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LO SPETTACOLO DEVE CONTINUARE ANCHE NEL DOLORE. LA POSTA DEL CUORE DI MAVA FANKU’

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA (EMYLIU’) FANKU’

In questa rubrica si parla di Amore, nelle più variegate accezioni e grandezza di corpo della prima lettera, o del primo font, dalla “a” alla “A”. Ma quanto può essere grande l’amore per una persona cara che ci ha seguiti sin dalla nascita, e quanto profondo il dolore quando la perdiamo?

Nell’ambiente dello spettacolo si dice “The show mast go on”, sopratutto per le persone che amiamo, e nel nostro caso quando vengono a mancare, anche per elaborare la loro perdita, dedicando loro la nostra parte migliore, quella creativa e vitale.

Bambolamia la chiamavo nell’infanzia, per via di un vestito a fiori con la gonna a balze che faceva la ruota, ogni volta che glielo chiedevo. Mia zia mi ha lasciato ieri con tanti dubbi sulla sua morte, non dovuta certamente all’età, perchè fino a pochi mesi fa era giocosa e iperattiva, mentre noi tendiamo alla depressione (come tutti i clowns e i Pierrot Lunaire), ed era (quasi) lei (dopo la nostra governante) che badava a noi nipoti e alla sorella, la nostra amata Mammina che ci ha lasciati a luglio.

Vederle litigare come due bambine capricciose e poi fare pace e darsi i bacetti, mi dava tanta serenità, che ora ho perso per sempre. Prenderci cura, io e mia sorella, della zia che si era ammalata per il dolore del nostro primo lutto, era diventata una nostra priorità che ci aiutava a lenire la sofferenza.

Ma non voglio intristirvi oltre e, nell’attesa che torni la verve del mio alter ego, vi abbraccio caramente tutti per la vicinanza che mi state dimostrando.

Mava (Emyliù) Fankù

In ricordo di Zia Lucrezia, qui sembra una bellissima diva del Cinema muto, con Amore dal tuo Emiliuccio

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DONNA, VITA E LIBERTA’. ROMA MANIFESTA PER MAHSA AMINI E LE ALTRE

Si è svolta sabato 1 ottobre la manifestazione per Mahsa Amini e a sostegno delle donne iraniane e di quanti protestano, anche a costo della vita, in Iran chiedendo più libertà e soprattutto rispetto per i diritti umani. Il corteo, partito dal piazza della Repubblica alle 10, si è poi concluso in via dei Fori Imperiali alle 13: una grande piazza di persone di tutte le età, accomunate da un’unica speranza, sotto il cielo di Roma.

ASCOLTA LA TESTIMONIANZA DI ZARA

SFOGLIA LA GALLERY (photos @StefaniaCatallo)

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 La Società Italiana delle Storiche:​ stiamo con le iraniane

La Società Italiana delle Storiche segue con ammirazione e pari preoccupazione i recenti avvenimenti in Iran. Ammirazione per il coraggio delle donne, di ogni età, che sfidano in prima linea un regime che non esita a rispondere con brutalità. Preoccupazione per la violenta repressione in atto. La cruenta uccisione della ventiduenne Mahsa (Zhina) Amini, curdo-iraniana, da parte della polizia morale (Gasht-e Ershad, la pattuglia della morte), lo scorso 16 settembre perché non rispettava il severo codice di abbigliamento della Repubblica islamica, ha reso particolarmente visibile, a livello internazionale, l’oppressione delle donne nel sistema patriarcale iraniano.

Le immagini sono di @ZaraKiafar (https://www.instagram.com/zaraispainting/?hl=it), artista iraniana per gentile concessione

Se la Repubblica islamica viola sistematicamente i diritti umani, nel caso delle donne il sistema giuridico concede loro un valore che è della metà rispetto a quello di un uomo nella testimonianza in tribunale, nel risarcimento in caso di ferimento e morte violenta, nell’eredità. Al tempo stesso, per le iraniane è difficile ottenere il divorzio e ancor più la custodia dei figli minori. E sono discriminate nell’accesso ad alcune facoltà universitarie a causa delle “quote azzurre” che garantiscono maggiori opportunità ai loro coetanei di sesso maschile.

L’uccisione di Mahsa Amini ha scatenato proteste dapprima nella provincia del Kurdistan iraniano e poi in 80 località sparse nel paese. Scandendo lo slogan ‘donne, vita, libertà’ (zan, zendeghi, azadi), molte donne hanno sfilato senza indossare il velo, occupando lo spazio pubblico per rivendicare la libertà di scelta. Si tratta delle manifestazioni più importanti dalla rivoluzione del 1979, ben più rilevanti di quelle del 2009 e del 2019, perché questa volta partono dalla provincia per estendersi in tutto l’Iran; inoltre, questa volta le istanze di libertà della borghesia si uniscono alle rimostranze economiche dei ceti popolari.

La morte di Mahsa Amini è diventata la miccia per denunciare un regime che viola costantemente i diritti umani, la libertà di espressione, i diritti delle donne, dei soggetti lgbtqi+, delle minoranze etnico e religiose, ma anche di una leadership incapace di gestire la cosa pubblica.

Le immagini sono di @ZaraKiafar (https://www.instagram.com/zaraispainting/?hl=it), artista iraniana per gentile concessione

Dopo un momento iniziale in cui alcuni deputati hanno proposto la revisione e persino l’abolizione della polizia morale, la macchina repressiva si è messa in moto: sono 1200 le persone arrestate, 76 i morti tra i dimostranti, Internet è stato rallentato, Instagram e Whatsapp hanno smesso di funzionare. Malgrado la ferocia della repressione, le proteste non sembrano diminuire di intensità e, con un effetto domino, stanno coinvolgendo anche diverse capitali europee.

La Società Italiana delle Storiche dichiara piena solidarietà a tutte e tutti coloro che, nonostante la dura repressione di questi giorni, continuano a chiedere, in Iran, il rispetto delle libertà fondamentali, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la fine di un sistema patriarcale oppressivo. In particolare, la SIS è solidale con le donne e gli uomini che non hanno esitato a sollevarsi unite contro la morte di Mahsa Amini. La capacità di resistenza delle donne è emersa in più occasioni nella storia del paese e la tenacia dimostrata ora testimonia una consapevolezza e una strenua volontà di cambiamento che oggi bisogna sostenere a livello internazionale, seguendo le indicazioni che arrivano dalle piazze iraniane e da quelle che si stanno costruendo in tutto il mondo sotto la guida delle comunità in diaspora.

Prof. Raffaella Sarti,​ Presidente della​ Società Italiana delle Storiche

Le immagini sono di @ZaraKiafar (https://www.instagram.com/zaraispainting/?hl=it), artista iraniana per gentile concessione

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ABORTO. BOLDRINI CONTESTATA ALLA MANIFESTAZIONE DI ROMA

Che una manifestazione sia composta da tante anime, si sa. Che poi questa manifestazione rappresenti la richiesta di certezze sul diritto all’aborto, chirurgico o farmacologico che sia, già comunque garantito dalle legge 194, e che tale manifestazione venga organizzata a pochi giorni dalle elezioni, la dice lunga sui timori che serpeggiano in giro riguardo alle scelte del nuovo governo. Che poi la legge 194 possa venire aggirata o applicata alla lettera come promette Meloni, che poi è la stessa cosa, visto il numero dei medici obiettori, non è una novità: d’altronde, fatta la festa gabbato lo santo.

Tuttavia, il confronto o per meglio dire, l’attrito tra Boldrini e un gruppo di attiviste al corteo del 28 settembre a Roma, dimostra il malcontento e la rabbia che cova tra le donne meno abbienti e delle periferie.

L’onorevole, rieletta al Parlamento, si trovava in piazza insieme ad altre deputate quando alcune ragazze, sembra attiviste di Potere al Popolo, l’hanno pesantemente contestata.

Attivista: “La Lorenzin (ex ministro della Salute, ndr) ha reso la pillola a pagamento”.

Boldrini: “Il problema non è questo ma la distribuzione”.

Attivista:“Il problema è che è stata messa a pagamento. Lei mi dice che il problema non è quello ma la distribuzione. Lo vada a dire ai giovani, ai precari, a chi vive nei quartieri popolari. E i tagli che sono stati fatti alla sanità, sui consultori che sono stati chiusi e una legge che non viene applicata? Ve ne dovete andare da questa piazza”.

Boldrini: “Ci sono donne che in Parlamento hanno lottato e l’hanno voluto, l’aborto. Dovremmo essere tutte unite”.

Attivista: “Sa perché non siamo unite? Perché a lei delle persone che stanno nelle case e nei quartieri popolari non gliene frega niente, invece a me si e li difendo”.

Boldrini: Se devi fare questi show…a differenza degli altri io sono qui con voi”.

Attivista: Le donne, le compagne, che sono venute qua a manifestare per l’aborto libero e gratuito non ce l’hanno anche per colpa sua. Il suo partito non ha difeso questo diritto. Se ne vada”.

Boldrini: Allora ve lo difenderà Fratelli d’Italia!”.

Boldrini ha replicato con un applauso sarcastico rivolto alle ragazze, allontanandosi. Poi, con una dichiarazione ad Ansa ha puntualizzato, tra l’altro: “Considero un errore attaccare chi difende il diritto all’aborto sicuro e legale dentro le istituzioni”. (https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/09/29/aborto-boldrini-contestata-alla-manifestazione-rivendico-il-diritto-di-stare-in-piazza_bc88c346-3887-46c5-9bec-1e4afb01e183.html)

Ricostruire la fiducia: deve essere questa, adesso, la priorità dell’opposizione. Iniziare dalla difesa della 194, dal potenziamento dei consultori, dalla vigilanza sulle assunzioni dei medici non obiettori in modo da garantire l’IVG, dalla gratuità dei farmaci abortivi come succede ad esempio in Francia, dalla garanzia della libera scelta della donna: questo sarebbe un grande, primo passo avanti a favore di tutte, affinché nessuna si senta tradita.

E su La Repubblica del 29 settembre, spunta la notizia di una proposta di legge in Liguria da parte di FdI, per l’apertura di sportelli pro vita in tutti gli ospedali dove si pratica IVG (https://genova.repubblica.it/cronaca/2022/09/28/news/liguria_la_proposta_di_legge_di_fdi_sportelli_pro_vita_in_ogni_ospedale_della_regione_in_cui_si_eseguono_interruzioni_di_-367688577/).

Mala tempora currunt.

VIDEO DELLA CONTESTAZIONE A LAURA BOLDRINI (fonte PotereAlPopolo.org)

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HA VINTO IL PARTITO DI MAVA FANKU’ ! Pillola Politica con Podcast Live

ASCOLTA DALLA SENSUALE VOCE DI MAVA FANKU’ SU UN TAPPETO MUSICALE DI BESAME MUCHO

Mai come ora il mio nome assume quella valenza che mi rendeva bersaglio di bullismo a scuola, alle medie e al liceo, per non parlare delle elementari, roba da trauma infantile, più stigmatizzante di un “deficit di accudimento morettiano”… Dopo il successo dei miei Pensierini Filmici, concedetemi che mi dia un pò di arie da cinefila 😉 O_O

E così, anche questa volta, più che mai, ha vinto il partito che invoca il mio nome, un pachiderma politico da 36% che avrebbe cambiato il risultato di queste scellerate elezioni: il Partito delle Astensioni!

Altro che il 26% di chi ha condotto un’ammiccante campagna elettorale ortofrutticola esibendo dei maturi meloni, sussurrando: “Ci siamo capiti (occhiolino) 😉

Ma l’avete vista quant’era rilassata e persino amabile la notte degli scrutini, lei che di solito urla in perenne crisi ipertiroidea con “gli occhi di fuori come pesce da freezer” (cit. Maya, la nostra ex governante), dopo i primi sondaggi che davano Fratellini d’Italia in largo vantaggio sull’alLettato in elegante pigiama di seta grigio talpa da reparto solventi ?

E uno dei suoi primi pensierini lo riserva proprio al mio Partito Lunare, invisibile e oscuro come l’altra faccia della Luna )*

Retropensieri di algebrici sogni nazionalisti della melonara: 26% dei miei meloncini + 36% di potenziali compratori di meloni = 62% di PIENI POTERI dei meloni!

Peccato che quel 36 per cento di astinenti dal voto, cara Meloncina, si astengono per le più variegate ragioni. Prima fra tutte l’assoluta refrattarietà a qualsivoglia forma di persuasione, più o meno occulta, di politiche televendite, dagli aristocratici Locus Soli e accompagnati dei decimati piddini, ai più popolari e populisti meloni

Insomma, nun t’allargà, che te devi da inventà quarcos’artro, per dargli da magnà pure un primo e un secondo, oltre alla frutta! 😉

Prima Mia e poi Vostra

Mava Fankù

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IRAN CHIAMA, ROMA RISPONDE

Si stanno tenendo in questi giorni a Roma numerose manifestazioni e presidi contro la morte di Mahsa Amini, torturata e uccisa  dalla polizia morale iraniana per l’hijab messo male, della quale il nostro magazine si è occupato con un editoriale del 23 settembre (https://www.thewomensentinel.net/2022/09/23/mahsa-amini-il-velo-insanguinato/).
Alle proteste scoppiate nel Paese mediorientale, nelle quali sono state uccise altre donne, si sono unite le voci degli attivisti e degli studenti iraniani a Roma, riunitisi sotto l’ambasciata iraniana in via Nomentana.


Photos @FrancescaPerri

VIDEO https://www.facebook.com/francesca.perri.923/videos/480617580646151/

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DIO PATRIA E FEMMINICIDI DI STATO – VOCI di SAVERIO GIANGREGORIO

ASCOLTA DALLA VOCE DELL’AUTORE

Quanto sta accadendo in questi giorni in Iran deve preoccuparci e indignarci tutti.
Non è mai giustificabile uccidere una donna, figuriamoci se viene assassinata per un velo  indossato male dalla “polizia morale”.
L’assassinio di Mahsa Amini apre un nuovo confine sui diritti umani, dai quali dovremmo tutti prendere le distanze.
Non basta solo condannare, l’Occidente deve richiamare i propri ambasciatori in Iran come condanna contro quello che sta accadendo.
Come sostegno concreto a quelle donne che oggi stanno pagando un prezzo altissimo perché chiedono solo di essere libere.
Essere indifferenti alle loro richieste significa solo che altre donne moriranno perché indossano “male un velo”.
Un velo!
Personalmente abrogherei anche l’ora di religione nelle nostre scuole, perché o le insegni tutte, o continui a costruire muri verso gli altri.
L’unica religione che dovrebbe essere insegnata fin dall’asilo in Italia, a chiunque lo frequenti e a prescindere da dove provenga, dovrebbe essere la nostra Costituzione: libero culto in libero Stato, articolo 19, purché al di fuori delle scuole.
Diffido sempre di coloro che in nome di Dio brandiscono verità che suonano più di censura.
In Iran la religione è censura, e quanto sta accadendo lo conferma.
La gente invece vuole essere lìbera a qualsiasi latitudine e longitudine.
Internet in questo caso, i social media soprattutto, rappresentano un mezzo potentissimo per condividere questo bisogno naturale.
Non a caso il regime iraniano lo ha subito spento.
In ricordo di:

Masha.Amini, 22 anni.
Hananeh Kian, 23 anni.
Hadith Najafi, 23 anni.

Saverio Giangregorio.

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 QUI BRIANZA OLTRE L’ARCOBALENO – “PER QUESTO, PER ALTRO, PER TUTTO!”

Giovedì 8 settembre si è tenuta la convergenza tra il tavolo lavoro degli Stati Genderali lgbtqia+ & Disability, di cui faccio parte, e il Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze.
È stato un appuntamento importantissimo che voleva testimoniare un principio importante e fondamentale, che come comunità portiamo avanti dagli ultimi anni: del “love is love” ne abbiamo fin sopra i capelli! A noi interessa portare avanti un altro concetto, molto più importante: “lavoro is lavoro”, poiché “non facciamo i froci per mestiere”. Avere un lavoro è un diritto. Tale diritto dà poi l’accesso ad altri due importantissimi: il diritto all’abitare e il diritto alla salute.
L’ultimo caso di cronaca nera trans, quello di Cloe Bianco, ci ha spinto, con forza e determinazione, a portare avanti sempre di più questa lotta al diritto di esistere.
Eravamo una piccola delegazione: solo tre persone, di cui due uomini trans (io e Milo Serraglia) e un uomo omosessuale (Enrico Gullo).
Tra le persone relatrici della conferenza ci sono Tiziana DeBiasio, operaia in subappalto, e Mariasole Monaldi, una studentessa della rete dei collettivi universitari Studenti di Sinistra dell’Università degli studi di Firenze.
È importante che gli studenti siano stati lì accanto agli operai fin dall’inizio della protesta, perché si tratta di lottare anche per il loro futuro.
Quello che respiro in GKN è la compenetrazione: tutti sono parte di tutto.
C’è una grossa problematica che ci impaurisce da quando abbiamo dato il via a questo progetto: il linguaggio.
A volte il linguaggio crea divario. Ma è importante portare il nostro linguaggio nella lotta operaia, perché anche noi siamo operai. Ed è quindi estremamente importante che le richieste di diritti si intersechino e che vengano portate avanti con il giusto modo e le corrette parole. Nessuno però si sente di voler salire in cattedra e di fare un comizio. La decisione è quindi la più semplice: parlare di noi. Le nostre vite, i nostri trascorsi saranno il modo migliore per introdurre il giusto linguaggio e farlo capire a tutti i presenti. Anche a chi quelle parole le ha sicuramente sentite, ma nessuno si è mai degnato di spiegargliele e di fargli capire cosa significano nella vita di tutti i giorni.
Dopo l’introduzione da parte dell’operaio Mario Berardo Iacobelli, iniziano i nostri interventi.
Parte Tiziana che parla delle molestie sul lavoro subite dalle donne, il demansionamento degli uomini gay, il doppio lavoro domestico e salariato e una testimonianza personale.
La parola passa a Enrico, che tocca tanti i temi in modo incisivo e ragionato, sottolineando come tutto questo si mischia, si fonde e si confonde a nostro discapito e a vantaggio del padrone: il capitalismo che internalizza il patriarcato, la divisione di genere del lavoro, il doppio lavoro delle donne, la salarializzazione del lavoro di cura, le persone LGBTIQAPK+ come soggetto imprevisto: disciplinare e punire, il Diversity Management come “discriminazione positiva”.
Poi tocca a Milo che racconta quanto è una merda vedersi riconoscere la carriera alias solo perché la multinazionale per cui lavori come rider ha visto che fai il testimonial del Pride, continua su cosa significa essere out come persona trans, perdere il lavoro e continuare ad avere difficoltà a trovarlo. Insiste sul privilegio maschile nella divisione del lavoro di cura e nella percezione sul luogo di lavoro, sulla produttività come imperativo di performance del maschile.

A questo punto tocca a me. Panico. Cosa dico? La butto sul ridere: parlo delle parodie della mia vita. Racconto di come il pregiudizio e certi atteggiamenti si riflettano anche con la comunità LGBT+ «Il mondo dei trasporti è fatto di uomini e donne, ma chi comanda sono gli uomini. Essendo un lavoro maschile ed essendoci entrata come donna lesbica dichiarata divento “una di loro”, ma solo per poter parlare del culo delle mie colleghe e per farmi dire cose piccanti sul sesso lesbo, in modo da far sollazzare i colleghi maschi. Questa non è proprio una dimostrazione di “inclusione”». Sorridono e annuiscono, donne e uomini. So che sono cose che sanno tutti, ma quanto ci è permesso dirlo ad alta voce? Continuo sul diritto alla salute come diritto fuori e dentro al lavoro «ai dipendenti sono riconosciuti permessi per visite mediche per un massimo di 18 ore annuali, comprensive anche dei tempi di percorrenza di andata e ritorno al lavoro. Non è previsto un minimo, quindi significa che ogni azienda può decidere autonomamente quante ora di permesso concedere al proprio dipendente. Questo vuol dire anche che non c’è parità tra lavoratori, se in base all’azienda in cui sei hai diverse concessioni. Io sono un uomo trans e ho un percorso medico da seguire con tanto di visite mediche specialistiche, che si aggirano da un minimo di 2 arrivando anche a 4 all’anno, in base a diversi fattori. Io abito e lavoro in provincia di Milano e, purtroppo, devo per forza entrare in Milano per poter avere assistenza medica specializzata in questi percorsi. Questo significa che mi ci vuole minimo un’ora di percorrenza tra il lavoro e l’ospedale, più il tempo della coda per pagare il ticket, più il tempo della visita, più una seconda ora di viaggio per rientrare a lavoro. Nella mia azienda il monte ore per le visite è pari a 10. Capite bene che ne bastano due per esaurirle. Chiedere che il numero di ore aumenti o che, per lo meno, sia fisso al massimo consentito in ogni luogo di lavoro, non significa chiedere un privilegio per le persone trans, poiché di questo ne beneficerebbero tutti i lavoratori. Questo è il significato di lotta intersezionale: fare fronte comune, considerando che la lotta del singolo può diventare un “privilegio” per tutti. È per questo che è importante portare avanti una dialettica comune, non lasciando indietro niente e nessuno.
Ad esempio, c’è un grande assente stasera: il compagno operaio Marte Manca, un amico, uomo trans, vittima di un sistema di sub-appaltazione del lavoro, che ti chiude dentro a mille forme contrattuali al ribasso salariale e di diritti. Non poteva esserci perché ha un contratto che non gli permette di prendere permessi come ho potuto fare io. Ha un contratto che prevede che lui lavori poche ore alla settimana retribuite, ma che in realtà arrivano ad essere anche 50. Le ore in eccedenza non vengono pagate come straordinari, ma vengono accumulate come monte ore che poi verrà fatto usufruire alle persone come ferie e rol. In questo sistema fuori controllo, dove puoi collocare il diritto alla salute se già manca quello a una corretta retribuzione del lavoro? Dove puoi andare a inserire il diritto alla carriera alias, se già mancano le basi per un vero diritto al lavoro?»

Tocca a Mariasole che tocca temi molto importanti per le donne, di cui ancora si parla troppo poco: endometriosi e vulvodinia, due malattie croniche invalidanti che non sono attualmente riconosciute nei Livelli Essenziali di Assistenza del Sistema Sanitario Nazionale. Continua l’intervento sul doppio lavoro delle donne e sull’importanza delle questioni di genere nelle lotte – di fabbrica o studentesche che siano.
Conclude il dibattito uno dei pensatori dello stesso: il compagno operaio Dario Salvetti, che rimarca quanto sia stato importante per tutti fare questo incontro. E ci insegna un nuovo motto: “per questo, per altro, per tutto!”
Gli operai e le operaie ci hanno accolto come fratelli e ci hanno ascoltato con attenzione ed empatia.
“La prima volta su rivolta” recita un nostro motto che portiamo ai Pride. Anche questa è stata una prima volta ed è sicuramente una rivoluzione dell’agire: serve compenetrare i discorsi, fare realmente intersezione. Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti. Bisogna solo andare avanti. Noi ci siamo e siamo carichi!

Diego Angelo Cricelli

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LGBTQ+: quale futuro dopo il 25 settembre? L’opinione di Gianmarco Capogna (Possibile)

Ci siamo quasi. Il 25 settembre è tra due giorni, e le previsioni danno le destre in maggioranza, salvo sorprese dell’ultimo momento che, in politica, non sono certo una novità. Meloni premier? È una possibilità. Così come potrebbe avvenire un giro di vite su alcune conquiste sociali, che forse fino ad ora avevamo dato per scontate. Tuttavia, sarà il tempo a rispondere e soprattutto il voto,  che può fare la differenza.
Abbiamo chiesto a Gianmarco Capogna,   attivista politico e LGBTQ+, un intervento sulle criticità attuali e, probabilmente, future che riguardano appunto il mondo arcobaleno. Ecco le sue parole.

“Di fronte allo scenario politico che osserviamo con la possibilità concreta di un nuovo Parlamento fortemente spostato verso la destra radicale, serviva un programma chiaro per i diritti, le libertà e l’uguaglianza. Abbiamo la fortissima convinzione che la modernità si raggiunga attraverso un nuovo “patto sociale di cittadinanza” tra istituzioni e cittadin*. Una cittadinanza senza discriminazioni o categorie di “serie b”, con diritti, tutele e libertà, che garantisca la piena opportunità a tutt*, aumentando le occasioni e la voglia di essere individui attivi e partecipi per concorrere, come comunità, allo sviluppo e alla modernità, appunto, del nostro Paese. L’uguaglianza, infatti,  non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili.

La nostra è una proposta politica aperta, intersezionale, dichiaratamente e volutamente queer, che vuole contribuire efficacemente a trasformare tutta Italia in una #LGBTIQFreedomZone, andando nella direzione indicata dal Parlamento Europeo.

A questo si aggiunge una prospettiva per un futuro intergenerazionale e sostenibile, affinché si torni all’idea di una società del bene comune, da costruire secondo le esigenze di chi la vive e di chi vuole contribuire a migliorarla. Occorre abbandonare propaganda e ideologie oscurantiste che, invece, vedono la diversità come un muro per separare e ghettizzare le persone, le identità, i corpi. In altre parole, a noi sta strettissimo lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” e crediamo che sia solo uno strumento per promuovere una visione patriarcale e restrittiva della nostra società a cui ci opponiamo con la forza delle idee e dei progetti in grado di assicurare a tutt* di essere liber* e ugual*”.

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  • Direttore
Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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