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TONI EL MAT. LA MOSTRA DI ANTONIO LIGABUE A MODENA

E’ stata inaugurata il 16 settembre a Modena, presso la Galleria BPERBanca, la mostra dedicata ad Antonio Ligabue intitolata “L’ora senz’ombra”. Sarà possibile visitarla fino al 5 febbraio 2023.

Photos @AndreaTermini

Parlare di Antonio Ligabue significa anzitutto cercare di sfatare il mito del pittore pazzo e restituire al visitatore la sua dimensione umana. Sebbene l’artista subì diversi ricoveri a causa dei suoi problemi mentali, dipingendo sull’orlo della follia, “L’ora senz’ombra” intende essere un percorso artistico dedicato a togliere qualsiasi velo oscuro e preconcetto dalla sua figura, per restituire il grande pittore, colui che dietro una tecnica apparentemente semplice e naif, ha descritto il suo mondo e i suoi personaggi, le sue paure, i suoi incubi, le sue speranze.

A causa del suo carattere chiuso e schivo, Ligabue ebbe pochissimi contatti coi suoi colleghi: così, la sua espressione artistica è assolutamente autentica, genuina, non riferendosi a modelli esterni.

Nato nel 1899 a Zurigo da madre nubile, malato di rachitismo, con problemi mentali, in disaccordo col patrigno, chiuso e scontroso: Ligabue fu fortemente colpito da questo, e avrebbe potuto essere uno dei tanti ospiti fissi dei manicomi del tempo; invece, la sua genialità, scoperta dallo scultore Andrea Mozzali, che lo fece uscire dall’ospedale psichiatrico e lo ospitò a Guastalla, inizia a emergere. Ligabue dipinse quello che sognava, quello che vedeva, quello che viveva.

La mostra è divisa in tre sezioni: lo scontro predatorio, la vita di campagna e l’autoritratto.

Nello scontro predatorio, sembrano essere rappresentate le battaglie combattute da Ligabue nella vita per essere riconosciuto come uomo e non come pazzo. Come scrive il curatore della mostra Sandro Parmiggiani, l’artista dipinge “la lotta per sopravvivere o per affermarsi, in cui una vittima soccombe al carnefice e viene sacrificata; il lento cammino delle sue umane sembianze verso l’esito finale“.

Photo @AndreaTermini

Nella vita di campagna, Ligabue dipinge pace e quiete: paesetti di montagna, piccole comunità strette attorno alla chiesa di paese, quasi un riferimento alla natia Svizzera, dove visse l’infanzia che, se pur nella miseria, sembra ricordare con nostalgia.

Photo @AndreaTermini

Poi, i celeberrimi autoritratti. Antonio Ligabue ne dipinse circa 200, quattro dei quali sono ospitati nella mostra. In genere, si dipingeva di profilo, girato a sinistra ma con lo sguardo rivolto a destra. Molto suggestivo è “Autoritratto con mosche” (1956/57), dove si raffigura con gli insetti posati addosso quasi a comunicare un senso di morte, di putrefazione. Negli autoritratti si dipinge con il viso segnato, drammaticamente serio, a fissare il visitatore chiedendo di essere riconosciuto come uomo e artista, e non come folle.

L’epitaffio sulla sua tomba recita così: “Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore”.

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La lettura del Sabato di Alessio Papalini – Esopo – Il leone e l’asino che andavano a caccia insieme

Fatta società, il leone e l’asino uscirono insieme a caccia. Giunti dinanzi ad una caverna dove c’erano delle capre selvatiche, il leone si fermò davanti all’entrata per prenderle a mano a mano che uscivano, mentre l’asino entrava e, balzando in mezzo ad esse, ragliava per spaventarle.
Quando il leone le ebbe prese quasi tutte, l’asino venne fuori e gli chiese se non si era mostrato un valoroso guerriero nella cacciata delle capre.
Gli rispose il leone: “ma sai che persino io avrei avuto paura di te se non avessi saputo che eri un asino?”
Così chi fa il fanfarone davanti a quelli che lo conoscono bene, si guadagna giustamente le beffe

ASCOLTA DALLA VOCE DI ALESSIO PAPALINI

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L’IMPERATORE – I TAROCCHI

L’Imperatore è l’Arcano Maggiore numero quattro. Quattro come i punti cardinali, le fasi lunari, le stagioni, i lati del quadrato a cui veniva paragonata la Terra. Quattro sono anche le Virtù Cardinali: pazienza, forza, prudenza e giustizia, che ritroveremo anch’esse raffigurate nelle Carte. Ed é proprio su un cubo o su un trono a quattro gambe, che l’Imperatore è assiso, a significare la concretezza tipica della terra, intesa anche come elemento. 

Il Mago era l’elemento Aria; la Papessa, il Fuoco; l’Imperatrice, l’Acqua e l’Imperatore è la Terra.

Nella raffigurazione dei Tarocchi di Marsiglia, l’Imperatore è ritratto di profilo, e se messo in fila con gli Arcani che lo precedono, sembra stia guardando l’Imperatrice. Si è infatti formata la prima coppia dei Tarocchi: i due elementi, maschile e femminile, si sono incontrati.

L’Imperatore, assieme alle Carte fino al numero V, rappresenta una figura umana e un ruolo facilmente decifrabile. E’ più di un re, perché governa un impero, dunque il suo potere è maggiore e più diffuso sulla terra. I suoi abiti sontuosi ne dimostrano la ricchezza; la cintura a doppio giro riprende quella del Mago; dalla catena appesa al collo pende un medaglione col simbolo della croce, che fa da trait d’union con il Papa, l’Arcano successivo. Porta i simboli del potere temporale, così come l’Imperatrice, anche se qui sono più grandi (non dimentichiamo che l’origine dei Tarocchi è antichissima, e il potere veniva esercitato per lo più da uomini): lo scettro, la corona e il globo. Lo scudo è poggiato a terra, ma a portata di mano. Dal restauro dei Tarocchi di Marsiglia fatto da Jodorowsky e Camoin, si è visto che l’aquila raffigurata sullo scudo dell’Imperatore sta deponendo un uovo: è un simbolo di fecondità, dell’uovo cosmico, ossia la rappresentazione della pietra filosofale in grado di trasmutare la materia, per farla tornare alla purezza originale. Si pensi che la filosofia, le arti e le scienze erano studiate solo da pochi eletti, in grado di avere i mezzi materiali per farlo, quindi anche da re e imperatori.

La posizione delle gambe dell’Imperatore è molto particolare: infatti, se si copre la figura lasciando solo le gambe incrociate, vedremo un quattro, che ritroveremo anche nell’Appeso, più avanti. Questo dimostra quanto le Carte seguano l’una all’altra, ripetendo in maniera diversa concetti apparentemente difficili.

Alcuni significati al diritto

Concretezza, avere i piedi per terra; decisionalità e determinaizione. Uomo di potere, giovane, fino ai quarant’anni circa. Realizzazione di un progetto. Successo, generosità, benessere. Rigore e senso pratico. Quello che si ottiene arriva attraverso il lavoro e lo studio.

Alcuni significati al rovescio

Dittatorialità oppure mancanza di decisione. Arroganza, presunzione, ignavia, ingordigia. Mancata realizzazione di un progetto, compromessi di cattiva natura. Uomo inaffidabile.

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DIO PATRIA E FEMMINICIDI DI STATO – VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DELL’AUTORE

Quanto sta accadendo in questi giorni in Iran deve preoccuparci e indignarci tutti.
Non è mai giustificabile uccidere una donna, figuriamoci se viene assassinata per un velo  indossato male dalla “polizia morale”.
L’assassinio di Mahsa Amini apre un nuovo confine sui diritti umani, dai quali dovremmo tutti prendere le distanze.
Non basta solo condannare, l’Occidente deve richiamare i propri ambasciatori in Iran come condanna contro quello che sta accadendo.
Come sostegno concreto a quelle donne che oggi stanno pagando un prezzo altissimo perché chiedono solo di essere libere.
Essere indifferenti alle loro richieste significa solo che altre donne moriranno perché indossano “male un velo”.
Un velo!
Personalmente abrogherei anche l’ora di religione nelle nostre scuole, perché o le insegni tutte, o continui a costruire muri verso gli altri.
L’unica religione che dovrebbe essere insegnata fin dall’asilo in Italia, a chiunque lo frequenti e a prescindere da dove provenga, dovrebbe essere la nostra Costituzione: libero culto in libero Stato, articolo 19, purché al di fuori delle scuole.
Diffido sempre di coloro che in nome di Dio brandiscono verità che suonano più di censura.
In Iran la religione è censura, e quanto sta accadendo lo conferma.
La gente invece vuole essere lìbera a qualsiasi latitudine e longitudine.
Internet in questo caso, i social media soprattutto, rappresentano un mezzo potentissimo per condividere questo bisogno naturale.
Non a caso il regime iraniano lo ha subito spento.
In ricordo di:

Masha.Amini, 22 anni.
Hananeh Kian, 23 anni.
Hadith Najafi, 23 anni.

Saverio Giangregorio.

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 QUI BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO – “PER QUESTO, PER ALTRO, PER TUTTO!”

Giovedì 8 settembre si è tenuta la convergenza tra il tavolo lavoro degli Stati Genderali lgbtqia+ & Disability, di cui faccio parte, e il Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze.
È stato un appuntamento importantissimo che voleva testimoniare un principio importante e fondamentale, che come comunità portiamo avanti dagli ultimi anni: del “love is love” ne abbiamo fin sopra i capelli! A noi interessa portare avanti un altro concetto, molto più importante: “lavoro is lavoro”, poiché “non facciamo i froci per mestiere”. Avere un lavoro è un diritto. Tale diritto dà poi l’accesso ad altri due importantissimi: il diritto all’abitare e il diritto alla salute.
L’ultimo caso di cronaca nera trans, quello di Cloe Bianco, ci ha spinto, con forza e determinazione, a portare avanti sempre di più questa lotta al diritto di esistere.
Eravamo una piccola delegazione: solo tre persone, di cui due uomini trans (io e Milo Serraglia) e un uomo omosessuale (Enrico Gullo).
Tra le persone relatrici della conferenza ci sono Tiziana DeBiasio, operaia in subappalto, e Mariasole Monaldi, una studentessa della rete dei collettivi universitari Studenti di Sinistra dell’Università degli studi di Firenze.
È importante che gli studenti siano stati lì accanto agli operai fin dall’inizio della protesta, perché si tratta di lottare anche per il loro futuro.
Quello che respiro in GKN è la compenetrazione: tutti sono parte di tutto.
C’è una grossa problematica che ci impaurisce da quando abbiamo dato il via a questo progetto: il linguaggio.
A volte il linguaggio crea divario. Ma è importante portare il nostro linguaggio nella lotta operaia, perché anche noi siamo operai. Ed è quindi estremamente importante che le richieste di diritti si intersechino e che vengano portate avanti con il giusto modo e le corrette parole. Nessuno però si sente di voler salire in cattedra e di fare un comizio. La decisione è quindi la più semplice: parlare di noi. Le nostre vite, i nostri trascorsi saranno il modo migliore per introdurre il giusto linguaggio e farlo capire a tutti i presenti. Anche a chi quelle parole le ha sicuramente sentite, ma nessuno si è mai degnato di spiegargliele e di fargli capire cosa significano nella vita di tutti i giorni.
Dopo l’introduzione da parte dell’operaio Mario Berardo Iacobelli, iniziano i nostri interventi.
Parte Tiziana che parla delle molestie sul lavoro subite dalle donne, il demansionamento degli uomini gay, il doppio lavoro domestico e salariato e una testimonianza personale.
La parola passa a Enrico, che tocca tanti i temi in modo incisivo e ragionato, sottolineando come tutto questo si mischia, si fonde e si confonde a nostro discapito e a vantaggio del padrone: il capitalismo che internalizza il patriarcato, la divisione di genere del lavoro, il doppio lavoro delle donne, la salarializzazione del lavoro di cura, le persone LGBTIQAPK+ come soggetto imprevisto: disciplinare e punire, il Diversity Management come “discriminazione positiva”.
Poi tocca a Milo che racconta quanto è una merda vedersi riconoscere la carriera alias solo perché la multinazionale per cui lavori come rider ha visto che fai il testimonial del Pride, continua su cosa significa essere out come persona trans, perdere il lavoro e continuare ad avere difficoltà a trovarlo. Insiste sul privilegio maschile nella divisione del lavoro di cura e nella percezione sul luogo di lavoro, sulla produttività come imperativo di performance del maschile.

A questo punto tocca a me. Panico. Cosa dico? La butto sul ridere: parlo delle parodie della mia vita. Racconto di come il pregiudizio e certi atteggiamenti si riflettano anche con la comunità LGBT+ «Il mondo dei trasporti è fatto di uomini e donne, ma chi comanda sono gli uomini. Essendo un lavoro maschile ed essendoci entrata come donna lesbica dichiarata divento “una di loro”, ma solo per poter parlare del culo delle mie colleghe e per farmi dire cose piccanti sul sesso lesbo, in modo da far sollazzare i colleghi maschi. Questa non è proprio una dimostrazione di “inclusione”». Sorridono e annuiscono, donne e uomini. So che sono cose che sanno tutti, ma quanto ci è permesso dirlo ad alta voce? Continuo sul diritto alla salute come diritto fuori e dentro al lavoro «ai dipendenti sono riconosciuti permessi per visite mediche per un massimo di 18 ore annuali, comprensive anche dei tempi di percorrenza di andata e ritorno al lavoro. Non è previsto un minimo, quindi significa che ogni azienda può decidere autonomamente quante ora di permesso concedere al proprio dipendente. Questo vuol dire anche che non c’è parità tra lavoratori, se in base all’azienda in cui sei hai diverse concessioni. Io sono un uomo trans e ho un percorso medico da seguire con tanto di visite mediche specialistiche, che si aggirano da un minimo di 2 arrivando anche a 4 all’anno, in base a diversi fattori. Io abito e lavoro in provincia di Milano e, purtroppo, devo per forza entrare in Milano per poter avere assistenza medica specializzata in questi percorsi. Questo significa che mi ci vuole minimo un’ora di percorrenza tra il lavoro e l’ospedale, più il tempo della coda per pagare il ticket, più il tempo della visita, più una seconda ora di viaggio per rientrare a lavoro. Nella mia azienda il monte ore per le visite è pari a 10. Capite bene che ne bastano due per esaurirle. Chiedere che il numero di ore aumenti o che, per lo meno, sia fisso al massimo consentito in ogni luogo di lavoro, non significa chiedere un privilegio per le persone trans, poiché di questo ne beneficerebbero tutti i lavoratori. Questo è il significato di lotta intersezionale: fare fronte comune, considerando che la lotta del singolo può diventare un “privilegio” per tutti. È per questo che è importante portare avanti una dialettica comune, non lasciando indietro niente e nessuno.
Ad esempio, c’è un grande assente stasera: il compagno operaio Marte Manca, un amico, uomo trans, vittima di un sistema di sub-appaltazione del lavoro, che ti chiude dentro a mille forme contrattuali al ribasso salariale e di diritti. Non poteva esserci perché ha un contratto che non gli permette di prendere permessi come ho potuto fare io. Ha un contratto che prevede che lui lavori poche ore alla settimana retribuite, ma che in realtà arrivano ad essere anche 50. Le ore in eccedenza non vengono pagate come straordinari, ma vengono accumulate come monte ore che poi verrà fatto usufruire alle persone come ferie e rol. In questo sistema fuori controllo, dove puoi collocare il diritto alla salute se già manca quello a una corretta retribuzione del lavoro? Dove puoi andare a inserire il diritto alla carriera alias, se già mancano le basi per un vero diritto al lavoro?»

Tocca a Mariasole che tocca temi molto importanti per le donne, di cui ancora si parla troppo poco: endometriosi e vulvodinia, due malattie croniche invalidanti che non sono attualmente riconosciute nei Livelli Essenziali di Assistenza del Sistema Sanitario Nazionale. Continua l’intervento sul doppio lavoro delle donne e sull’importanza delle questioni di genere nelle lotte – di fabbrica o studentesche che siano.
Conclude il dibattito uno dei pensatori dello stesso: il compagno operaio Dario Salvetti, che rimarca quanto sia stato importante per tutti fare questo incontro. E ci insegna un nuovo motto: “per questo, per altro, per tutto!”
Gli operai e le operaie ci hanno accolto come fratelli e ci hanno ascoltato con attenzione ed empatia.
“La prima volta su rivolta” recita un nostro motto che portiamo ai Pride. Anche questa è stata una prima volta ed è sicuramente una rivoluzione dell’agire: serve compenetrare i discorsi, fare realmente intersezione. Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti. Bisogna solo andare avanti. Noi ci siamo e siamo carichi!

Diego Angelo Cricelli

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 LUCIO DALLA E ROMA: UN AMORE INFINITO

Si è aperta al Museo dell’Ara Pacis di Roma la mostra dedicata al grande artista, che comprende foto, dipinti, abiti e tanti ricordi legati al cantautore bolognese, e che sarà visitabile fino al 6 gennaio 2023.
Lucio Dalla e Roma: un grande amore iniziato alla fine degli anni ‘ 70, quando Dalla prese casa in vicolo del Buco, facendone un punto di incontro di artisti, giornalisti, musicisti, intellettuali.
“Mi stupisco sempre più del rapporto che c’è tra me e Roma. Una città
unica al mondo, un palcoscenico straordinario che unisce tutte le classi sociali, in cui non
c’è contrasto, c’è voglia di stare insieme” , così l’artista descrisse il suo rapporto con la Città Eterna.
Il visitatore ripercorrerà le tappe della vita di Dalla, dall’infanzia tra Bologna e Manfredonia; i primi passi artistici e la vitalità dell’uomo che riuscirà a cambiare la musica italiana; i sodalizi artistici, gli incontri coi grandi personaggi, il teatro, i dischi d’oro e di platino. E, alla fine, il suo sassofono, quasi a significare che tutti gli onori sono relativi e quello che resta ed è essenziale, è la musica.

FOTO DELLA MOSTRA con un brano di LUCIO DALLA dedicato a Roma – LA SERA DEI MIRACOLI

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IL SIGNORE DELLE FORMICHE – Pensierini Filmici di MAVA FANKU’ – La Posta del Cuore 7

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA con Insensatez

Questa volta, nel giorno delle elezioni, parlerò di un film d’amore. E ne parlerò senza ironia. Ma perchè non era stato ancora girato un film così intenso e completo sulla repressione dell’amore omosessuale? Non un solo bacio, il sesso “contronatura” incriminato lo si immagina soltanto, mentre si racconta una storia d’amore puro e maledetto tra un professore, appassionato mirmecofilo, filosofo, drammaturgo, artista intellettuale di sinistra, ex partigiano, e il suo allievo prediletto.

Descriverò solo la scena iniziale che mostra i due amanti dormienti e teneramente abbracciati in una camera d’albergo dove alloggiano ufficialmente come “zio e nipote”. Ma l’abbraccio amoroso proibito, scoperto dall’albergatrice, viene bruscamente violentato dall’irruzione della polizia che preleva il ragazzo narcotizzandolo e il “professore delle formiche”, rivestendosi in fretta e furia per correre dietro il suo amore, si imbatte nella locandiera – una figura da maitresse – che gli sussurra con disprezzo: “pederasta”, anzi “pederasto”.

I metodi violenti per “guarire” da quell’ignominia impronunciabile che vengono praticati subito sul ragazzo “contaminato”, ordinati dalla famiglia, come l’elettroshock, fanno pensare al ventennio nero, quando “quelli così” venivano mandati al confino, ma siamo già alla fine degli anni 60, poco prima della rivoluzione studentesca del 68.

Il professor Aldo Braibanti, accusato di “plagio”, diciamolo, filosofeggia per tutto il film come se recitasse con la voce ipnotica di Luigi Lo Cascio che è magistrale, non propriamente simpatico ma attorialmente ineccepibile affabulatore, e che nelle godibili sequenze del processo da il meglio di se. Quanto li amo i processi nei film e in questo, per quanto il presunto corruttore si rifiuti stoicamente di difendersi, quando decide di parlare è un mirabile giocoliere di parole..

Elio Germano è un giornalista di “scippi e rapine” che si ritrova a doversi occupare di questo processo a qualcosa che nell’ordinamento giuridico “lasciato dal signor Mussolini non era riconosciuto, perchè se avesse condannato qualcuno per omosessualità ne avrebbe ammesso implicitamente l’esistenza, ma per gli italiani, popolo di maschi, gli “invertiti” non dovevano esistere”.

E si coinvolge a tal punto che diventa la figura positiva del film, uno dei pochi difensori di quel “Signore delle Formiche” superiore ed evitante, dopo il ragazzo martire (Leonardo Maltese) innamorato del suo professore socratico che praticamente si immola per difendere il suo amore, resistendo alle torture psichiatriche a cui continuano a sottoporlo.

Altra figura catartica del film è la madre del professore, una sorta di anziana Madonna che continua a seguire il figlio per amore durante il processo come in una via crucis. Anche se con diverse modalità ricorda la madre di Pasolini nella qualità del rapporto che ha con il figlio, che nella poliedricità da scrittore/artista/intellettuale potrebbe essere una specie di Pasolini minore, ricordandolo anche fisicamente nella nella scarna fisicità di Luigi Lo Cascio.

Il regista Gianni Amelio ha fatto proprio un ottimo lavoro, creando un film ispirato e riuscito che ha tutte le caratteristiche per ricevere importanti riconoscimenti. Andatelo a vedere ancora per pochi giorni a 3,50 euro per la settimana del Cinema. Ne uscirete ben nutriti di voglia di uguaglianza e diritti civili. Sopratutto il diritto di amare chi sentiamo d’amare. Un cameo di Emma Bonino in un flash del film per come è adesso (con turbante nei manifesti elettorali di “io sono Emma”) ci indicherà perlomeno per chi non votare… Perchè la situazione oggi è cambiata solo nella forma, ma non nella sostanza delle cose e dei pensieri, almeno per quella buona metà di elettori che voteranno per le destre repressive.

E concludo con una nota musicale, ispirata alla colonna sonora del film, ricca di canzoni dell’epoca… Insensatez, Ragazza di Ipanema, Io sono il vento, dedicandovi insensatamente la prima, cantandovela dal vivo senza artifici…

Prima Mia e poi Vostra Mava Fankù

MAVA FANKU’ CANTA INSENSATEZ
Mava Fankù Insettivora Mutante

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L’IMPERATRICE – I TAROCCHI

L’Arcano numero tre, l’Imperatrice, rappresenta l’essenza e il potere femminile della creazione. Restando nell’ottica dei Tarocchi, intesi come mezzo di comunicazione nel mondo medievale e rinascimentale, questa Carta raffigura una giovane donna assisa su un trono, con i simboli del potere – scettro, corona e scudo -, quindi in grado di poter esercitare la propria volontà.

La giovinezza dell’Imperatrice viene rimarcata anche dalla sua gravidanza, che quasi impercettibilmente, porta avanti. Questa donna rappresenta la nascita, la fecondità, l’attesa che porterà frutto, l’età fertile di una donna.

Siamo arrivati alla Carta numero 3. L’Uno e il Due, unendosi metaforicamente, hanno dato vita al Tre, il frutto di questa unione. Di qui la spiegazione della gravidanza dell’Imperatrice.

In questi giorni abbiamo assistito ai riti della morte di Elisabetta II. Questa regina, che è stata anche imperatrice, potrebbe rappresentare l’Arcano numero tre in una lettura in chiave moderna. Se osserviamo ad esempio le immagini delle esequie, vedremo che sulla bara sono stati posti lo scettro, la corona e il globo, gli stessi simboli che ritroviamo nell’iconografia dell’Imperatrice. Elisabetta, come l’Arcano numero tre, ha espresso il suo potere – temporale e sprituale – e ha generato quattro figli. Il paragone tra queste due figure è, ovviamente, confutabile; tuttavia, ci aiuta a comprendere il significato della Carta.

Nei secoli passati, le regine e le imperatrici non erano così potenti, o per lo meno non lo erano pubblicamente. Scelte spesso per motivi di Stato, pur vivendo in una situazione privilegiata rispetto agli altri, dovevano essere mogli fedeli, madri amorevoli e sovrane pietose. Soprattutto il secondo compito andava svolto più volte pena il ripudio. In altre parole, non era facile essere regina, e vedere rappresentata l’Imperatrice come donna, sola, autonoma e potente senza condividere il trono con l’Imperatore, che sarà l’Arcano seguente ma distinto da essa, ci dice molto sul suo potere femminile

Significati al diritto

Nascita, fecondità non solo materiale ma anche spirituale; buona riuscita di un progetto; attesa che porterà frutto. Creatività, bellezza fisica. Donna amata. La consultante. Gravidanza. Per un uomo, incontro con una donna affascinante che avrà potere su di lui. Femminilità, grazia, armonia.

Significati al rovescio

Gravidanza che non arriva o aborto, a seconda delle carte vicine. Progetti che non si avviano, disarmonia, civetteria, falsità, meschinità. Donna ostile, pigrizia anche mentale, ostacoli dovuti a ignoranza, donna nemica.

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LA LETTURA DEL SABATO – SAI MAMMA – di RITA IRIS MARRA

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Sai Mamma

A
Volte ti rivedo davanti a quello specchio che aveva molti
Più anni di te.

Intrecci i tuoi capelli neri
Insieme ai tuoi pensieri

E sulle labbra sempre quel tocco
Di rosso, come hai insegnato
A me.
E quell’abito a fiori
Della festa
stretto intorno
Al tuo vitino da vespa.

Chi ti diceva ogni giorno:
“Sei Bella”!

E’ andato via su una stella
E non torna
Più
Ci somigliamo un po’ in tutto
Destino brutto
E tanta lealtà
Donna e madre
Coraggio
E ogni giorno io Dio ringrazio di
Essere nata da Te
Mamma!

Rita Iris Marra

Demised To Shield by Ghostrifter Official
https://soundcloud.com/ghostrifter-of…
Creative Commons — Attribution-ShareAlike 3.0 Unported — CC BY-SA 3.0
Free Download / Stream: https://bit.ly/demised-to-shield
Music promoted by Audio Library https://youtu.be/X2p2fIwjbIw

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CENTO ANNI DI PASOLINI- A BOLOGNA UN ITINERARIO SULLE ORME DEL POETA

Photos @StefaniaCatallo

Pasolini osserva la piazza Maggiore di Bologna con sguardo assorto. All’entrata del Palazzo Comunale, i visitatori vengono accolti dall’immagine dell’intellettuale, nato cento anni fa proprio a Bologna, dove visse alcune delle esperienze più formative della sua esistenza.
La città ha deciso di dedicare a PPP un percorso che porta il visitatore nei luoghi pasoliniani più importanti, a partire dalla casa natale fino a Villa Aldini, laddove tornò proprio nel 1975, anno della sua morte, per girare alcune scene di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Il palazzo comunale ospita una installazione a cielo aperto che mostra foto e frasi di Pasolini, cercando di renderne la dimensione umana e poetica.

Tra i ricordi dei 7 anni più belli della sua vita, Pasolini cita i pomeriggi da adolescente passati sotto al Portico della Morte, adiacente Piazza Maggiore, luogo che prende il nome dall’ex ospedale della Morte, oggi sede del Museo Civico Archeologico, in cui trovavano conforto i malati gravi e i condannati alla pena capitale. Qui sorge la Libreria Nanni, la più antica di Bologna, fondata nel 1825.. Ed è qui che si radica la passione di Pasolini per la letteratura: il Portico della Morte diventa centrale nella sua formazione intellettuale. “È il più bel ricordo di Bologna. Mi ricorda L’Idiota di Dostoevskij, mi ricorda il Macbeth di Shakespeare…
A quindici anni ho cominciato a comprare lì i miei primi libri, ed è stato bellissimo, perché non si legge mai più, in tutta la vita, con la gioia con cui si leggeva allora
” confida Pasolini ad Enzo Biagi, in un’intervista del 1971.Nell’immagine affissa sulla vetrina della Libreria il poeta è ritratto a passeggio per via Rizzoli assieme all’amico Luciano Serra, anch’egli poeta, conosciuto sui banchi del Liceo Galvani, con gli immancabili libri sotto al braccio.

E’ interessante anche percorrere i portici di via Zamboni, dove ha sede l’Università. Pasolini si iscrisse nel 1939 alla facoltà di Lettere, fondando poi una rivista “Eredi”, insieme ad altri amici poeti, titolo che intendeva essere un omaggio ai grandi, come Montale e Sereni. E’ interessante sapere che la rivista non venne mai stampata per disposizioni ministeriali sul consumo della carta, ma vide comunque la luce a spse dei suoi creatori.

Pasolini chiede la tesi di laurea a Roberto Longhi: ma nel 1943, poco più che ventenne, viene richiamato al fronte, e catturato dai tedeschi. Riesce a scappare dopo l’8 settembre: durante la fuga perde la tesi già abbozzata, e una volta tornato all’Università dopo un periodo di soggiorno a Casarsa decide di cambiare relatore, rivolgendosi al titolare della cattedra di Storia della letteratura Italiana Carlo Calcaterra. Si laurea nel 1945 con una tesi su Giovanni Pascoli. Pochi mesi dopo, l’amato fratello Guido viene ucciso dai partigiani garibaldini che auspicavano l’adesione del Friuli alla Jugoslavia di Tito. Il tempo di Bologna, luogo della formazione intellettuale, dei maestri, dell’amicizia e della poesia, si chiude.

Seguendo l’itinerario, si potrà visitare anche il liceo Galvani, lo Stadio dove Pasolini si era immaginato calciatore; la piazzetta Pasolini, dove ha sede l’archivio donato da Laura Betti, e altri luoghi dove lo spirito dell’intellettuale è vivo, e segue il visitatore.

Stefania Catallo

PASOLINI – Supplica a mia Madre – Corto di Stefania Catallo con Emyliù Spataro

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Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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