INTERVISTE

E I CAPELLI? LE TENDENZE A/I 2022 DI IDOLA ROMA

Se fino a qualche anno fa, per le donne era quasi obbligatorio tagliarsi i capelli al compimento degli “anta”, ora per fortuna le cose sono cambiate. Le nostre mamme, e per chi è più giovane, le nostre nonne, lo sapevano bene: i quaranta anni erano l’anticamera della maturità, per non dire della vecchiaia, e non era più appropriato, per una donna, sfoggiare una chioma fluente. Per non parlare poi dei capelli bianchi, soggetti a una caccia senza esclusione di colpi e mascherati con cachet e tinture varie, spesso dai colori improbabili. Così, si vedevano donne con chiome corvine che cozzavano con una pelle non certo freschissima, e anziane con capelli dai riflessi azzurri, simili alle fate delle favole. Per non parlare poi del temutissimo e leggendario ‘rosso menopausa’, ossia quel colore tra il fiamma e il mogano, appannaggio delle più trasgressive (si fa per dire) cinquantenni di qualche decennio fa.

I consigli di Pako, art director di Idola Salon Roma

“Per questo autunno abbiamo pensato a colori caldi, che vanno dal castano cioccolato fino al biondo miele, abbandonando i toni freddi che spopolavano da qualche anno, Ma ovviamente ogni cliente è diversa ed è quindi importantissimo scegliere bene la nuance giusta”. Questo è il consiglio principale di Pako, direttore artistico del salone Idola di Roma. I fondatori del brand sono tutti partenopei, dimostrando ancora una volta, laddove ce ne fosse bisogno, l’eccellenza del nostro Meridione.accoglienza è calorosa e gentile, come da tradizione napoletana: le clienti sono prima di tutto ascoltate, coccolate con l’immancabile caffè e lo staff, giovanissimo e in buona parte proveniente dal sud Italia, lavora con entusiasmo sotto lo sguardo vigile di Pako. “I nostri saloni mettono la cliente al centro offrendo anzitutto una consulenza professionale che si basa non solo sulle sue richieste, ma anche sullo stato di salute della chioma”, continua l’art director. “Anzitutto tuteliamo e preserviamo i capelli, offrendo trattamenti mirati alle varie esigenze. Per esempio, in autunno quando la caduta diventa più evidente, è bene curarli con prodotti a base di tea tree oil, che li nutre e ne favorisce la crescita. Non esistono formule miracolose per avere capelli da favola, perché è la genetica a farla da padrona, ma si può avere una bella chioma curata usando i prodotti giusti”.

E i capelli bianchi?

La pandemia ha cambiato tutto, anche nell’hair style. Complice la chiusura forzata dei parrucchieri, camuffare le ricrescite bianche si è

rivelato un problema, soprattutto per quelle che hanno meno manualità. Certo, gli spray ritocco hanno aiutato, ma coprire centrimetri di ricrescita avrebbe significato quasi cimentarsi in una riverniciatura auto. Così, le donne hanno iniziato a mostrare i capelli bianchi, prima fra tutte Caroline di Monaco, seguita dalla bellissima Andy McDowell, alla regina Letizia di Spagna, e dalle tante donne che incontriamo nella vita quotidiana. Se pensiamo che fino a qualche anno fa era quasi impensabile mostrare l’argento nella chioma, pena essere considerate irrimediabilmente vecchie e obsolete, ora invece sono tantissime le donne che scelgono di non colorare più i capelli. “Portare il bianco lo trovo molto attuale, e consiglio di abbinarlo a tagli sbarazzini che danno verve e leggerezza”, dice Pako. “Il mio consiglio in questo caso è di enfatizzare il trucco, in quanto rendendo bianca la cornice del viso, l’attenzione andrà a focalizzarsi sulla sua parte centrale: quindi si a un make up bilanciato ma visibile, senza per questo essere marcato”, continua. “ E poi, sicuramente i capelli bianchi vanno curati con trattamenti anti giallo e nutriti, in quanto la mancanza di melanina li può rendere più fragili”, conclude il direttore artistico di Idola Roma.

Curvy e capelli. Qual è la scelta migliore?

E’ ancora vera l’equazione magra/capelli corti e curvy/capelli lunghi? “Assolutamente no. Ora viviamo in un’epoca nella quale una donna può osare quello che più desidera senza perdere il suo fascino. Basta giocare sulle giuste proporzioni e soprattutto valorizzare la bellezza di ognuna”, questo è il consiglio di Pako.

Mettiamocelo in testa: la bellezza non ha età, perché ogni età ha la sua bellezza.

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L’IMPORTANZA DELL’APPRENDIMENTO PERMANENTE. LA PRESENTAZIONE DEL NUOVO ANNO ACCADEMICO UPTER IN CAMPIDOGLIO

Martedì 13 settembre si è tenuta al Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, la presentazione del nuovo anno accademico UPTER, presente anche il sindaco di Roma Gualtieri.

La realtà rappresentata da UPTER è quella della più storica tra le università per gli adulti e gli anziani, dove si sviluppa il lifefong learning, ossia l’apprendimento permanente.

Uscire dal sistema scolastico, per scelta o meno, non deve precludere la possibilità di continuare a imparare. Se spesso le persone dicono: “sono troppo grande per ricominciare a studiare”, ciò vuol dire che si è relegato lo studio e la conoscenza a una fase specifica della vita. E se quest’ultima si è notevolmente allungata, allora perché non approfittarne per acquisire sapere? E’ scientificamente provato che il cervello, per essere sempre lucido, deve funzionare ed essere stimolato.

UPTER ha inoltre programmato una settimana di open days, a partire da lunedì 19 settembre.

Per chi volesse conoscere la direttrice del nostro magazine, Stefania Catallo sarà presente martedì 20 settembre con la presentazione di due corsi: il primo, dalle 15, sulla Storia e simbologia dei Tarocchi. Il secondo, dalle 17 alle 18, con il Laboratorio giornalistico al femminile. Per prenotarsi, cliccare sul link (https://www.upter.it/2022/09/02/upter-aperta-lopen-day-dellupter/).

Intervista a Francesco Florenzano, Presidente dell’Upter

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Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale

Camminavo rasente i muri. Autobiografia tascabile di un transessuale(2019, Edizioni Croce), è un libro crudo e diretto che racconta la vita e le difficoltà che lo scrittore Massimo D’Aquino ha affrontato per diventare la persona che è oggi. Chi era Massimo prima di Massimo? Quali sono i falsi miti e i pregiudizi che accompagnano le persone transessuali o in transizione? Ma soprattutto, cosa accade alle loro vite quando giungono alla consapevolezza di essere in un corpo che non li rappresenta?

Dimentichiamoci, anzi, eradichiamo le chiacchiere da bar e le leggende sulle persone T, troppo spesso diffuse. Iniziando, appunto, a considerarle come persone e non come strani fenomeni da circo, le cose cambiano per forza. D’Aquino si mette a nudo, raccontando la sua infanzia, la sua adolescenza, le sue paure, sfatando il mito della transessualità come scelta. E’ stato, il suo, un percorso durato sedici anni, per poter affermare di essere uomo a tutti gli effetti. E la strada per arrivarci non è stata pianeggiante, anzi.

Massimo D’Aquino, “Camminavo Rasente i Muri” si può considerare come la sua autobiografia, oppure è anche un’opera in grado di indicare un cammino a chi sta pensando alla transizione?

“Camminavo Rasente i Muri” è essenzialmente un’autobiografia, che racconta episodi significativi che hanno segnato la mia vita. Non è stato facile mettere tutto in piazza e con assoluta sincerità; e sicuramente scrivere è servito prima di ogni cosa, a me: è stata come una sorta di catarsi. Raccontare anche le situazioni più scomode, mi ha liberato dall’ansia che queste provocavano. Raccontare e renderne partecipi gli altri per esorcizzare paura e vergogna.

E’ un’autobiografia tascabile, come io la definisco, vista la brevità del testo, eppure dirompente. Qualcuno mi ha detto, dopo averla letta, che è stato come ricevere un pugno allo stomaco. Allo stesso tempo, credo e spero di aver instillato nel lettore un dubbio: sono io ad essere nato in un corpo sbagliato o è la società che non è pronta ad accogliermi semplicemente come persona diversa, fuori dai binari maschio/femmina?

Credo si debba cogliere, tra le righe, anche una denuncia volta a decostruire il genere, e una ferma volontà di autodeterminazione senza essere costretti a vendere o a sostituire pezzi del proprio corpo; consapevolezza, questa, che ha preso piede in me sempre di più col passare degli anni.

Molte persone che hanno letto il libro mi hanno ringraziato, dicendomi di aver trovato il coraggio di affrontare il percorso anche grazie alle mie parole; questo mi lusinga, tuttavia non ho mai pensato di poter aiutare qualcun altro scrivendo. Piuttosto, spero di aver saputo informare bene chi non sapeva davvero nulla in fatto di transizione. Leggere i miei più intimi pensieri e cercare di comprenderli da parte di chi, profano, nemmeno immaginava esistesse una simile condizione, credo possa essere utile”.

Se cresci conigli non ti puoi aspettare che diventino leoni”. Questa frase è stata pronunciata da un carabiniere, poi sospeso, in merito al ragazzino di Gragnano che sembra fosse stato bullizzato e si è ucciso quache giorno fa, gettandosi nel vuoto. Lei ha vissuto episodi simili?

“Parliamo dell’infelice frase pronunciata dal carabiniere: innanzitutto, se proprio vogliamo esser precisi, la frase espressa in italiano corretto dovrebbe essere: “se allevi conigli non puoi aspettarti che crescano leoni”, e già questo ci dà un’idea della persona he l’ha pronunciata. Secondo poi, è tipico che certe discriminazioni e vessazioni vengano spesso fatte da chi crede, forse per il ruolo che riveste, di potersi permettere di giudicare. Certo che ho subito atti di bullismo, soprattutto bullismo “istituzionalizzato”, cioè da parte di persone che, stando dietro ad uno sportello o, per l’appunto, rivestendo un ruolo, hanno pensato bene di potersi permettere battute ironiche o, peggio ancora, insulti diretti.

Essere fermato ad un posto di blocco per un normale controllo e subire veri e propri interrogatori riguardo all’aspetto non conforme ai documenti, per esempio, è una cosa che mi creava problemi d’ansia ogni qualvolta ero costretto ad uscire, e moltissime volte ho assistito a scene in cui, anziché cercare di comprendere la mia condizione, mi facevano sentire oggetto di curiosità morbosa e di derisione. Se questo poi succedeva mentre ero in compagnia di qualche amica, cadevo in uno stato misto tra depressione e rabbia. Ho iniziato il percorso di transizione nel 1988 e ho avuto i nuovi documenti nel 2004, ed è quindi facile immaginare cosa ha significato per me vivere in un limbo per tutti quegli anni; ancora oggi nutro una marcata idiosincrasia per i simboli del potere”.

Quanto e cosa c’è ancora da fare per le persone LGBTQ+?

“L’unica possibilità che abbiamo è divulgare il più possibile la conoscenza dell’argomento. Parlarne tanto e soprattutto correttamente. Qualche passo in avanti è stato fatto, e rispetto agli anni ’70 e ’80, ora le persone transgender non sono più sole; per fortuna, esistono parecchie associazioni che intervengono in difesa delle persone T. Purtroppo mi rendo conto, parlandone spesso e con chiunque, che la non conoscenza è diffusa e spesso si fa molta confusione parlando di mondo LGBTQ+. Le persone trans sono in netta minoranza rispetto alle persone gay, e le nostre istanze sono completamente differenti. Siamo una minoranza nella minoranza e spesso veniamo strumentalizzati da chi, pur di ottenere bonus statali o accedere a bandi, accoglie frange trans, senza però dar loro reali possibilità di agire”.

Ritiene che l’Italia potrà fare di più, nel prossimo futuro?

“No, finché non verrà scritta e approvata una legge sull’identità di genere; e ora come ora, vista anche la situazione politica, la vedo davvero dura. Paesi come la Spagna, Malta, l’Islanda e altri, sono decisamente più avanti dell’Italia rispetto alle questioni di genere. Abbiamo assistito a quello che è successo riguardo alla legge Zan; addirittura, al tempo, insieme ad altre persone LGBTQ+, venni interpellato dall’onorevole Mara Carfagna per esprimere il mio parere sulle questioni di genere, e poi? Il nulla più totale. Sono quasi trent’anni che lottiamo per avere una legge e per riformulare la 164 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1982/04/19/082U0164/sg) , ormai obsoleta: pare che ci sia sempre qualcosa più importante e urgente della tutela delle persone T”.

Vuole aggiungere qualcosa per i nostri lettori?

“Vorrei che “Camminavo rasente i muri” fungesse da input per voler conoscere di più la nostra condizione; un punto di partenza per entrare in un mondo, quello T, a tutti gli effetti straordinario. Nascere trans dà l’opportunità di decostruire il genere; rompere il binarismo imposto da una società che, da sempre, ha diviso il mondo in due: maschio o femmina. Così non è e, per fortuna, e non sono il solo a pensarlo. Confido molto nei giovani. Le nuove generazioni hanno una visione del mondo molto più ampia, e hanno capito che l’esistenza non è una linea dritta e definita dove ci stanno solo maschi e femmine, ma un cerchio dove possono e devono vivere tutte le possibili immaginabili ed inimmaginabili sfumature, senza che nessuno tolga nulla a qualcun altro.

I conigli possono diventare e sentirsi leoni”.

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ALESSANDRA PATRIZI. IL GRANDE DONO DI LAVORARE COI FOLLI

Cosa vuol dire lavorare coi folli? Quali potenzialità esprimono i malati psichiatrici? Quali difficoltà incontrano gli operatori e i professionisti dei centri a loro dedicati? Ne parliamo con la dottoressa Alessandra Patrizi, che svolge attività di artiterapie con i “folli”.

La legge Basaglia del 1978 stabilisce la chiusura dei manicomi intesi come luoghi di reclusione e contenimento dei malati psichiatrici. Salvo rare eccezioni, finché i manicomi furono attivi, i loro ospiti venivano privati della possibilità di una crescita personale. Con la legge Basaglia, l’Italia era il primo Paese in Europa ad eradicare il manicomio, struttura che considerava irrecuperabili i suoi ospiti perché, appunto, pazzi. Senza tenere conto, poi, di quanti vennero internati perché scomodi, ribelli, diversi. Vite spezzate perché non conformi e, quindi, pericolose per la società. La chiusura dei manicomi ha dato vita a strutture che si occupano della malattia mentale, operando però tra mille difficoltà. Inoltre, viste le risorse economiche non sufficienti elargite dallo Stato, molte famiglie vengono gravate del peso del malato mentale, che così risulta privato di assistenza e può diventare pericoloso per sé e per gli altri.

ALESSANDRA PATRIZI

Alessandra Patrizi, cosa significa lavorare con i pazienti autistici e schizofrenici?

“Lavorare, ma più esattamente stare del tempo con persone che possiamo definire autistiche o schizofreniche, o con dei problemi di salute mentale, è per me una pratica quotidiana di relazione autentica fatta di fiducia, di tempo, di contatto, di pazienza. Definirei i miei ragazzi come persone con delle particolarità che sono assolutamente uniche. Per me che faccio l’arteterapeuta, è un affaccio su una parte di noi che spesso teniamo lontana, la parte irrazionale e inconscia, che però come diceva Platone, costituisce il nostro essere folle, geniale, quello che io chiamo lo scintillio”.

Quali sono le difficoltà che vivono queste persone?

“Le difficoltà che vivono questi ragazzi sono molte. Spesso sono dovute all’isolamento: alcuni rimangono fuori dall’ assistenza pubblica, ma soprattutto, la difficoltà più grande è la dimenticanza. Molte volte sono invisibili, nonostante il buon lavoro di molte associazioni e di molti operatori coi quali ho fatto esperienza. Questi ragazzi hanno bisogno di presenza, hanno bisogno dell’altro, del tempo, della costanza, di uscire nel mondo e mescolarsi: di uscire dal vecchio mito dell’isolamento e della normalizzazione. I folli devono stare nel mondo, perché hanno il loro buon modo di starci. Bisogna anche ricordare che molti partono da contesti di povertà culturale, e anche dall’assenza della famiglia. Alcuni sono accolti in case famiglia, altri che hanno genitori in difficoltà economiche importanti, vivono spesso in case che non hanno molto da offrire al loro panorama. Con loro ci vuole presenza, non bisogna dimenticarne nessuno”.

Pensa che rispetto al passato ci siano delle evoluzioni positive dal punto di vista della relazione operatore/paziente?

“Per la mia esperienza ci sono delle strutture che fanno buone pratiche: le cose sono cambiate, però rimane un aspetto critico, ossia che poco se parla nei media. Nessuno parla della follia, della salute mentale, così come non si parla degli anziani, dei disabili e, in generale, delle persone un po’ scomode Certamente ci sono delle evoluzioni positive: ho avuto modo di conoscere cooperative, associazion, operatori e professionisti che seguono queste persone, ne conoscono la storia, il nome, le loro particolarità. Il nostro è un lavoro fatto giorno per giorno, e soprattutto non bisogna dimenticare che queste persone vanno accompagnate, non possono essere lasciate da sole; vanno sempre accompagnate nel loro cammino. Il nostro è un lavoro a tempo indeterminato: i nostri ragazzi non possono essere non curati o essere dimenticati: loro esistono e hanno diritto di ben stare al mondo con una piena qualità di vita”.

Ritiene necessario un intervento istituzionale di potenziamento delle strutture esistenti?

“Io credo che, proprio parlando di qualità e di dignità di vita delle persone più fragili, spesso dimenticate, spesso invisibili – e questo vale per tutte quelle persone che non hanno accesso ad alcune possibilità – vada assolutamente potenziato il lavoro dei molti professionisti e operatori che si impegnano in questo campo, perché rappresentano una risorsa per quella che chiamiamo la società moderna. Credo inoltre che un continuo sostegno alle strutture che fanno buone pratiche sia necessario, e soprattutto incentivare e invogliare persone giovani a fare questo lavoro con amore, a entrare in questa relazione, in questo contatto, perché uno dei problemi è che spesso in queste strutture lavorano persone che stanno andando in pensione. Sembra quasi che non ci siano giovani o nuovi professionisti che abbiano la passione e la voglia di entrare in contatto con loro. C’é quindi sicuramente una necessità di formazione, di ricambio di professionisti che vogliano con amore intraprendere questo lavoro, che secondo me è un dono perché se ne esce migliorati, più umani: questa, per lo meno, è la mia esperienza”.

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RAFFAELA BAIOCCHI – CENTRO MATERNITÀ EMERGENCY ANABAH: ESSERE GINECOLOGA IN AFGHANISTAN

“Passare il tempo a costruire arsenali anziché diffondere libri è deleterio, forse letale, per la nostra specie”. Gino Strada fondatore Emergency.

Afghanistan: anno uno della nuova era talebana. Qual è la situazione nel Paese? Quali sono le criticità, e quali i bisogni della popolazione? E la situazione femminile è davvero così difficile come viene descritta dalla stampa mainstream? Abbiamo chiesto alla dottoressa Raffaela Baiocchi, ginecologa presso il Centro Maternità Emergency di Anabah, di raccontarci i cambiamenti avvenuti nello Stato asiatico.

Dottoressa Baiocchi, qual è la situazione attuale in Afghanistan?

“La situazione che posso descrivere è quella che vedo e che mi viene raccontata dalle nostre specializzande: le future dottoresse che si formano da noi, vengono soprattutto da Kabul. In questo momento, in Afghanistan la situazione è instabile, anche per la presenza di una resistenza che, seppur con numeri e armamenti ridotti, è comunque attiva. La crisi economica è senza precedenti, e il problema principale della popolazione è quello di avere anche un solo pasto al giorno. La questione politica poi, è meno semplice di come viene raccontata: il potere non è solo nelle mani dei Talebani, bensì è condiviso con una federazione di forze diverse, spesso con visioni divergenti, tra le quali la rete Haqqani, della quale è leader il Ministro degli Interni. Questa rete Haqqani non è definita per identità religiosa, ma è un gruppo militare a tutti gli effetti. Non sono certo più democratici degli altri, anzi… Il loro conservatorismo non è di stampo norvegese, tanto per fare un esempio. Quindi, si vive in un clima di forte instabilità”.

Qual è la situazione delle donne afghane?

“Con il ritorno dei Talebani si è tornati indietro. il problema principale consiste nel fatto che le scuole secondarie non ammettono più le ragazze: nonostante siano stati fatti diversi annunci di riapertura, siamo ancora al nulla di fatto. Tuttavia, ci sono delle province del Paese, come ad esempio Mazar-i Sharif, dove le scuole per loro sono aperte. A Kabul, le donne possono frequentare l’università, ma è chiaro che stiamo parlando della capitale del Paese, quindi della città che rappresenta la sua parte più culturale. Il governo non ha chiuso l’università, ma adesso si fa lezione separatamente – le donne da una parte e gli uomini dall’altra -, e le docenti continuano ad insegnare. Nel settore sanitario, le donne lavorano: negli ospedali i reparti di maternità hanno sempre operato, con il personale femminile operativo. Tuttavia, sembra che il in alcuni ministeri e luoghi pubblici, le impiegate siano state lasciate a casa, ma non si hanno certezze. Le giornaliste televisive invece, possono andare in onda ma devono però indossare la mascherina per coprire la metà inferiore del viso, come accadeva in tempo di Covid.

Fermo restando che le decisioni sono prese dagli amministratori locali, a Kabul non esiste l’imposizione di indossare il burqa: si può scegliere liberamente di farlo oppure no; possono però scattare delle sanzioni se non si è coperte abbastanza. Le donne inoltre si spostano, almeno in città, da sole e senza problemi.

Ovviamente, la situazione non è la stessa nelle parti più remote dell’Afghanistan. Nei luoghi dove Emergency ha effettuato l’intervento per il terremoto, la situazione di povertà e arretratezza non è nuova e le cose, per le donne, sono molto diverse”.

Dottoressa Raffaela Baiocchi

Lei è ginecologa presso il Centro Maternità di Anabah. Come si vive la maternità nel Paese rispetto a prima dei Talebani? Quali sono le difficoltà maggiori?

“C’è da dire che adesso, di notte, vengono molte meno donne rispetto a prima, perchè la provincia è insicura: hanno paura a spostarsi con il buio, e anche i tassisti si rifiutano di venire qui nelle ore notturne. Ovviamente, questo ha un impatto negativo sulla salute in generale. Il nostro Centro è ad accesso gratuito, cosa non scontata, e accogliamo anche i casi gravi: spesso, chi sta molto male viene qui da noi per essere curato. Tuttavia, a causa delle tensioni, abbiamo registrato un calo degli accessi, in quanto il 70% dei pazienti veniva da fuori e non dalla provincia, e come dicevo prima, adesso si ha paura di viaggiare fin qui. Assistiamo a tanti parti, con oscillazioni significative nei periodi di instabilità politica, nei quali le donne si recano altrove. Tuttavia, restiamo un presidio completamente gratuito in un Paese in cui l’assistenza sanitaria è a pagamento”.

La presenza di Emergency nel Paese può fare la differenza?

“Si, e fa la differenza sotto tanti aspetti. Prima di tutto, perché continua ad essere un posto in cui si accede alle cure gratuitamente, cosa che invece non accade nelle altre strutture. Poi, i servizi medici offerti sono di alta qualità; a questo proposito, specifico che Emergency si occupa della formazione del personale sanitario afghano, ed è riconosciuto come scuola di specializzazione in ginecologia e ostetricia, pediatria, e chirurgia traumatologica. Contemporaneamente all’avvento dei Talebani, si è assistito a una diaspora dal Paese da parte delle persone di classe medio alta, tra le quali molti professionisti e personale sanitario con ruolo di formazione dei medici. Emergency continua il lavoro di formazione del personale nel momento in cui il Paese ha un deficit formativo, contribuendo così al mantenimento e alla crescita dell’offerta di salute, anche su altre strutture. Infatti, il personale che formiamo porterà le conoscenze acquisite nei suoi futuri spostamenti lavorativi, aumentando la qualità delle cure in altre parti dell’Afghanistan. Inoltre, Emergency dà lavoro a circa 1500 dipendenti, garantendo uno stipendio a tantissime persone, tra le quali un’alta percentuale di donne, senza peraltro considerare l’indotto, che è anch’esso molto importante”.

L’eredità morale di Gino Strada ha un futuro, in Afghanistan?

“Non posso che dire di si. L’eredità di Gino Strada è anche quella di aver dato voce a delle istanze universali di pace, che non erano certo originali ma che vennero ribadite con forza e che, soprattutto, lui tradusse in fatti. Le faccio un esempio. In 20 anni di guerra, in Afghanistan sono entrate tantissime armi, e quando sono tornati i Talebani, sono iniziate anche le liti tra vicini e parenti, dispute di carattere politico, combattute con le armi, che hanno provocato morti e feriti da arma da fuoco. Spesso abbiamo curato queste persone. Ma, proprio per la nostra cultura di pace, non ci sono nè armi nè guardie armate da Emergency. E l’eredità di Strada è anche coltivare la cultura dei diritti e continuare a lavorare per garantire l’accesso gratuito per tutti a cure che siano mirate e di alto livello”.

Stefania Catallo

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IL TALENTO DI MRS. LOIODICE – I DIPINTI, GLI OGGETTI, I MURALI DI TINA LOIODICE

La tigre disegnata da Tina Loiodice guarda intensamente i passeggeri, dal muro della stazione San Giovanni della metropolitana di Roma. Gli occhi del felino sembrano invitare a non abbassare mai la guardia, mentre al piano di sotto “Matrix divina”, una donna dai tratti botticelliani accompagna la discesa alle scale mobili. Ma queste non sono che due delle tante opere nate dal talento e dalla fantasia di Tina, artista capitolina con all’attivo una lunga carriera e tante collaborazioni importanti, ad esempio con Fendi, per la quale ha creato e dipinto dei ventagli realizzati come omaggio alle signore intervenute all’inaugurazione dello store di Forte dei Marmi, un paio di anni fa.

Martedì 23 agosto si terrà il vernissage della collettiva “Roma in 100 cm quadrati”, che l’artista propone con successo da molti anni. La mostra si è tenuta anche nel 2020, annus horribilis della pandemia, quando sembrava che le arti fossero state quasi accantonate in nome di altre, più pressanti, esigenze. Ma niente ha la capacità di continuare a vivere come l’arte, e seppur tra molte difficoltà, ha resistito e portato frutto.

Tina Loiodice quali sono stati secondo lei i cambiamenti nell’arte, durante e dopo il Covid?

“L’esperienza del Covid, così inaspettata e unica nella sua drammaticità, ha inevitabilmente segnato e cambiato ognuno di noi. Per gli artisti di ogni settore è stato un periodo di fermo forzato, di tempo sospeso che ci ha dapprima scioccato e poi immobilizzato. Ma l’arte non è fatta per stare a guardare: è partecipazione, è dirompente, è vita e ha bisogno di esprimersi. Dopo un primo momento di insolita e innaturale stasi, è tornata a farsi sentire e vedere; gli artisti hanno utilizzato il web, e alcuni street artist hanno continuato le loro incursioni sui muri immortalando, come Harry Greb ha fatto su un muro di Trastevere, la nuova condizione di reclusi in casa degli umani, subito dopo il decreto della chiusura: mettendo in gabbia gli uomini, e fuori un panda libero che li guarda.

Anche per molti altri artisti, il tema della pandemia e i simboli in cui è identificata sono diventati il tema principe: abbiamo visto più mascherine dipinte sui muri che per terra. Il post Covid ha poi visto un’intensa attività artistica, e c’era da aspettarselo: la ripresa dei festival di street art è vivacissima e sta producendo lavori notevoli dove il tema della rinascita, dell’attenzione alla salvaguardia del pianeta, fino ai temi di attualità è molto intensa. Il Covid è stato uno shock e l’arte sta rispondendo con una produzione senza pari e di qualità”.

Come nasce la sua arte? Quali sono gli artisti ai quali si ispira?

“Io amo definire la mia arte emozionale. Per me ogni luogo ha una sua storia, una sua essenza, quella che i romani definivano genius loci ossia lo spirito del luogo. Quando devo intervenire su un muro, l’ emozione che mi trasmette il luogo diventa l’energia trainante e ispiratrice che mi guida prima nella stesura del bozzetto, e poi nella sua realizzazione. Nutro un rispetto profondo per i luoghi e i loro abitanti: il mio intervento deve essere armonico e integrato al contesto, qualunque sia il tema trattato. Non mi ispiro a un artista in particolare: amo studiare l’arte di tutti e spesso, per capirne l’essenza e il processo di esecuzione, seguo uno studio di copiatura per capire la composizione e le stesure di colore con cui l’autore ha realizzato la sua opera. Mi immedesimo nei suoi gesti e a volte rielaboro con mie interpretazioni gli originali. E’ così che sono nati i miei Pinocchi d’autore”.

Secondo lei l’arte riceve un’attenzione sufficiente da parte delle istituzioni?

“La mia risposta è già in parte nella domanda: è proprio quel sufficiente che ci dice già molto. Comunque, negli ultimi anni l’interesse delle istituzioni si è inevitabilmente acceso verso il mondo della street art, che è diventato un movimento artistico universale come mai era successo per altri precedenti movimenti artistici. La regione Puglia per prima, e a seguire la regione Lazio, hanno studiato e varato una legge regionale che con bandi pubblici finanzia e regolamenta i progetti artistici di street art. Riguardo alla regione Lazio, grazie al progetto “Selci visionaria”, ho creato il mio ultimo murale intitolato “Le radici dell’olivo”, vincitore del bando regionale “Un paese ci vuole”.

Come voto, siamo comunque ancora al sufficiente, ma molto ci sarebbe da fare per sostenere l’arte e gli artisti: in altri Stati europei, senza andare troppo lontano nel mondo, gli artisti sono considerati delle risorse per la cultura e la crescita del Paese, e ricevono sussidi o veri e propri stipendi per portare avanti la loro ricerca e produzione artistica.

Roma in 100 cm quadrati” è la mostra che lei inaugurerà il 23 agosto a Roma. Come è nata l’idea di questo evento?

“La mostra “Roma in 100 cm quadrati” è arrivata già alla sua ottava edizione; l’idea nasce a Trastevere otto anni fa, in quello che fino a prima della pandemia era il mio spazio atelier, ossia la galleria Spazio40. All’epoca io realizzavo delle piccole tele 10×10: da qui il titolo, perché 10×10 fa appunto 100 cm quadrati. I dipinti erano dedicati a Roma e ai suoi monumenti, e riscuotevano un notevole interesse da parte dei nostri visitatori, per lo più turisti internazionali. Ne avrò riprodotti a centinaia, perciò ho pensato: perché non chiedere a altri artisti di cimentarsi nel piccolo formato a tema Roma e farne una mostra che diventi un appuntamento annuale? E così è stato. Ogni anno il tema è su Roma, ma anche su avvenimenti che hanno interessato la città, come quando, nel 2016, il M5S vinceva le amministrative a Roma e Raggi diventava sindaca: il titolo della mostra fu “Roma sotto le Stelle” . Nel 2017, anniversario della nascita di Roma, la mostra esponeva il numero 2770, appunto gli anni di Roma. Poi, legata al tema del Coronavirus, facemmo “Roma in 100 cm quadrati al tempo del Coronavirus” e nel 2021 “La resilienza”. Quest’anno riproporremo il tema classico e vedremo cosa proporranno gli artisti in questa occasione”.

La mostra “Roma in 100 cm quadrati” sarà inaugurata martedì 23 agosto alle 19 presso la Galleria Il Laboratorio in via del Moro 49 a Roma Trastevere. Successivamente, il 9 settembre alle 19 ci sarà una seconda inaugurazione, presso Z A Urban studio in via degli Equi 44 a Roma San Lorenzo, dove le opere saranno presenti fino al giorno 17 settembre.

Stefania Catallo

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IL RECUPERO DELL’ESSENZIALE DI MICHELA ZANARELLA

Abbiamo incontrato la poetessa per parlare della sua ultima raccolta di versi e di come la Poesia le abbia cambiato la vita

di STEFANIA CATALLO

Juan Gelman, il celebre poeta argentino, rispose ad un’intervista sulla poesia con questa frase: “Il problema è che non si scrive mai poesia, si viene scritti dalla poesia. La poesia è una signora molto occupata, poiché ci sono poeti dappertutto. Bisogna aspettarla, non chiamarla. Non è questione di pazienza o di volontà. Si tratta di attendere che arrivi con ciò che ho chiamato ossessione”.

E l’attesa dell’ispirazione può essere anche molto lunga, così come possono rivelarsi tortuose le strade che portano un poeta alla creazione.

Michela Zanarella

Michela Zanarella, poetessa e giornalista veneta di nascita e romana di adozione, .ha trovato la sua ispirazione scrivendo “nelle pause pranzo di lavoro; ero impiegata in un mattatoio e scrivere poesie mi ha aiutato a uscire da quella dimensione così brutale”. A tutto questo, si è poi aggiunto un incidente stradale che l’ha costretta a una lunga convalescenza, ed è stato allora che la Poesia le ha fatto visita.

In Italia le raccolte di versi rappresentano una nicchia editoriale; a parte i grandi nomi, emergere non è facile, così come accade per la letteratura, laddove gli editori preferiscono non rischiare e pubblicare opere di richiamo e di sicura vendita. Ma nonostante questo, Zanarella è diventata un’autrice prolifica e seguita, disponibile al dialogo col pubblico pur conservando la sua riservatezza caratteriale, tipica dei poeti.

Recupero dell’essenziale” (2022, Interno Libri) è l’ultima opera della poetessa, ed ha una genesi molto originale.

Michela Zanarella, come nasce il suo ultimo libro, e cosa significa il suo titolo?

“A causa di un guasto al computer, avevo perso improvvisamente tutta la produzione inedita di poesie che avevo composto durante la pandemia. Non era valso a nulla cercare di recuperare qualcosa: il disco rigido era danneggiato e così se ne andava in funo un anno e mezzo di lavoro. Fortunatamente però, mi sono ricordata di aver inviato ad alcuni amici diverse poesie di quelle andate perse, e così pian piano ho potuto ritrovare qualcosa. “Recupero dell’essenziale” è perciò un titolo indicativo del lavoro di pazienza e riacquisizione che ho fatto per pubblicare questa raccolta”.

Qual è il filo conduttore di “Recupero dell’essenzale”?

“Il libro si divide in quattro parti. La prima, è dedicata all’osservazione del cosmo e dei cambiamenti della natura avvenuti durante la pandemia. La seconda parte verte sulla notte e sulla sua luminosità, che accende il buio di speranza. Al Veneto, la mia terra, è dedicata la terza parte della raccolta, che ha dei riferimenti anche a Roma, la mia città di adozione. Infine, ho dedicato dei versi a grandi poeti come Pier Paolo Pasolini, Rafael Alberti, Garcia Lorca e anche ad Oriana Fallaci”.

Michela Zanarella

Quali sono i poeti dai quali trae ispirazione?

“Emily Dickinson, che con le sue opere supera il tempo ed è sempre molto attuale, mi ha ispirata per la potenza dei suoi versi. Il fatto che poi fosse relegata nella sua stanza e comunque riuscisse a descrivere alcuni luoghi come se li avesse visti, per me è straordinario. Poi, Pasolini, col quale trovo delle somiglianze per quanto riguarda il mio percorso, che mi ha portata dal Veneto a Roma, che è speculare e opposto al suo. Per una coincidenza, vivo nel quartiere di Monteverde, luogo pasoliniano, dove ho conosciuto anche Silvio Parrello detto Er Pecetto, artista cresciuto con lo scrittore e inserito in un capitolo del famoso libro “Ragazzi di vita”. Per me Pasolini non è solanto un’ispirazione poetica, ma anche giornalistica: come non ricordare il celebre articolo scritto per il Corriere della Sera del 14 novembre 1974 e intitolato “Cos’é questo golpe? Io so”, col quale ci ha dato una grande lezione di coraggio”.

Secondo lei la poesia è un linguaggio universale?

“Si, senza alcun dubbio, Ne ho avuto la prova pubblicando una raccolta di poesie intitolata “Infinito celeste” (2020, Universitalia), che sono state tradotte in arabo da Noureldeen A. M. Addallah, professore di lingua e traduzione dall’arabo/italiano e viceversa, e caro amico. Le traduzioni sono sempre molto difficili perché si può perdere qualcosa nel passaggio da un idioma all’altro, ma la riuscita di quest’opera è la dimostrazione del linguaggio universale della poesia”.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“Sto programmando delle presentazioni e, intanto, continuo a scrivere”.

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AFGHANISTAN OGGI: NON E’ UN PAESE PER DONNE

L’Afghanistan del 2022 e le donne: con l’intervista a Samira, profuga a Roma, continua il viaggio del nostro magazine nella realtà di un Paese da un anno in mano ai Talebani.

Samira – nome di fantasia per proteggerne l’identità – è una delle donne che sono riuscite a uscire dall’Afghanistan nell’agosto del 2021, prima della chiusura degli aeroporti e dell’abbandono del Paese da parte delle forze internazionali. Abitava a Kabul, dove lavorava ed è arrivata in Italia con un volo umanitario e fa parte di un gruppo di persone che vivono a Roma. Malgrado la distanza, si batte per quelle donne che sono rimaste nel Paese, ormai da un anno sotto il dominio talebano. Le parole sono importanti, e Samira ha scelto di parlare di dominio e non di governo perché, dice: “Noi non abbiamo più diritti, stiamo diventando invisibili e questa non è la democrazia che i Talebani avevano dichiarato di voler istituire nella nazione”.

Le donne afghane rifugiate in Italia non hanno molta voglia di parlare. Si temono ritorsioni verso le famiglie restate in patria: ci sono stati già molti arresti e pestaggi. Per questo la testimonianza di Samira è preziosa.

Un anno fa, Kabul era una città vivace. Niente a che vedere con una città europea, però era pur sempre una capitale ricca di storia e cultura, sede di scuole e università, dove negli ultimi venti anni si erano consolidati diritti fino a quel momento impensabili per una donna. Le cose però erano, e sono tuttora, diverse nelle aree interne e rurali, laddove il fermento culturale non era arrivato; in quei luoghi sembra che non ci sia stato cambiamento alcuno, come se i secoli non fossero passati e il tempo sia solo un’espressione linguistica. Ora, a un anno dall’insediamento dei Talebani, le cose sono molte diverse. Le donne sono state spogliate dei diritti acquisiti e fatte regredire di decenni, in nome dell’ integralismo, quando invece si tratta solo di sopraffazione e misoginia. Tutto il contrario di quello che avevano dichiarato i Taliban, quando avevano parlato di una nuova e moderna generazione al potere.

Roma – Afghanistan Black Day

Samira, qual è la situazione in Afghanistan, oggi?

“La situazione è molto grave, e quel poco che trapela all’estero non basta a descriverla. Se parliamo delle donne, delle mie sorelle, delle afghane, ci sono stati tolti i diritti fondamentali. Il diritto allo studio è stabilito solo fino a poco più delle scuole medie italiane. Dobbiamo indossare sempre il velo integrale; possiamo lavorare solo come medico o infermiera, e neanche in tutti gli ospedali. Non possiamo più uscire dal sole se non accompagnate da un mahram, ossia un parente di sesso maschile. Ci è proibito ridere, ascoltare musica, andare in bicicletta, fare sport. I Talebani ci hanno paralizzate e noi non possiamo cambiare la situazione, da sole. L’Afghanistan non è più un Paese per donne”.

Le proteste che abbiamo visto sulle televisioni hanno avuto delle conseguenze?

“Si. Le donne che hanno sfilato per rivendicare i loro diritti sono state perseguitate dai Taliban. Alcune sono state portate in carcere, picchiate e minacciate di morte assieme alle loro famiglie. Ci provano a resistere, ma è molto dura”.

Avete ricevuto sostegno dalla comunità internazionale?

“(Ride) Sostegno? Se intende quello delle persone comuni e di organizzazioni civili come Emergency, Amnesty e quelle per i diritti delle donne, allora si, lo abbiamo avuto. Però il sostegno non c’è da parte dei governi mondiali. Si sono dimenticati di noi, oppure fanno finta di non vedere perché qui hanno i loro interessi. Quando i Talebani hanno preso l’Afghanistan hanno promesso di aiutarci, hanno detto che avrebbero tenuto la situazione sotto osservazione, che non ci avrebbero abbandonato e che si sarebbero battuti affinché nessun diritto conquistato dalle donne venisse calpestato. E invece siamo prigioniere nelle nostre case, nella nostra terra, dimenticate”.

Vuole mandare un messaggio alle nostre lettrici e ai nostri lettori?

“Non so quanto verrò ascoltata, però vorrei dire: non dimenticateci. Non lasciateci da sole, fate informazione, parlate di noi, partecipate ai nostri sit in, altrimenti saremo destinate a scomparire”.

Stefania Catallo

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“LA DISTRUZIONE DELL’AMORE” DI ANNA SEGRE – Quando l’amore diventa guerra

Il male tira i fili, mentre il bene continua a tessere”. In questi versi l’essenza dell’opera di Segre: un viaggio nell’amore e nel conflitto tra donne.

“Ho sempre scritto poesie, e nel raccoglierle mi sono accorta che ce ne erano molte sul conflitto; quindi, ho deciso di tracciare una linea rossa e di parlare di ciò che succede all’interno di una relazione d’amore, nel mio caso relazione d’amore tra donne, quindi del conflitto nella relazione tra donne”, ha dichiarato Anna Segre durante la nostra intervista. Minuta, energica, sensibile, vivacissima: parlare con lei significa dialogare con una donna di grande intelligenza e cultura. “La distuzione dell’amore” (2022, Interno Poesia Editore), è il suo ultimo libro, che sta portando in giro per l’Italia. E’ anche un libro politico, perché rappresenta, in questo preciso momento storico e a qualche settimana dalle elezioni, un elemento di riflessione sul mondo LGBTQ+ e in generale sulla precarietà delle conquiste acquisite, che potrebbero essere messe in discussione in caso di elezione di un governo conservatore.

Anna Segre, psicoterapeuta e poeta. Come nasce questo connubio, se di connubio possiamo parlare?

“Voglio anzitutto specificare che in questa intervista userò il femminile generico, cioè: genericamente intenderemo con LA psicoterapeuta/LA paziente sia il femminile che il maschile.

Esiste di sicuro un connubio tra psicoterapia e poesia, per come la psiche si esprime, per come l’inconscio manda messaggi tramite i sogni, per come si sviluppa il dialogo tra due persone: la psicoterapeuta e la paziente. Perché la nevrosi, la psicosi, il delirio, il sogno non hanno una narrativa lineare, diciamo ‘prosaica’, bensì poetica, spezzata, metaforica, anaforica, interrotta, suggestiva. Quindi è come se il linguaggio poetico consentisse una decodifica e una vera comunicazione tra le due, paziente e terapeuta. Questo aspetto della terapia ben si adatta al mio uso della poesia (per non dire all’arte di essere poeta), anzi, mi ispira, mi consente di proporre nuove interpretazioni, è uno strumento in più”.

La poesia e la scrittura in genere sono terapeutiche?

“In psicoterapia raccontare è il centro della relazione: tutto ruota attorno a ciò che viene raccontato. Non c’è altro che la narrativa, visto che ci si incontra per capire cosa fa soffrire la paziente e lo si fa tramite il dialogo e non tramite un fare altro, che so, camminare o andare al cinema o mangiare un gelato. Quindi poesia e scrittura sono strumenti strettamente collegati all’intervento terapeutico. Quando si ha un testo scritto, tra l’altro, si può usarlo più volte:

– come metro di confronto rispetto ai cambiamenti nel tempo;

– si può lavorare sull’interpretazione delle parole che la paziente ha scelto per spiegare una situazione;

– si ha nella scrittura un punto fermo cui riferirsi nei momenti di eventuale sfocatezza della paziente. Quando la paziente non ce la fa a esprimersi, quando ci sono sentimenti di disperazione e senso di inutilità, quando il dialogo si impantana, lo scritto diventa un faro perché testimonia la funzionalità della paziente. Scripta manent, permettono stabilità, sono punti fermi.

La scrittura è un canale di drenaggio importante e un ponte tra sé e gli altri e tra sé e sé. Serve a sfogarsi, a vendicarsi, a testimoniare un abuso, un’ingiustizia, un segreto, tutti elementi ‘patogeni’, cioè che creano disagio/malattia.

La scrittura rivela nero su bianco i nessi associativi e il modus ragionandi della paziente.

Quindi non solo scrittura e poesia sono terapeutiche, ma rappresentano le scorte per l’inverno della psiche”.

La distruzione dell’amore” è la sua ultima raccolta di versi. Qual è la genesi del libro?

“Potrei dire che è nato dalla fine di una relazione, potrei dire che avevo un file chiamato ‘La distruzione dell’amore’ (e questo è vero) in cui mettevo tutte le invettive verso una specifica donna amore mio odiato, ma sarebbe vero solo in parte. Il libro è frutto di molte relazioni d’amore e di altrettante separazioni, include la madre, il padre, l’infanzia e le mie nevrosi… La genesi è sempre più complessa di quello che appare. L’importante è che il disegno d’insieme sia immediato, e in questo caso lo è. Il conflitto nelle relazioni d’amore. Più che distruzione dell’amore, avrebbe dovuto chiamarsi ‘La distruzione del dolore’, che è l’obbiettivo mio intimo più incofessabile”.

Dopo una distruzione in genere arriva la ricostruzione. Secondo lei è possibile?

“E’ innegabile che la morte si porta sempre dietro molta vita. Dopo la distruzione viene il rigoglio della spinta ricostruttiva. Se non pensassi questo con molta convinzione, come potrei fare la psicoterapeuta? Il mio lavoro spesso consiste nel far notare i palazzi ancora in piedi tra le macerie delle pazienti, ciò che può ancora o di nuovo funzionare nel blackout di un trauma o di una perdita. Dopo la distruzione (e anche durante) arriva la ricostruzione. Sì”.

In questi giorni di incertezza politica pensa che i diritti LGBTQ+ finora acquisiti possano essere in pericolo?

“In questi giorni apocalittici (usiamo le parole pertinenti) sono in pericolo i diritti LGBTQ+, quelli delle donne, quelli dei minori, quelli di ogni cittadino bypassato dalle isitituzioni, soverchiato dallo stato d’emergenza che tutto giustifica. Ogni libertà acquisita negli ultimi 200 anni vacilla. Finché abbiamo quella di parola, usiamola bene, con parsimonia dovizia e esattezza. Mi aspetto proposte iperboliche, nuove discriminazioni e esclusioni omicide per l’accesso alle risorse. Altroché ‘possano essere in pericolo’: i diritti in quanto tali sono assediati e minacciati. Dovremo trovare nuovi modi di lavorare insieme e di cercare il dialogo con chi governa. E se il dialogo naufraga, nuovi modi di lottare per la ragionevolezza”.

Progetti attuali e futuri

“Solo pronunciare le parole ‘progetti’ e ‘futuri’ è una boccata di ossigeno… Mi piacerebbe collaborare per testi e lavori teatrali, per esempio. Mi piacerebbe fare un podcast. Ho quasi finito di scrivere un testo sulla psicoterapeuticità. Vedremo cosa va in porto. Ma per me già il fatto di sentire una prospettiva creativa è liberatorio e fonte di speranza. Io, sa, sono una speratrice fortissima. C’è chi mi considera naive per questo. Ma io non me ne accorgo, capisce? Sarò allegra fino alla fine”.

Stefania Catallo

RICORDARE PIER PAOLO – READING PASOLINI DI EMYLIU’ SPATARO

A cento anni dalla nascita di Pasolini, si susseguono le iniziative in ricordo del grande intellettuale. Ripercorriamo i luoghi pasoliniani in compagnia di Emyliù Spataro, attore teatrale e protagonista del corto “Supplica a mia madre”.

Emyliù Spataro, quanto ritiene attuale l’arte di Pasolini, dalla scrittura al cinema?

“Durante questo centenario di Pier Paolo Pasolini ho riscoperto la sua estrema attualità, che artisticamente si esprime nel suo eclettismo e nel suo linguaggio che definirei “multimediale ante-litteram”, alternando, mescolando e contaminando, vari linguaggi espressivi attraverso le sue molteplici arti. In un’era in cui l’ipotesi di Internet non era ancora formulabile, lui si esprimeva come se già lo adoperasse. Amo particolarmente la sua produzione cinematografica, ricca di capolavori che rimangono sospesi in un Olimpo senza tempo, quindi più che attuali, eterni. Film intrisi di poesia pura come “Il fiore delle mille e una notte”, del quale ricordo una frase della voce narrante: “E’ sempre il meno bello che si innamora del più bello”. E altri potenti film neorealisti, che sublimano le sue amate borgate romane, come “Mamma Roma” con Anna Magnani, “Accattone”, “La ricotta”. “Teorema”, un controverso film sulla decadenza della sua classe borghese. Fino alle sue magnifiche trasposizioni dai classici come “Edipo Re” con i suoi attori ideali, presi dalla strada e fatti diventare professionisti, come Sergio Citti e Ninetto Davoli, “Medea” con la divina Maria Callas. Ma ancor più che nei suoi film, la sua attualità si manifesta nei suoi scritti e sopratutto nelle sue celebri interviste”.

Pier Paolo Pasolini e la Madre

Parliamo del Pasolini politico. Quale eredità ha lasciato?

“A proposito delle sue interviste scomode, ne ricordo una quasi profetica. In un programma televisivo Pasolini parlava dei danni che un giorno avrebbe causato la televisione, teorizzando di una futura omologazione culturale del popolo, dei ragazzi di borgata, che plagiati dai falsi modelli televisivi, più che proposti imposti in modo invasivo, entrando capillarmente nelle case e nei cervelli degli italiani, in un futuro ora attuale si sarebbero omologati, perdendo la loro originaria purezza incontaminata, per somigliare ai borghesi, confondendosi con loro. Omologazione profetica, che in senso politicamente più esteso, oggi sarebbe degenerata nello scenario attuale che mi piace immaginare analizzato da Pasolini. Come si sarebbe confrontato con queste destre? Perchè si sarebbe sicuramente confrontato: lui parlava anche con i fascisti, in modo dialettico, senza chiusure e pregiudizi. Forse perché e’ sempre stato molto critico nei confronti del comunismo, allora già in crisi, essendo ritenuto una sorta di “comunista di destra”, contraddittorio, cattolico, contro l’aborto. Ed è proprio questo un elemento di estremo fascino che denota la sua assoluta onestà intellettuale. In “Comizi d’amore” documentario in cui intervista gli italiani sulla loro sessualità, tocca livelli altissimi di giornalismo poetico d’autore. Ne “Le ceneri di Gramsci” riesce ad analizzare la crisi del comunismo in Italia, scrivendo delle poesie, cosa che trovo di una genialità assoluta”.

Emyliù Spataro interpreta “Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini per il suo centenario

Come mai ha deciso di interpretare “Supplica a mia madre”? Quali sono state le sue sensazioni a riguardo?

“Supplica a mia madre” è per me il capolavoro assoluto di Pasolini. La prima volta che la lessi, da attore, mi identificai totalmente, cominciando a registrarla sin dalla prima lettura, realizzandone poi vari video. Sento un’identificazione totale immedesimandomi nella dichiarazione di amore assoluto che Pasolini fa alla madre. Questa cosa mi incuteva un sacro timore, cominciando a dedicarla a mia madre in un lontano giorno di compleanno, in cui lei, poverina, già aveva delle patologie senili importanti. Provavo angoscia ogni volta che pronunciavo i versi: “Ti supplico, non voler morire”. Oggi dedico a mia Madre Eleonora questa intervista e questo video, perché mi ha lasciato da poco. Pasolini in questa poesia si confessa, parlando della “fame d’amore di corpi senz’anima”, i ragazzi di vita che lui desiderava in modo conflittuale, ma non amava. E probabilmente non amò nessuno Pier Paolo, né un uomo, né tantomeno una donna, perché il suo amore era solo per la madre. Le sue ultime parole prima di morire, dice Pelosi che racconta sopraggiunse un gruppo all’idroscalo di Ostia che lo aggredì, furono: “mammina mia”!

Emilio Emyliù Spataro

Pasolini è di ispirazione per lei?

“Quando Pasolini entrò per la prima volta nella mia vita ero un bambino, nato un 5 marzo come lui, ed entrò sotto forma di notizia del Telegiornale. Era stato assassinato brutalmente un grande scrittore. La mia mente infantile non poteva comprendere le dinamiche dell’accaduto, ma la cosa mi turbò tantissimo. Finchè da adolescente, più consapevole, gli dedicai una mia poesia: “A Pier Paolo, morto d’amore”. Da allora, una volta arrivato a Roma dalla Calabria, mi feci una scorpacciata di tutti i suoi film nei cineclub trasteverini. E cominciai a leggere le sue opere e su di lui, interessandomi alla sua vita, ai suoi rapporti di amicizia amorosa e intellettuale con Elsa Morante, Dacia Maraini, Laura Betti, attrice in molti suoi film, ad esempio, e alle sue amicizie con artisti intellettuali come Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, e altri. Oggi mi ispirano molto alcuni suoi film, specie il suo capolavoro “Mamma Roma” con la mia attrice musa Anna Magnani, reinterpretando a mio modo alcune scene per farne dei corti. E farei anche delle letture interpretate dei suoi testi più folgoranti, magari per farne qualcosa di creativo. C’è tutto l’universo nella produzione di Pasolini, e la sua grandezza si manifesta sopratutto nella rimozione collettiva della sua tragica fine. La sua vita sessuale tormentata e violenta, vissuta con senso di colpa ed espiazione fino al tragico epilogo, che attirerebbe la morbosa e giudicante curiosità di taluni, forse avrebbe oscurato un artista mediocre. Ma è la sua grandezza che oscura ogni bruttura, splendendo di vita propria con le sue opere e il suo luminoso e lucido pensiero”.

Stefania Catallo

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Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

Saverio Giangregorio

Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

Lorenzo Raonel Simon Sanchez

Esperto in comunicazione, divulgatore e attivista per i diritti umani della comunità LGBTQ+

Alessio Papalini

Romano, educatore, formatore e appassionato di lettura e comunicazione

PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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