buio, e anche i tassisti si rifiutano di venire qui nelle ore notturne. Ovviamente, questo ha un impatto negativo sulla salute in generale. Il nostro Centro è ad accesso gratuito, cosa non scontata, e accogliamo anche i casi gravi: spesso, chi sta molto male viene qui da noi per essere curato. Tuttavia, a causa delle tensioni, abbiamo registrato un calo degli accessi, in quanto il 70% dei pazienti veniva da fuori e non dalla provincia, e come dicevo prima, adesso si ha paura di viaggiare fin qui. Assistiamo a tanti parti, con oscillazioni significative nei periodi di instabilità politica, nei quali le donne si recano altrove. Tuttavia, restiamo un presidio completamente gratuito in un Paese in cui l’assistenza sanitaria è a pagamento”.

La presenza di Emergency nel Paese può fare la differenza?

“Si, e fa la differenza sotto tanti aspetti. Prima di tutto, perché continua ad essere un posto in cui si accede alle cure gratuitamente, cosa che invece non accade nelle altre strutture. Poi, i servizi medici offerti sono di alta qualità; a questo proposito, specifico che Emergency si occupa della formazione del personale sanitario afghano, ed è riconosciuto come scuola di specializzazione in ginecologia e ostetricia, pediatria, e chirurgia traumatologica. Contemporaneamente all’avvento dei Talebani, si è assistito a una diaspora dal Paese da parte delle persone di classe medio alta, tra le quali molti professionisti e personale sanitario con ruolo di formazione dei medici. Emergency continua il lavoro di formazione del personale nel momento in cui il Paese ha un deficit formativo, contribuendo così al mantenimento e alla crescita dell’offerta di salute, anche su altre strutture. Infatti, il personale che formiamo porterà le conoscenze acquisite nei suoi futuri spostamenti lavorativi, aumentando la qualità delle cure in altre parti dell’Afghanistan. Inoltre, Emergency dà lavoro a circa 1500 dipendenti, garantendo uno stipendio a tantissime persone, tra le quali un’alta percentuale di donne, senza peraltro considerare l’indotto, che è anch’esso molto importante”.

L’eredità morale di Gino Strada ha un futuro, in Afghanistan?

“Non posso che dire di si. L’eredità di Gino Strada è anche quella di aver dato voce a delle istanze universali di pace, che non erano certo originali ma che vennero ribadite con forza e che, soprattutto, lui tradusse in fatti. Le faccio un esempio. In 20 anni di guerra, in Afghanistan sono entrate tantissime armi, e quando sono tornati i Talebani, sono iniziate anche le liti tra vicini e parenti, dispute di carattere politico, combattute con le armi, che hanno provocato morti e feriti da arma da fuoco. Spesso abbiamo curato queste persone. Ma, proprio per la nostra cultura di pace, non ci sono nè armi nè guardie armate da Emergency. E l’eredità di Strada è anche coltivare la cultura dei diritti e continuare a lavorare per garantire l’accesso gratuito per tutti a cure che siano mirate e di alto livello”.

Stefania Catallo

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FOCUS: MONKEYPOX, COVID E HIV, PRIMO CASO IN ITALIA DI COINFEZIONE

E’ stato tracciato il primo caso in Italia di coinfezione da Monkeypox, HIV e Covid. Si tratta di un uomo che lo scorso 6 luglio si è presentato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Catania, lamentando diversi disturbi.

Dopo essere rientrato da un viaggio in Spagna, che aveva fatto tra il 16 e il 20 giugno, l’uomo ha iniziato ad avere febbre, mal di testa, infiammazione all’inguine e mal di gola, sintomi sviluppati dopo 9 giorni dal rientro, dichiarando inoltre ai sanitari di aver avuto rapporti sessuali non protetti con alcuni uomini.

L’uomo ha poi manifestato anche un rush cutaneo, iniziato da un braccio e poi avanzato a tutto il corpo, circostanza che lo ha portato a recarsi in ospedale con urgenza.

Il primo virus a dare esito positivo alle analisi è stato il Covid-19, nonostante le vaccinazioni fatte dal paziente; poi, è stata scoperta la presenza del Monkeypox e infine HIV, al quale l’uomo era stato dichiarato negativo solo un mese prima, in sede di precedente accertamento.

“Il nostro caso sottolinea che i rapporti sessualipotrebbero essere la modalità di trasmissione predominante soprattutto considerando il vaiolo delle scimmie”, hanno dichiarato i ricercatori. Il paziente è stato dimesso dopo essersi negativizzato al Covid e al Monkeypox, che gli ha lasciato solo una piccola cicatrice.

Ad oggi i casi registrati in Italia sono 714, un trend in salita a causa del quale è consigliato caldamente l’inoculazione del vaccino. Per le prenotazioni e le modalità: https://www.salute.gov.it/portale/malattieInfettive/dettaglioNotizieMalattieInfettive.jsp?menu=notizie&id=5907

Il Monkeypox non è una malattia a trasmissione esclusivamente sessuale, bensì si diffonde attraverso il contatto con i soggetti positivi. E’ necessario specificarlo affinché non si assista allo stigma sociale subito dalla comunità gay nei primi anni di diffusione di HIV.

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UNA CAMPAGNA ELETTORALE SULLA PELLE DELLE DONNE – FDI DIFFONDE E POI OSCURA IL VIDEO DELLO STUPRO DI PIACENZA

Il video postato da Meloni, riguardante lo stupro sulla donna ucraina commesso dall’uomo ghanese, ha sortito l’effetto desiderato: attirare l’attenzione e accendere gli animi.

La ricetta di Cesare “dividi et impera”, si è dimostrata ancora una volta vincente. Perché Meloni, e anche tutti gli altri politici, hanno potuto vedere come gli elettori si siano azzannati, facendosi così i conti di quanti voti si potevano accumulare.

La gravità della diffusione del video va ben oltre il concetto di razza, tema molto caro alle destre; l’uomo nero possiede la donna bianca, ribadendo il concetto di primitivismo sessuale e culturale, e demarcando la differenza tra immigrato dall’Africa e immigrata dall’Europa dell’est. Ma ben più pericoloso, diventa lo svelamento della violenza carnale, trattata come uno snuff movie, e che sembra dire: vedete cosa succede durante uno stupro? E vedete adesso chi sono gli stupratori?

La riservatezza garantita alle donne dai centri antiviolenza è stata spazzata via. La protezione della privacy della donna stuprata – che magari ha dei figli, una famiglia, degli amici, dei colleghi, insomma una vita sociale come tutti – è stata calpestata. Forse Meloni ha chiesto l’autorizzazione alla pubblicazione del video? Perché se non lo avesse fatto, esiste una legge per la protezione della privacy, che in quanto materia giuridica, prevede delle sanzioni. In caso contrario, ci piacerebbe visionare le autorizzazioni concesse, sempre per cortesia ovviamente.

Demolire le mura dei centri antiviolenza portando la nudità psicologica delle donne al pubblico sguardo, significa attentare all’esistenza di queste strutture. Dove mai si potranno sentire protette, ora?

In casa forse? Dove percentualmente avvengono di più le violenze? Coi loro compagni o mariti, magari italiani o bianchi? Le statistiche dicono che sono proprio sono i maggiori abusanti, basta andare sul sito del ministero degli Interni e fare una ricerca.

Come direttrice di The Women’ Sentinel, voglio scusarmi pubblicamente con la donna stuprata, per come certa stampa ha trattato lei e tutte le altre che, loro malgrado, diventano un mero strumento elettorale e delle quali, a urne chiuse, nessuno si cura più di tanto, salvo gli addetti ai lavori e altre rare eccezioni.

Stefania Catallo

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LA POSTA DEL CUORE di MAVA FANKU’

Ironica, caustica e irriverente: Mava Fankù è tutto questo e anche di più. La nostra signorina ageé – mai chiederle gli anni, non sarebbe educato! – vive a Roma, e osserva la vita con distacco e curiosità. Che stia facendo una passeggiata o prendendo un chinotto nel suo bar preferito, oppure che guardi l’umanità dalla finestra ovale della sua camera – una sorta di oblò sul mondo – nulla sfugge al suo sguardo attento. Le relazioni d’amore e le loro dinamiche sono la sua passione. Potete scrivere alla nostra Mava, però siete avvertiti: non aspettatevi parole di consolazione o massaggini dell’ego: lei non ha peli sulla lingua, anzi sulla penna, quindi vi risponderà come pensa che sia più giusto ma sempre con sincerità e affetto.

Lettera di Marcella

Cara Mava Fankù, qualche tempo fa ho conosciuto un uomo, tramite una chat. Pur sapendo benissimo che in questi non luoghi virtuali si incontrano spesso individui molto discutibili, ho deciso di fidarmi e di iniziare la conoscenza con questo signore, che chiamerò F. All’inizio è stato tutto molto bello e per me che avevo vissuto anni in solitudine, è sembrato di ricominciare a vivere. Ci sono state lunghe chiacchierate, incontri per aperitivi, anche qualche cena durante le quali ci siamo scoperti molto simili. Poi, dopo esserci abbandonati all’estasi dei sensi, lui è sparito. Non ha più risposto ai miei messaggi, pur visualizzandoli, né a nessun altro tentativo di sapere per lo meno cosa era successo di così grave da volatilizzarsi. Razionalmente so che dovrei buttarmi tutto alle spalle e riderci su, però non ci riesco. Mi sento raggirata e ferita. Tua Marcella

RISPOSTA VOCALE DI MAVAFANKU
Sottofondo musicale: “Cherchez L’Identitè Rhapsodie”- melodia di Emiliù Spataro, arrangiata e suonata al pianoforte da Svetlana Chmykhalova

Cara Marcellina… Pane e Vino, permettimi di giocare con il tuo nome, come gioco anch’io con il mio d’altronde… e sarò sincera, diretta e schietta come ti aspetti che io sia… Dunque, noto subito una contraddizione, quando dici che hai conosciuto un uomo sulle chat, che tu definisci un “non luogo” dove si incontrano persone “discutibili”…

Beh, in quella specie di buco nero c’eri anche tu, Marcellina, e in questo momento stiamo parlando di te, quindi siamo tutti discutibili… E quei non luoghi delle chat, tesoro mio, specie da quando la Terra è stata invasa da una pandemia che ci ha costretti per un paio di annetti chiusi in casa, sono diventate il primo mezzo di comunicazione per conoscere persone nuove e lo erano già da prima un luogo virtuale dove incontrarsi. Perciò non è dove ci si incontra che conta. Che poi ci credi se ti dico che il mio più grande amore l’ho incontrato sugli annunci dei cuori solitari?

Ma è di te che dobbiamo parlare. Dici che tu e quest’uomo, il cui nome inizia con F… Fedifrago? eh eh… ci ritorniamo dopo, magari, avete fatto grandi chiacchierate, come d’altronde si fa sulle chat inizialmente, e che vi siete incontrati spesso per aperitivi e cenette conoscitive…

Ma sai che mi ricordi un aforisma di Aldo Busi? Non tu, ma la situazione delle cenette, quando dice che le coppie eterosessuali (immagino che voi siate una coppia eterosessuale fino a prova contraria, no?) prima vanno a cena insieme, anche più volte, come ritualistica proprio, rimpinguendo le tasche dei ristoratori, e poi non è detto che vadano a letto insieme… Che poi fare certe cose dopo mangiato potrebbe essere anche rischioso, che dici? Ma tornando ad Aldo Busi, continua dicendo che invece le coppie omosessuali, o comunque non conformi, prima vanno a letto insieme, magari dopo un drink per scaldare gli animi, e poi se si sono piaciuti vanno a cena insieme…

Beh, personalmente penso che questa di Busi sia una di quelle cose da annotare sul taccuino delle utilità. Prendi nota, tesoro. Poi, dici che, dopo esservi abbandonati all’estasi dei sensi, lui è sparito e i tuoi tentativi di ristabilire i contatti con lui sono stati vani. Beh questo mi sembra tipico Marcellina, mi appare come un LeitMotiv della danza della seduzione e dell’abbandono di noi povere “signorine agè” che, dopo tanta solitudine (vedi in questo ti sono solidale e mi identifico), ci ritroviamo a sognare tra le braccia di un uomo che ci sembra quello giusto e invece si comporta come una sorta di Don Giovanni cybernetico che ci conquista piano piano , dando il meglio di se, facendo promesse amorose, instillandoci il germe dell’amore nell’attesa e, poi, una volta divorato il frutto della conquista, si dilegua, ritornando in quel nulla telematico dal quale proviene.

Mi dispiace dirtelo, Marcellina, ma “apres l’amour”, dopo l’amore, le cose o si complicano o si risolvono… Si complicano quando scatta quell’intesa che tra voi non è scattata, o si risolvono, quando uno dei due non prova il desiderio di rivedersi una seconda volta, perchè magari qualcosa non ha funzionato, o perchè sei finita sotto forma di spunta sull’agendina virtuale del Cyber Casanova di turno…

Marcellina, non mi sembra una grande tragedia, per ora prevale il tuo orgoglio di donna ferita, perchè magari avresti voluto qualcosa di continuativo, sapessi io gioiamia, ti posso capire. Magari se ti rimetti in gioco senza chiuderti a guscio, il tuo F… finirà come spunta sulla tua rubrica dei Fedifraghi. Perchè quasi sicuramente lo è. Oltre che un collezionista di spunte.

Un bacio, Marcella, da Mava Fankù

Cherchez L’Identitè Rhapsodie

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EDITORIALE – SUL SERIO VOGLIAMO BERLUSCONI NELLE STANZE DI PERTINI?

Il vecchio sogno nel cassetto del cavalier Berlusconi, ovvero quello di salire al Quirinale da Presidente della Repubblica, non è mai tramontato. Durante un’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Radio Capital, il cavaliere parlava delle eventuali dimissioni di Mattarella, nel caso fosse stata approvata la sua proposta di riforma sull’elezione del Presidente. Ecco le sue parole.

“E’ dal 1995 che io ho proposto il sistema presidenziale; tra l’altro l’ho fatto in un discorso che ho tenuto nell’aula di Montecitorio. E’ un sistema perfettamente democratico, che anzi esalta la democrazia consentendo al popolo sovrano di scegliere direttamente da chi vuole essere governato”. E continua: ”Se entrasse in vigore questa riforma, penso che sarebbero necessarie le dimissioni del Presidente Mattarella per andare alle elezioni dirette di un nuovo Presidente che, guarda caso, potrebbe essere lui”.

Alla luce delle quirinalie dello scorso gennaio, sembra evidente che il desiderio di Berlusconi non si sia mai spento, anzi.

Ma è davvero questo il desiderio degli italiani? Vogliono davvero il cavaliere al Colle, nelle stesse stanze di Pertini? E, mi chiedo, come mai siamo caduti in questo lungo sonno, dal quale potremmo risvegliarci privi di molte certezze acquisite? Se la politica è lo specchio del Paese, è questo che siamo diventati? Ed è davvero questa la politica che vogliamo? Sul serio?

Video Repubblica.it – Dossier Elezioni 2022 – Berlusconi, se passa il presidenzialismo Mattarella si dovrebbe dimettere

https://video.repubblica.it/dossier/elezioni-2022-video/berlusconi-se-passa-il-presidenzialismo-mattarella-si-dovrebbe-dimettere/422842/423795

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RICORDARE PIER PAOLO – READING PASOLINI DI EMYLIU’ SPATARO

A cento anni dalla nascita di Pasolini, si susseguono le iniziative in ricordo del grande intellettuale. Ripercorriamo i luoghi pasoliniani in compagnia di Emyliù Spataro, attore teatrale e protagonista del corto “Supplica a mia madre”.

Emyliù Spataro, quanto ritiene attuale l’arte di Pasolini, dalla scrittura al cinema?

“Durante questo centenario di Pier Paolo Pasolini ho riscoperto la sua estrema attualità, che artisticamente si esprime nel suo eclettismo e nel suo linguaggio che definirei “multimediale ante-litteram”, alternando, mescolando e contaminando, vari linguaggi espressivi attraverso le sue molteplici arti. In un’era in cui l’ipotesi di Internet non era ancora formulabile, lui si esprimeva come se già lo adoperasse. Amo particolarmente la sua produzione cinematografica, ricca di capolavori che rimangono sospesi in un Olimpo senza tempo, quindi più che attuali, eterni. Film intrisi di poesia pura come “Il fiore delle mille e una notte”, del quale ricordo una frase della voce narrante: “E’ sempre il meno bello che si innamora del più bello”. E altri potenti film neorealisti, che sublimano le sue amate borgate romane, come “Mamma Roma” con Anna Magnani, “Accattone”, “La ricotta”. “Teorema”, un controverso film sulla decadenza della sua classe borghese. Fino alle sue magnifiche trasposizioni dai classici come “Edipo Re” con i suoi attori ideali, presi dalla strada e fatti diventare professionisti, come Sergio Citti e Ninetto Davoli, “Medea” con la divina Maria Callas. Ma ancor più che nei suoi film, la sua attualità si manifesta nei suoi scritti e sopratutto nelle sue celebri interviste”.

Pier Paolo Pasolini e la Madre

Parliamo del Pasolini politico. Quale eredità ha lasciato?

“A proposito delle sue interviste scomode, ne ricordo una quasi profetica. In un programma televisivo Pasolini parlava dei danni che un giorno avrebbe causato la televisione, teorizzando di una futura omologazione culturale del popolo, dei ragazzi di borgata, che plagiati dai falsi modelli televisivi, più che proposti imposti in modo invasivo, entrando capillarmente nelle case e nei cervelli degli italiani, in un futuro ora attuale si sarebbero omologati, perdendo la loro originaria purezza incontaminata, per somigliare ai borghesi, confondendosi con loro. Omologazione profetica, che in senso politicamente più esteso, oggi sarebbe degenerata nello scenario attuale che mi piace immaginare analizzato da Pasolini. Come si sarebbe confrontato con queste destre? Perchè si sarebbe sicuramente confrontato: lui parlava anche con i fascisti, in modo dialettico, senza chiusure e pregiudizi. Forse perché e’ sempre stato molto critico nei confronti del comunismo, allora già in crisi, essendo ritenuto una sorta di “comunista di destra”, contraddittorio, cattolico, contro l’aborto. Ed è proprio questo un elemento di estremo fascino che denota la sua assoluta onestà intellettuale. In “Comizi d’amore” documentario in cui intervista gli italiani sulla loro sessualità, tocca livelli altissimi di giornalismo poetico d’autore. Ne “Le ceneri di Gramsci” riesce ad analizzare la crisi del comunismo in Italia, scrivendo delle poesie, cosa che trovo di una genialità assoluta”.

Emyliù Spataro interpreta “Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini per il suo centenario

Come mai ha deciso di interpretare “Supplica a mia madre”? Quali sono state le sue sensazioni a riguardo?

“Supplica a mia madre” è per me il capolavoro assoluto di Pasolini. La prima volta che la lessi, da attore, mi identificai totalmente, cominciando a registrarla sin dalla prima lettura, realizzandone poi vari video. Sento un’identificazione totale immedesimandomi nella dichiarazione di amore assoluto che Pasolini fa alla madre. Questa cosa mi incuteva un sacro timore, cominciando a dedicarla a mia madre in un lontano giorno di compleanno, in cui lei, poverina, già aveva delle patologie senili importanti. Provavo angoscia ogni volta che pronunciavo i versi: “Ti supplico, non voler morire”. Oggi dedico a mia Madre Eleonora questa intervista e questo video, perché mi ha lasciato da poco. Pasolini in questa poesia si confessa, parlando della “fame d’amore di corpi senz’anima”, i ragazzi di vita che lui desiderava in modo conflittuale, ma non amava. E probabilmente non amò nessuno Pier Paolo, né un uomo, né tantomeno una donna, perché il suo amore era solo per la madre. Le sue ultime parole prima di morire, dice Pelosi che racconta sopraggiunse un gruppo all’idroscalo di Ostia che lo aggredì, furono: “mammina mia”!

Emilio Emyliù Spataro

Pasolini è di ispirazione per lei?

“Quando Pasolini entrò per la prima volta nella mia vita ero un bambino, nato un 5 marzo come lui, ed entrò sotto forma di notizia del Telegiornale. Era stato assassinato brutalmente un grande scrittore. La mia mente infantile non poteva comprendere le dinamiche dell’accaduto, ma la cosa mi turbò tantissimo. Finchè da adolescente, più consapevole, gli dedicai una mia poesia: “A Pier Paolo, morto d’amore”. Da allora, una volta arrivato a Roma dalla Calabria, mi feci una scorpacciata di tutti i suoi film nei cineclub trasteverini. E cominciai a leggere le sue opere e su di lui, interessandomi alla sua vita, ai suoi rapporti di amicizia amorosa e intellettuale con Elsa Morante, Dacia Maraini, Laura Betti, attrice in molti suoi film, ad esempio, e alle sue amicizie con artisti intellettuali come Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, e altri. Oggi mi ispirano molto alcuni suoi film, specie il suo capolavoro “Mamma Roma” con la mia attrice musa Anna Magnani, reinterpretando a mio modo alcune scene per farne dei corti. E farei anche delle letture interpretate dei suoi testi più folgoranti, magari per farne qualcosa di creativo. C’è tutto l’universo nella produzione di Pasolini, e la sua grandezza si manifesta sopratutto nella rimozione collettiva della sua tragica fine. La sua vita sessuale tormentata e violenta, vissuta con senso di colpa ed espiazione fino al tragico epilogo, che attirerebbe la morbosa e giudicante curiosità di taluni, forse avrebbe oscurato un artista mediocre. Ma è la sua grandezza che oscura ogni bruttura, splendendo di vita propria con le sue opere e il suo luminoso e lucido pensiero”.

Stefania Catallo

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Benvenuto THE WOMEN’ SENTINEL

di Stefania Catallo

Le incertezze politiche di queste ultime settimane; la guerra in Ucraina; il long Covid che ha acuito la diffidenza e la rabbia: è in questo complesso scenario che nasce “The women’ sentinel”, il nuovo blog che ha come progetto di occuparsi dell’attualità, con particolare riferimento ai diritti umani, delle donne e delle minoranze. TWS, acronimo del nome del blog, vede la luce come strumento di informazione libero, indipendente, aperto a tutti: caratteristiche assolutamente non scontate.

Come giornalista, ho sempre cercato di raccontare i fatti con obiettività, ed è questo che voglio continuare a fare, anche se spesso, spessissimo, è difficile.

Diceva Gerge Orwell: “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Mi chiedo però se siamo davvero pronti ad accettare la verità o se, forse, non preferiamo vivere in una felice inconsapevolezza, nella quale ciò che accade all’esterno non ci tocca se non leggerissimamente. Dopotutto, il rumore dei colpi di cannone sparati in Ucraina o in Medio Oriente non si sentono da noi; la donna uccisa dal marito non abitava nel nostro palazzo; la coppia gay pestata per strada non l’avevamo mai vista, quindi a casa nostra va tutto bene. E invece no.

Adesso, qualcosa su di me.

Mi chiamo Stefania Catallo, sono nata a Roma e sono giornalista. Prima di tutto sono una persona curiosa e mi piace andare a fondo nelle cose. Nel 2011 ho fondato assieme a due socie il centro antiviolenza “Marie Anne Erize”, che è stato per sette anni a Tor Bella Monaca, spostandosi poi alla Romanina e trasformandosi in sportello di ascolto presso UPTER a Roma. Questa lunga esperienza nel femminile è la base sulla quale è nato il blog. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma: queste le parole del chimico settecentesco Lavoisier, che non posso che condividere.

Vi auguro buon viaggio insieme a me in questa nuova avventura giornalistica.

  • Direttore
Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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