RECENSIONI

DAHMER, LA SERIE NETFLIX OVVERO LA MOSTRUOSITA’ DEL SUPREMATISMO BIANCO

Nata dalla fantasia, si fa per dire, perché si tratta di una storia vera, di Ryan Murphy e Ian Brennan, la miniserie in onda su Netflix “Dahmer – Mostro, la storia di Jeffrey Dahmer”, ripercorre in 10 puntate la storia del “cannibale di Milwaukee”.

Chi era Jeffrey Dahmer? E’ stato chiamato in molti modi: mostro, cannibale, asociale, psicopatico. Su di lui sono stati scritti libri e graphic novels, gli psichiatri hanno fatto a gara per diagnosticargli disturbi mentali di ogni tipo; addirittura, dopo la sua morte la madre chiese che il suo cervello venisse conservato per studiare eventuali disfunzioni responsabili del suo comportamento omicida; tuttavia la realtà di Dahmer è quella di un serial killer che uccise, mutilò, smembrò e disciolse nell’acido ben 17 uomini, di alcuni dei quali conservò le teste, i teschi e altre parti del corpo in un congelatore. Il tutto, fatto in casa servendosi di coltelli elettrici, mannaie da cucina, pentole da caserma nel quale far bollire i resti, senza che la polizia intervenisse. Dahmer non è infatti una serie nata per raccontare solo i delitti, ma una denuncia del suprematismo bianco, di quanto negli anni ’80 e ’90 bastasse essere bianco affinché le forze dell’ordine non si impegnassero più di tanto per verificare un reato, soprattutto se la vittima era nero e gay.

L’attore Evan Peters interprete di “Dahmer”

Nato in una famiglia disfunzionale, con un padre spesso assente e una madre depressa, trascurato dai genitori e lasciato a vivere da solo al compimento dei 18 anni, Dahmer inizia a bere, interrompe gli studi, trova lavori e addirittura si arruola, ma nulla di questo è destinato a durare, a causa dell’alcol e delle sue conseguenze sul suo comportamento. La famiglia, o quel che ne resta, sceglie di non vedere quello che accade sotto ai suoi occhi: la nonna, dalla quale abiterà per un po’ di tempo, sembra non accorgersi dei cadaveri in cantina. Forse la necessità di mantenere un’immagine di facciata ha la precedenza sull’omicidio? Sembra di si.

Gli uomini uccisi da Dahmer, alcuni dei quali minorenni, venivano scelti tra i frequentatori dei bar gay, selezionati per il colore scuro della loro pelle e attirati con cinquanta dollari per farsi scattare delle foto in casa del killer. Qui, varcata la soglia, venivano drogati e poi uccisi.

A nulla erano valse le tante segnalazioni degli altri condomini alla polizia, affinché intervenisse per controllare, visti gli odori di morte che provenivano dall’appartamento 213. Se qualcuno bussava alla sua porta, Dahmer rispondeva che la puzza veniva da alcuni tagli di carne andati a male, che avrebbe gettato l’indomani, scusandosi con gentilezza.

L’omosessualità vissuta come una colpa da lavare col sangue e la paura dell’abbandono: queste erano le forze che armavano la mano di Dahmer. Dopo la cattura, dichiarò agli inquirenti di aver ucciso le sue vittime per tenerle con sé, per non lasciarle andare via. Erano anni quelli, in cui iniziava il dramma dell’AIDS, dove essere gay veniva vissuto come uno stigma sociale e non con la libertà, seppur imperfetta, dei nostri giorni. Dove il divario della giustizia, diversa per bianchi e neri, era ancora più ampio di adesso, e quindi la scomparsa di un ragazzo di colore era cosa di minore importanza, una seccatura da lavorare dopo tutte le altre seccature della giornata.

Le atmosfere cupe e claustrofobiche della serie insieme alla spettacolarizzazione del dolore sono le basi della sceneggiatura. Assistiamo infatti all’arrivo delle lettere dei fan, alla creazione dei fumetti che gli vengono dedicati durante la prigionia, alla diffusione dei dettagli macabri delle uccisioni. Dahmer diventa così un divo dell’orrore, un protagonista mediatico di prim’ordine. E i creatori della serie hanno puntato molto anche su questi aspetti nella scrittura dei testi.

Cosa resta di Dahmer? Nulla. Il condominio nel quale avvennero i delitti fu demolito, per paura che diventasse un set fotografico per gli amanti della cronaca nera. Il suo corpo venne cremato, i reperti trovati in casa furono acquistati dall’amministrazione di Milwaukee e inceneriti. A Dahmer venne data la damnatio memoriae.

E le sue vittime? A loro spettò l’oblio. Sul luogo della casa dove trovarono la morte, venne richiesta la creazione di un giardino della memoria, che non venne mai realizzato. Milwaukee voleva dimenticare l’esistenza di un killer bianco e delle sue vittime nere. Chissà invece cosa avrebbe fatto, se fosse successo il contrario.

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TONI EL MAT. LA MOSTRA DI ANTONIO LIGABUE A MODENA

E’ stata inaugurata il 16 settembre a Modena, presso la Galleria BPERBanca, la mostra dedicata ad Antonio Ligabue intitolata “L’ora senz’ombra”. Sarà possibile visitarla fino al 5 febbraio 2023.

Photos @AndreaTermini

Parlare di Antonio Ligabue significa anzitutto cercare di sfatare il mito del pittore pazzo e restituire al visitatore la sua dimensione umana. Sebbene l’artista subì diversi ricoveri a causa dei suoi problemi mentali, dipingendo sull’orlo della follia, “L’ora senz’ombra” intende essere un percorso artistico dedicato a togliere qualsiasi velo oscuro e preconcetto dalla sua figura, per restituire il grande pittore, colui che dietro una tecnica apparentemente semplice e naif, ha descritto il suo mondo e i suoi personaggi, le sue paure, i suoi incubi, le sue speranze.

A causa del suo carattere chiuso e schivo, Ligabue ebbe pochissimi contatti coi suoi colleghi: così, la sua espressione artistica è assolutamente autentica, genuina, non riferendosi a modelli esterni.

Nato nel 1899 a Zurigo da madre nubile, malato di rachitismo, con problemi mentali, in disaccordo col patrigno, chiuso e scontroso: Ligabue fu fortemente colpito da questo, e avrebbe potuto essere uno dei tanti ospiti fissi dei manicomi del tempo; invece, la sua genialità, scoperta dallo scultore Andrea Mozzali, che lo fece uscire dall’ospedale psichiatrico e lo ospitò a Guastalla, inizia a emergere. Ligabue dipinse quello che sognava, quello che vedeva, quello che viveva.

La mostra è divisa in tre sezioni: lo scontro predatorio, la vita di campagna e l’autoritratto.

Nello scontro predatorio, sembrano essere rappresentate le battaglie combattute da Ligabue nella vita per essere riconosciuto come uomo e non come pazzo. Come scrive il curatore della mostra Sandro Parmiggiani, l’artista dipinge “la lotta per sopravvivere o per affermarsi, in cui una vittima soccombe al carnefice e viene sacrificata; il lento cammino delle sue umane sembianze verso l’esito finale“.

Photo @AndreaTermini

Nella vita di campagna, Ligabue dipinge pace e quiete: paesetti di montagna, piccole comunità strette attorno alla chiesa di paese, quasi un riferimento alla natia Svizzera, dove visse l’infanzia che, se pur nella miseria, sembra ricordare con nostalgia.

Photo @AndreaTermini

Poi, i celeberrimi autoritratti. Antonio Ligabue ne dipinse circa 200, quattro dei quali sono ospitati nella mostra. In genere, si dipingeva di profilo, girato a sinistra ma con lo sguardo rivolto a destra. Molto suggestivo è “Autoritratto con mosche” (1956/57), dove si raffigura con gli insetti posati addosso quasi a comunicare un senso di morte, di putrefazione. Negli autoritratti si dipinge con il viso segnato, drammaticamente serio, a fissare il visitatore chiedendo di essere riconosciuto come uomo e artista, e non come folle.

L’epitaffio sulla sua tomba recita così: “Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore”.

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 LUCIO DALLA E ROMA: UN AMORE INFINITO

Si è aperta al Museo dell’Ara Pacis di Roma la mostra dedicata al grande artista, che comprende foto, dipinti, abiti e tanti ricordi legati al cantautore bolognese, e che sarà visitabile fino al 6 gennaio 2023.
Lucio Dalla e Roma: un grande amore iniziato alla fine degli anni ‘ 70, quando Dalla prese casa in vicolo del Buco, facendone un punto di incontro di artisti, giornalisti, musicisti, intellettuali.
“Mi stupisco sempre più del rapporto che c’è tra me e Roma. Una città
unica al mondo, un palcoscenico straordinario che unisce tutte le classi sociali, in cui non
c’è contrasto, c’è voglia di stare insieme” , così l’artista descrisse il suo rapporto con la Città Eterna.
Il visitatore ripercorrerà le tappe della vita di Dalla, dall’infanzia tra Bologna e Manfredonia; i primi passi artistici e la vitalità dell’uomo che riuscirà a cambiare la musica italiana; i sodalizi artistici, gli incontri coi grandi personaggi, il teatro, i dischi d’oro e di platino. E, alla fine, il suo sassofono, quasi a significare che tutti gli onori sono relativi e quello che resta ed è essenziale, è la musica.

FOTO DELLA MOSTRA con un brano di LUCIO DALLA dedicato a Roma – LA SERA DEI MIRACOLI

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Photos @StefaniaCatallo

IL SIGNORE DELLE FORMICHE – Pensierini Filmici di MAVA FANKU’ – La Posta del Cuore 7

ASCOLTA DALLA VOCE DI MAVA con Insensatez

Questa volta, nel giorno delle elezioni, parlerò di un film d’amore. E ne parlerò senza ironia. Ma perchè non era stato ancora girato un film così intenso e completo sulla repressione dell’amore omosessuale? Non un solo bacio, il sesso “contronatura” incriminato lo si immagina soltanto, mentre si racconta una storia d’amore puro e maledetto tra un professore, appassionato mirmecofilo, filosofo, drammaturgo, artista intellettuale di sinistra, ex partigiano, e il suo allievo prediletto.

Descriverò solo la scena iniziale che mostra i due amanti dormienti e teneramente abbracciati in una camera d’albergo dove alloggiano ufficialmente come “zio e nipote”. Ma l’abbraccio amoroso proibito, scoperto dall’albergatrice, viene bruscamente violentato dall’irruzione della polizia che preleva il ragazzo narcotizzandolo e il “professore delle formiche”, rivestendosi in fretta e furia per correre dietro il suo amore, si imbatte nella locandiera – una figura da maitresse – che gli sussurra con disprezzo: “pederasta”, anzi “pederasto”.

I metodi violenti per “guarire” da quell’ignominia impronunciabile che vengono praticati subito sul ragazzo “contaminato”, ordinati dalla famiglia, come l’elettroshock, fanno pensare al ventennio nero, quando “quelli così” venivano mandati al confino, ma siamo già alla fine degli anni 60, poco prima della rivoluzione studentesca del 68.

Il professor Aldo Braibanti, accusato di “plagio”, diciamolo, filosofeggia per tutto il film come se recitasse con la voce ipnotica di Luigi Lo Cascio che è magistrale, non propriamente simpatico ma attorialmente ineccepibile affabulatore, e che nelle godibili sequenze del processo da il meglio di se. Quanto li amo i processi nei film e in questo, per quanto il presunto corruttore si rifiuti stoicamente di difendersi, quando decide di parlare è un mirabile giocoliere di parole..

Elio Germano è un giornalista di “scippi e rapine” che si ritrova a doversi occupare di questo processo a qualcosa che nell’ordinamento giuridico “lasciato dal signor Mussolini non era riconosciuto, perchè se avesse condannato qualcuno per omosessualità ne avrebbe ammesso implicitamente l’esistenza, ma per gli italiani, popolo di maschi, gli “invertiti” non dovevano esistere”.

E si coinvolge a tal punto che diventa la figura positiva del film, uno dei pochi difensori di quel “Signore delle Formiche” superiore ed evitante, dopo il ragazzo martire (Leonardo Maltese) innamorato del suo professore socratico che praticamente si immola per difendere il suo amore, resistendo alle torture psichiatriche a cui continuano a sottoporlo.

Altra figura catartica del film è la madre del professore, una sorta di anziana Madonna che continua a seguire il figlio per amore durante il processo come in una via crucis. Anche se con diverse modalità ricorda la madre di Pasolini nella qualità del rapporto che ha con il figlio, che nella poliedricità da scrittore/artista/intellettuale potrebbe essere una specie di Pasolini minore, ricordandolo anche fisicamente nella nella scarna fisicità di Luigi Lo Cascio.

Il regista Gianni Amelio ha fatto proprio un ottimo lavoro, creando un film ispirato e riuscito che ha tutte le caratteristiche per ricevere importanti riconoscimenti. Andatelo a vedere ancora per pochi giorni a 3,50 euro per la settimana del Cinema. Ne uscirete ben nutriti di voglia di uguaglianza e diritti civili. Sopratutto il diritto di amare chi sentiamo d’amare. Un cameo di Emma Bonino in un flash del film per come è adesso (con turbante nei manifesti elettorali di “io sono Emma”) ci indicherà perlomeno per chi non votare… Perchè la situazione oggi è cambiata solo nella forma, ma non nella sostanza delle cose e dei pensieri, almeno per quella buona metà di elettori che voteranno per le destre repressive.

E concludo con una nota musicale, ispirata alla colonna sonora del film, ricca di canzoni dell’epoca… Insensatez, Ragazza di Ipanema, Io sono il vento, dedicandovi insensatamente la prima, cantandovela dal vivo senza artifici…

Prima Mia e poi Vostra Mava Fankù

MAVA FANKU’ CANTA INSENSATEZ
Mava Fankù Insettivora Mutante

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Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

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