due anni di governo talebano

AFGHANISTAN: DUE ANNI DI APARTHEID DI GENERE SULLA PELLE DELLE DONNE

In copertina: photo ANSA

l 14 agosto del 2021 i Taliban prendevano in potere in Afghanistan con una marcia inarrestabile lungo il Paese. Cosa è cambiato per le donne e quali sono le ipocrisie internazionali, agite sulla pelle della metà femminile della popolazione?

L’apartheid di genere sulla donne afghane continua, mentre il mondo osserva distrattamente.

Il mainstream sostiene altre cause; non perché, sia chiaro, quello che accade in Afghanistan sia meno importante di quello che succede in altre parti del mondo, bensì come frutto di una logica del profitto le cui conseguenze – si pensi ad esempio, alla guerra dei Balcani degli anni ’90 – sono la pubblica indignazione e mobilitazione solo se vengono toccate le economie e le tasche occidentali (e non solo).

Nonostante siano passati solo due anni dalla presa del potere del nuovo governo talebano, sembra che per le donne afghane siano passati secoli. Come in una perversa macchina del tempo, quello che avevano acquisito, ossia la partecipazione politica e sociale, il diritto all’istruzione e soprattutto quello di essere, è stato pian piano cancellato. Dapprima l’istruzione separata; poi il divieto di frequentare le università, poi quello di andare a scuola e di insegnare; i telegiornali, condotti nei primi tempi dalle giornaliste coperte dalla testa ai piedi, fino a quando queste non sono state estromesse; il divieto di lavorare e di avere un reddito indipendente e da ultimo, anche se sicuramente si troverà qualche altra cosa da togliere, anche il divieto di andare dal parrucchiere.

Sia chiaro: l’Afghanistan non è mai stato l’Occidente. Le conquiste femminili erano evidenti soprattutto nei grandi centri, ma nell’entroterra nulla era cambiato da secoli, nemmeno dopo anni di politica dettata da oltre oceano. Troppi pochi anni, il tempo di una generazione, per pensare a un cambiamento radicale di mentalità; troppo rancore verso gli amici esteri e i governi calati dall’altro e tanta paura delle donne. Cosa potrebbe spingere i talebani e i loro sodali a reprimere la metà di una nazione, se non la paura, l’odio e il risentimento? Forse queste donne impersonano una minaccia al potere maschile nella misura in cui lo mettono di fronte alla sua inadeguatezza? Forse che le madri, le sorelle, le mogli, le figlie, le nonne siano le nemiche da annientare, per lo meno allo sguardo? Il nemico pubblico numero uno per questo Stato sono veramente loro?

E’ troppo ingenuo però, pensare all’Afghanistan come ad un Paese dove si consumano esclusivamente violazioni dei diritti delle donne. Sarebbe come guardare al dito e non alla luna. La cecità selettiva della comunità internazionale cela altri interessi: ubi maior minor cessat, perché sotto i piedi di quel popolo si celano le terre rare e altri tesori indispensabili alle tecnologie e per averli si è disposti a girare la testa da un’altra parte.

Ucraina, Niger, Myanmar: queste sono le aree di conflitto più attenzionate in questo momento: grano, uranio, petrolio e pietre preziose sono i loro tesori. Ma non si combatte solo per questo, bensì per preservare le aree di influenza delle grandi potenze sulla scacchiera mondiale. Con tanti saluti ai diritti umani.

Assange affermava che “l’obiettivo in Afghanistan era sempre stato quello di lavare il denaro degli introiti fiscali di USA ed Europa tramite l’invasione del Paese, per poi metterlo nelle mani di una elite di sicurezza transnazionale”.

Rimane una domanda, ancora: chi ci guadagna dalla situazione afghana?

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Direttore Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

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Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Opinionista e Web Master del Magazine.

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