Stefania Catallo

SAMAN ABBAS: FINALMENTE IL PAKISTAN APRE ALLE INDAGINI SUI GENITORI

A distanza di un anno e mezzo dalla scomparsa di Saman Abbas, la ragazza di origine pachistana svanita nel nulla il 30 aprile 2021, e probabilmente uccisa dalla famiglia perché rifiutava un matrimonio combinato, il Pakistan, finalmente, ha deciso di occuparsi della questione. Maria José Falcicchia, direttrice della seconda divisione dell’Interpol, ha infatti dichiarato durante una trasmissione televisiva: “Nelle scorse settimane le autorità del Pakistan hanno recepito la fondatezza delle attività svolte in Italia dai carabinieri di Reggio Emilia e dall’autorità giudiziaria supportata dai servizi di cooperazione di polizia. Dopo una valutazione molto lunga per un caso complicato anche per loro e senza precedenti, hanno deciso di fare propria la ‘red notice’, ossia la richiesta di arresto internazionale già nel circuito Interpol, delegando le autorità di polizia del Punjab, regione dalla quale proviene la famiglia di Saman“.

D’accordo che il Pakistan è dall’altra parte del mondo, ma 18 mesi di attesa per un primo passo sono davvero tanti. Talmente tanti che, se l’attenzione non fosse stata tenuta alta, di questo caso ce ne saremmo dimenticati.

I genitori di Saman, Il padre Shabbar Abbas e la madre Nazia Shaheen, si erano imbarcati per il Pakistan il giorno dopo la scomparsa della ragazza, rendendosi latitanti dopo l’arresto dello zio Danish Hasnain – ritenuto l’esecutore materiale del delitto e dei cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq. Il prossimo 10 febbraio, comincerà il processo che vede tutti e cinque rinviati a giudizio, accusati in concorso di sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere.

I PRECEDENTI

Nazia Shaheen, madre di Saman Abbas, la ragazza diciottenne di Novellara sparita nel nulla il 30 aprile 2021, e sospettata della sua scomparsa, è stata intercettata lo scorso settembre, in una chat col figlio minore, dove ammette la complicità nel delitto.

LE INTERCETTAZIONI

Pensa ai comportamenti di tua sorella…“. La frase è riferita ai dubbi espressi dal fratello in merito alle azioni del clan familiare contro Saman. Era stato proprio lui, pare, a mostrare ai genitori una foto della sorella, ritratta mentre baciava il fidanzato. Una foto bellissima e pulita, ritratto dell’amore di due ragazzi come tanti. Però la famiglia di Saman non era come tante: ancorata alle tradizioni e fondamentalista sul comportamento che i figli dovevano tenere nei confronti dei genitori, l’avevano promessa a un altro uomo, in Pakistan. Ai nostri occhi occidentali sembrerebbe quasi impossibile, una storia medievale, ma le cose purtroppo funzionano così, in alcuni contesti. E il disonore gettato sulla famiglia a causa del comportamento di Saman doveva essere lavato col sangue.

Il fratello, che vive in una comunità protetta, ed testimone chiave dell’accusa avendo indicato lo zio Danish Hasnain come l’esecutore materiale dell’omicidio, parla con la madre di altre due persone, non indagate, che secondo lui avrebbero istigato il padre nell’organizzazione dell’omicidio della sorella. Li ritiene responsabili moralmente per la morte di Saman, ma Nazia cerca di calmarlo: “Lasciali stare. Tu non sai di lei? Davanti a te a casa… noi siamo morti sul posto, per questo tuo padre è a letto e anche la madre (parla di sé in terza persona, ndr) a letto”. E ancora: “Tu sei a conoscenza di tutto – dice Nazia al figlio –. Pensa a tutte le cose, i messaggi che ci facevi ascoltare la mattina presto, pensa a quei messaggi, pensa e poi dì se i tuoi genitori sono sbagliati…“. E il figlio risponde: “Ora mi sto pentendo, perché ho detto…“, alludendo a quanto rivelato ai carabinieri. del padre Shabbar al fratellastro, al quale ammetteva: “L’ho uccisa io. L’abbiamo uccisa noi. Per la mia dignità. Per il mio onore…“. Poi la confessione del cugino Ikram Ijaz a un compagno di cella in carcere a Reggio Emilia: “Io e mio cugino la tenevamo ferma mentre Danish l’ha strangolata con una corda“. Poi con l’aiuto di una sesta persona, un uomo misterioso mai identificato, “abbiamo caricato il corpo su una bicicletta, fatto a pezzi e gettato nel fiume Po“.

UCCISA IN QUANTO DONNA

E’ giunto il momento di chiamare le cose col loro nome, e la morte di Saman non è un delitto d’onore, bensì un femminicidio. Descrivere l’uccisione della ragazza come qualcosa legato all’onore della famiglia, ne svaluta la portata e quasi lo giustifica.

A questo scopo, è bene sapere che con legge 442 del 5 agosto 1981, si è abolito il delitto d’onore in Italia, che era contemplato e punito secondo il Codice Rocco c.p. Art. 587 del 1930:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”.

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RETEROSA: LE TOSTISSIME DONNE DI TIVOLI

Aspettando il 25 novembre, il viaggio del nostro magazine nei centri per le donne continua e ci porta a Tivoli, in provincia di Roma. Qui è attiva ReteRosa, associazione socio-culturale che si occupa di tematiche di genere.

A sinistra, Nadia Palozzi Natolli in un incontro alla Casa Internazionale delle Donne di Roma

Ci sono voluti tanti anni affinché anche Tivoli, comune in provincia di Roma, avesse un centro antiviolenza. Sembra assurdo, ma nonostante gli impegni, presi in via più o meno ufficiale, dalle istituzioni contro la violenza di genere, creare un luogo per loro – che sia uno sportello, un centro antiviolenza o un punto di ascolto – è molto difficile, sia per la burocrazia e i tempi biblici per l’assegnazione degli spazi; sia perché a volte queste realtà non sono gradite al vicinato. Può sembrare strano, ma purtroppo è vero. Nadia Palozza Natolli, presidente di ReteRosa, associazione socio-culturale che si occupa di tematiche di genere, però è riuscita grazie alla sua perseveranza e a quella delle socie, a rendere concreto un progetto per le donne. Alla vigilia del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, l’abbiamo incontrata per parlare anche delle difficoltà che comporta portare avanti i luoghi delle donne. Tuttavia, con sua la forza e determinazione, e grazie anche alla sua preparazione politica, iniziata col il quotidiano “Il Manifesto”, continuata poi con la politica attiva a sinistra, e con tante altre esperienze come ad esempio gli Stati Generali delle Donne di cui è Ambasciatrice, Nadia Palozza Natolli ce l’ha fatta. E, insieme a lei, tutte le altre.

Nadia Palozza Natolli, come nasce ReteRosa?

“L’Associazione ReteRosa nasce nel novembre del 2007 dopo un percorso fatto di incontri e scontri tra donne dei partiti, delle istituzioni e dei movimenti. Queste differenze sono rimaste all’interno dell’associazione, ma trovano sintesi nel percorso scelto. La nostra associazione socio-culturale si prefigge il compito di promuovere la cultura di genere basata sul principio di solidarietà-sorellanza fra donne ed é pronta ad intervenire sui disagi del mondo femminile sia a livello nazionale che internazionale, non più con l’ottica assistenziale, ma con uno sguardo attento all’innovazione ed alla volontà di valorizzare la cultura di parità, maturata in anni di impegno sociale in cui è cresciuto un bagaglio di capacità e di saperi da raccogliere, promuovere ed ampliare”.

Quali sono gli interventi più frequenti che agite?

“L’associazione è un centro permanente di vita associativa a carattere volontario senza finalità di lucro, libero e indipendente da ogni realtà partitica. Svolgiamo attività formativa, di promozione culturale e di tutela dei diritti civili con obiettive finalità di solidarietà sociale. A tale scopo organizziamo:- seminari, convegni, corsi di educazione sessuale, sanitaria e di educazione civica.- assicuriamo un servizio a tutela e sostegno dei diritti delle donne cosi come riconosciuti dalle leggi vigenti, in particolare rispetto alle problematiche familiari ,ai temi della riproduzione , assistita ,dell’aborto ,del divorzio, della violenza sessuale, nonché dell’accesso al lavoro.- organizziamo e realizziamo incontri con altri gruppi di donne di diverse nazionalità- pubblichiamo e diffondiamo lavori svolti dal gruppo e non.

Riteniamo essenziale operare nelle scuole di ogni ordine e grado. Negli ultimi anni il nostro rapporto con le istituzioni scolastiche è in continuo aumento”.

Quanto è difficile portare avanti un centro antiviolenza?

“Dopo anni di duro confronto anche Tivoli ha il suo Centro Antiviolenza. Noi come associazione operiamo al suo interno attuando azioni relative ai nostri obiettivi, come da statuto.

Tra il XVI e XVII secolo in Europa nascono delle case rifugio per donne maltrattate, donne non sposate e prostitute alla ricerca di una nuova vita. Negli anni 70′ e 80′, grazie alle mobilitazioni del movimento femminista, si presero in esame i diversi tipi di violenza ( fino ad arrivare al Femminicidio) che si agivano sul corpo delle donne e lo Stato fu costretto a legiferare sullo specifico. Queste leggi hanno permesso la nascita dei centri Antiviolenza, oggi questo strumento è essenziale per salvaguardare la vita delle donne. In questi ultimi anni abbiamo notato una volontà politica di svuotare i centri della loro parte sociale e culturale al fine di farne dei meri strumenti sanitari di scarso livello”.

Qual é secondo lei, il futuro dei centri antiviolenza?

“Il futuro dei centri antiviolenza non è assicurato, abbiamo bisogno di un controllo sociale allargato che deve farsi carico delle richieste che permettano la vita e l’operatività completa di essi, E’ indispensabile una stretta collaborazione tra donne, sia istituzionali che di movimento che dell’associazionismo di genere”.

Cosa vorrebbe dire ai nostri lettori?

“Il divario di genere nei percorsi di formazione, di vita e di lavoro in Italia è ancora fortemente marcato a sfavore delle donne. Educare alla parità è un obiettivo non trattabile per la nascita di una società Giusta”.

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MASSIMO D’AQUINO: RACCONTO LA MIA TRANSIZIONE TRA DISCRIMINAZIONI E ABUSI

Photo @MarikaSimeoni

Massimo D’Aquino fa il bis. E’ uscito da pochi giorni “Io che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari” (2022, Edizioni Croce), un libercolo – così lo definisce l’autore; in realtà, un libro profondo, scabro, che non fa sconti a chi lo legge. L’opera si pone a metà tra un’autobiografia e un diario, riportando riflessioni su episodi specifici della vita di D’Aquino. L’uscita, a qualche settimana dal Tdor, Transgender Day of Remembrance, che cade il 20 novembre, e che commemora le vittime dell’odio e del pregiudizio verso le persone transgender, aggiunge una voce in più, e che voce, alle tante che si leveranno contro la transfobia. L’autore porta al lettore, attraverso il libro, la propria esperienza di transizione vissuta in anni nei quali le cose erano molto diverse da oggi.

“Io, che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari”. Massimo D’Aquino, il suo è un libro chiaramente autobiografico, quasi un diario. Quali sensazioni ne hanno accompagnato la stesura?

Io, che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari” nasce innanzitutto dall’esigenza di approfondire alcuni temi trattati nel mio primo libro (“Camminavo rasente i muri”, 2019 Croce Libreria) in modo “sommario”; per esempio, tutto ciò che ruota attorno al percorso di transizione e alle vessazioni subite da medici e avvocati. Raccontare determinati episodi mi ci ha fatto ripiombare dentro, e la sensazione è stata spesso di rabbia per non aver saputo reagire, a quel tempo, con forza e determinazione di fronte agli abusi di potere subiti.

Tanta, invece, la tenerezza provata per la bambina che ero; inerme contro gli abusi e ignara del fatto che quelle “attenzioni” non erano dettate dal bene bensì da un male profondo che segna irrimediabilmente l’esistenza. Gli occhi dei bambini violati si spengono.

Chiara e netta anche l’ineluttabilità di un destino segnato spesso da scelte poco ponderate, che danno luogo a conseguenze disastrose.

Un disegno, una sorta di puzzle che è possibile comprendere appieno solo alla fine di tutto, e tutto non è ancora finito”.

Partiamo dal quadro della sua famiglia. Aveva mai parlato prima delle “attenzioni” subite da suo padre?

“Ne avevo parlato, certo, soprattutto durante i vari percorsi di psicoterapia affrontati e, probabilmente, ho anche scritto qualcos’altro a questo proposito, sarà nel fondo di qualche cassetto o in qualche file del pc.

Tutto ciò è però avvenuto in tarda età, ovvero sia soltanto quando sono stato in grado di superare il senso di colpa e di vergogna per ciò che era successo, così tanto tempo addietro che mi pareva appartenere alla vita di qualcun altro, non alla mia. Potrà sembrare strano ma per molto tempo però ho creduto fosse colpa mia. Sguardi e gesti ripetuti di volta in volta, difficili da spiegare, una sorta di linguaggio muto che mi attirava verso un certo tipo di uomini e a loro volta li attirava verso me, e tutto accadeva come fosse la cosa più logica che doveva succedere”.

La necessità di mantenere una facciata perbene: quanto è tossico questo modello familiare?

“Più che la necessità di mantenere una facciata perbene, per quanto riguarda la mia famiglia, parlerei di un verme maligno che si è insinuato nella nostra esistenza e l’ha distrutta. Il matrimonio di mia madre era un errore e mio nonno lo disse fin da subito, probabilmente aveva capito di che pasta era fatto mio padre, ma, si sa, molto spesso i genitori non vengono ascoltati, anzi! Così mia madre lasciò che quel verme si facesse strada nelle nostre esistenze e rovinasse tutto. E non soltanto una prima volta sposandolo, ma anche una seconda volta, dopo anni, perdonandolo e acconsentendo a trasferirsi al nord portandoci con lei. Mia madre apparteneva davvero ad una famiglia perbene e non solo di facciata, ma è come se dall’incontro con mio padre una sorta di maledizione ci si sia scagliata contro”.

Veniamo ora al percorso di transizione. Alla luce della sua esperienza, cosa consiglierebbe a una persona che volesse iniziare l’iter?

“La cosa fondamentale è non essere soli ed oggi questo, per fortuna, è possibile. Mettersi nelle mani di persone esperte che già da anni si occupano d’identità di genere, sia dal punto di vista legale che psicologico. Certo l’ideale sarebbe non aver bisogno che qualcun altro ci dica chi sentiamo d’essere ed avere la libertà di autodeterminarsi, ma questa, per ora soprattutto qui in Italia in questo momento storico, è astrazione pura.

Ciò che mi ha aiutato molto è stato entrare a far parte di un’associazione, nella fattispecie “Crisalide Azione Trans” che ha operato a Milano dalla fine degli anni novanta in poi per una quindicina d’anni; frequentare i gruppi di auto-mutuo-aiuto e conoscere altri ragazzi che come me intraprendevano lo stesso percorso è stato emozionante; importantissimo il confronto e la condivisione di timori che affrontati da soli sembravano insormontabili. Insieme ci sentivamo ed eravamo potenti.

Se c’è un appunto che mi sento di fare riguardo ai gruppi di oggi presenti in alcune associazioni, è che troppo spesso si evita il confronto vis à vis e ci si affida alla tecnologia, creando gruppi fittizi su whatsapp dove spesso nascono fraintendimenti e discussioni sterili. Ai miei tempi non c’erano ancora i cellulari ed internet non aveva una diffusione così ampia come quella odierna; questo ci “obbligava” a confronti vissuti di persona, spalla a spalla; non ci si nascondeva dietro una tastiera e di certo si era più veri, ci si metteva a nudo ognuno con le proprie fragilità. Per contro, vero è che la rete ci dà l’opportunità d’informarci e di saperne sempre di più, e non si corre più il pericolo di credersi l’unico transessuale al mondo.

Un consiglio che mi sento di dare a chi intraprende questo percorso è di prendersi tutto il tempo necessario a conoscersi davvero, a non avere fretta e a non credere che il cammino sia uguale per tutti. Una cara amica mi ha sempre detto che esistono tanti transessualismi quante sono le persone trans”.

Massimo e l’amore. Lo ha trovato?

“E qui potrei scrivere un fiume inarrestabile di parole! L’Amore. Ho sempre scritto questa parola con la “A” maiuscola, non riesco a farne a meno; l’Amore per me non ha mezzi termini. L’ho trovato e l’ho lasciato andare molte volte, ogniqualvolta una componente essenziale veniva a mancare: la Passione.

Sono passato da un Amore “tradizionale” durato oltre vent’anni ad uno estremamente passionale e tossico (probabilmente Amore non era); da uno “informale” ad un essenzialmente fisico fino a giungere alla veneranda età di sessant’anni per scoprirmi bisessuale e sperimentare l’Amore anche con persone del mio stesso sesso.

Oggi? Oggi sono profondamente innamorato della vita e delle sorprese che essa può serbarmi”.

Vuole dire qualcosa ai nostri lettori?

“A chi legge vorrei dire di abbandonare ogni riserva, di non aver timore di ciò che è diverso, di non porsi come giudici ma di essere pronti ad accogliere la storia di ogni essere umano come unica. Dietro ogni sguardo che incrociamo c’è una vita che merita d’essere vissuta e non possiamo sapere quanto una persona abbia penato per essere se stessa. Vorrei che l’odio, oggi dilagante, lasciasse il posto alla sete di conoscenza degli altri perché da ogni storia c’è da imparare e la diversità non può fare altro che arricchire”.

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PIER PAOLO PASOLINI IL CORPO VEGGENTE ALLE GALLERIE BARBERINI CORSINI DI ROMA

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano dal 28 ottobre 2022 al 12 febbraio 2023 a Palazzo Barberini la mostra Pier Paolo Pasolini. TUTTO È SANTO – Il corpo veggente, a cura di Michele Di Monte, realizzata all’interno del progetto espositivo Pier Paolo Pasolini. TUTTO È SANTO coordinato e condiviso dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica con l’Azienda Speciale Palaexpo di Roma e il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, in occasione del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975).La mostra delle Gallerie Nazionali di Arte Antica esplora il ruolo determinante della tradizione artistica nel cinema e nell’immaginario visivo pasoliniani, dai Primitivi al Barocco, dall’arcaismo ieratico dei pittori giotteschi al realismo sovversivo di Caravaggio, e il tema del sacro, che, come ricorda il titolo dell’intera rassegna, rappresenta il motivo di fondo di questo percorso.

Percorso che si sviluppa come una sorta di “montaggio” visuale, tra dipinti, sculture, fotografie e libri (per un totale di circa 140 pezzi), illustrando il potere di sopravvivenza delle immagini, trasfigurate dall’obiettivo poetico di Pasolini, la loro carica espressiva ed emotiva, testimoni del mistero sacro e insieme mondano del nostro rapporto con la realtà e con la storia.

La mostra è suddivisa in sei sezioni, intitolate alle figure del corpo, altro tema trasversale del progetto espositivo che accomuna i tre musei coinvolti, il Palazzo delle Esposizioni, la Galleria Barberini Corsini e il MAXXI.

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L’EREMITA – I TAROCCHI

La scena è questa: un vecchio coperto da un mantello che procede nell’oscurità, reggendosi a un bastone col quale saggia il terreno. L’uomo porta una lanterna, tenuta alta nella mano destra. Tutto è buio intorno a lui, e la luce che sorregge non riesce a illuminare che pochi passi. Il vecchio deve procedere con cautela.

Immaginiamo per un istante di essere in una stanza buia, che non conosciamo. Proviamo a farci luce col cellulare: sarà difficile muoversi perché la torcia del nostro telefono illuminerà al massimo a un metro da noi. Dovremo decidere la zona da illuminare, stando attenti agli ostacoli, sia laterali che sotto i nostri piedi. Possiamo pensare di camminare spediti? No. Possiamo sapere con certezza dove siamo? No. Cosa ci resta da fare, allora? Procedere un passo alla volta, lentamente, ponderando la strada da seguire.

Se ci trovassimo in questa situazione, saremmo noi l’Eremita dei Tarocchi. Questa Carta, spesso temuta in una stesura, rappresenta il tempo. Non il tempo veloce, come nella Carta successiva, la Ruota della Fortuna, bensì il tempo lento, ponderato, riflessivo. Per noi persone moderne, non è quasi ammissibile la lentezza, che sembra un lusso, presi come siamo da mille impegni. L’Eremita invece ci chiede di fermarci, di adoperare il nostro tempo per riflettere, di non avere fretta, di fare un passo alla volta. In qualche modo l’Arcano VIIII ci ricorda Diogene. Narra la leggenda che si aggirasse con una lampada in mano, e a chi gli chiedeva cosa stesse cercando, rispondeva: “Cerco l’uomo”. E’ interessante notare le tre rughe sulla fronte dell’Eremita, che se unite, formano un triangolo con la punta rivolta in alto, simbolo della sua elevatezza spirituale e della direzione dei suoi pensieri. Cosa cerca l’Eremita? Saranno le Carte vicine a dircelo e a suggerirci dove rallentare il passo e usare cautela.

Qualche significato al diritto

Guida spirituale e non solo; saggezza, il tempo. La Carta invita a muoversi con prudenza. Progetto che deve essere posto in essere con cautela e un passo alla volta. Ricerca. Check up medico. Guaritore, medico, persona in grado di diagniosticare malattie. Solitudine, raccoglimento positivi. Si deve procedere con calma. Luce interiore.

Qualche significato al rovescio

I significati si ribaltano al negativo. Confusione, troppa fretta, si rischia di uscire dalla strada che si sta seguendo per mancanza di cautela. Progetto che rischia di non realizzarsi perché non se ne sono esaminati tutti gli aspetti. Falsa guida spirituale. Finchè l’Eremita non si rimetterà al diritto, è bene non intraprendere nulla.

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PORNO TELEGRAM: IL LATO OSCURO DI UN SOCIAL

Le foto mostrano ragazze appena maggiorenni, seppure lo sono, perché non è possibile verificarlo. Seminude, con biancheria tipo filo interdentale, le forme perfette, la bellezza della gioventù esibita e messa all’asta. Le immagini non sono scatti artigianali, ma foto fatte con professionalità, con le luci giuste, la posa ammiccante, i particolari bene in mostra. D’altronde, la concorrenza è spietata. Gli annunci sono quasi tutti uguali, ma è difficile scegliere perché l’offerta è numerosa. E quindi, ergo, la richiesta è sicuramente il doppio. Ma dove si vendono queste ragazze? E chi le compra?

Il lato oscuro di Telegram

Per chi non conosce Telegram, ecco alcune informazioni di base. Prima di tutto, è una delle chat migliori dal punto di vista della crittografia, molto al di sopra di Whatsapp. Significa che le conversazioni non possono essere intercettate o hackerate, quindi si ha la massima sicurezza sulla privacy, salvo lo screenshot che non può essere controllato. Però è anche vero che da molto tempo Telegram adotta le modalità di cancellazione totale e di autocancellazione delle chat dopo la lettura e, cosa importantissima, permette l’anonimato. In pratica, si può decidere di non rendere visibile il proprio numero, adottando invece un nickname. Altro particolare interessante: non è possibile vedere gli accessi degli utenti iscritti. Tutto ciò ha reso Telegram il terreno ideale nel quale creare gruppi di ogni tipo, che possono anche essere segreti; terreno sul quale ha attecchito di tutto, ma davvero di tutto.

Parliamo per esempio, di uno dei temi oggi più ricercati sul social: il feticismo. Che non sia una novità è evidente; che non sia un comportamento anomalo, a meno che non diventi una parafilia, e che negli ultimi anni si sia emerso in maniera esponenziale, è una realtà. Complici le campagne pubblicitarie, gli ammiccamenti di rock star, addirittura alcune scene di House of the Dragon. Fin qui tutto lecito. Ma quando il feticismo viene considerato una fonte di guadagno; quando una ragazzina decide di vendere foto dei piedi o biancheria usata, o di mettersi in cam per una sessione di sesso virtuale pagato, allora siamo ben oltre la liceità, e soprattutto siamo al fallimento culturale. La ciliegina sulla torta sono poi i siti di recensioni o di segnalazione dei migliori gruppi porno su Telegram, con tanto di link da cliccare per l’iscrizione.

Sono poi numerosissimi i gruppi di escort, con indicazioni precise di età, di taglia, di peso, corredate da foto, dai prezzi, dal menù e dalla “specialità della casa”. Anche qui, operano ragazze giovanissime e sono presenti sul web siti di recensioni, che per le operatrici del sesso sono importantissime ai fini dell’autopromozione.

Ma si tratta di prostituzione?

Screenshot da Telegram

Che la si eserciti dal vivo o da remoto, va chiamata col suo nome. Laddove c’é uno scambio di denaro come compenso di una prestazione sessuale, c’é prostituzione. In Italia, la prostituzione non è considerata reato perché, secondo la legge Merlin, chi decide di prostituirsi non commette nessun illecito. Ci si può prostituire in casa e neanche questo è reato (https://www.money.it/prostituzione-e-reato-in-italia-legge). Ed è in questa zona grigia che prospera la prostituzione sul web.

Il revenge porn e l’odio sul web

Altro filone è quello del revenge porn. Ci sono gruppi nei quali vengono condivisi video e foto intime oppure, peggio ancora, si diffondondo foto prese da altri social, ad esempio Instagram o Facebook. Le immagini, per la maggior parte di donne, vengono poi bersagliate di commenti offensivi, sessisti, denigratori, spesso con incitamento allo stupro; oppure, sotto la foto viene posta la domanda: “Cosa le faresti a questa?” e qui di una grandinata di commenti da voltastomaco. Alcuni utenti si sono superati, pubblicando foto e numero di telefono, addirittura l’indirizzo delle donne-bersaglio. I casi scoperti dalla Polizia Postale sono solo la punta di un iceberg. Insomma, non c’é da stare tranquilli, ognuno di noi potrebbe essere preso di mira inconsapevolmente da questi gruppi.

Ma chi sono gli utenti paganti?

La dottoressa Anna Segre

Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Anna Segre, medico e psicoterapeuta, per capire, se possibile, quale meccanismi ci sia dietro questo comportamento.

Dottoressa Segre, quali sono secondo lei i motivi che portano una persona a diventare utente pagante di siti pornografici?
“Pagare per avere una relazione è essere sicuri di aver dato la propria parte, che non si deve altro”.

Quale tipo di relazione, o di non relazione, cercano queste persone?

“Ho avuto pazienti che non avevano né amici né amori, però avevano me e le prostitute, cioè relazioni il cui contratto ha dei limiti di tempo e si può concludere col pagamento.
Una relazione (quella con le prostitute non con me) senza aspettative, senza progetto, senza orizzonte. Volta al momento di condivisione del piacere, anzi, volta al proprio piacere, senza doversi preoccupare del piacere dell’altro. Considerato che l’impiego di calorie di un rapporto sessuale con una persona amata è secondo solo al lavoro di muratore (era in una tabella del libro di fisiologia medica, quando io la studiai), possiamo calcolare quanta energia serve per una relazione vera, non a pagamento. Tanta. Conviene pagare, è meno caro in termini di emozioni, impegno, coinvolgimento”.

Secondo lei la ricerca di una relazione intima sul web è sintomo di una difficoltà di qualche tipo?

“Il web è un luogo, ci si incontra dovunque, quindi anche lì, non è questa la cosa inquietante. Molte persone che conosco si sono incontrate su siti web, ma si amano. Ma nei siti di sesso a pagamento non funziona così. La temporaneità del contatto, l’intensità dell’effetto della foto, dei video, il fatto che si paghi, rende prostituente chiunque verso chiunque altro, cioè letteralmente che fa le veci di altro, pro-stituta, significa che si sostituisce a. A cosa, ci dobbiamo chiedere? Alla relazione affettiva, che è impegnativa, al preliminare, al dialogo necessario per essere in rapporto con qualcuno: nessun preliminare, direttamente il corpo nudo, direttamente la disponibilità degli orifizi. Potremmo dire che una relazione vera è paragonabile a un pasto completo, carne, verdura, minestra, impegna pancreas e fegato, ci vuole tempo perché le proteine e i nutrienti siano a disposizione del corpo, ma durano altrettanto come disponibilità energetica e anabolica, cioè possono essere usati per nutrire i muscoli e altre strutture interne.
Il sito porno invece è solo il dolce, viene digerito in bocca, immediatamente disponibile come energia ma di breve durata e non ha nutrienti anabolizzanti, cioè non costruisce.
Ma perché non c’è motivazione a costruire e questi siti sono molto gettonati?
Possiamo fare delle ipotesi, io penso alla disgregazione sociale innescata dalla pandemia, alla perdita di senso della comunità umana, all’impossibilità di fare cose insieme, di incontrarsi, di provare il piacere di lavorare insieme, di cantare insieme, di progettare un mondo diverso. Se una persona di 25 anni non può sperare di lavorare e di vivere per conto proprio o di costruirsi una famiglia, se è impossibile muoversi, esplorare, se la cultura non ha più un territorio di incontro ma è fine a se stessa, un sito del genere è l’imbuto più ovvio in cui cadere. Almeno si gode. E’ temporaneo, ma vero, come riflesso. L’orgasmo è un riflesso incontestabile”.

Compagn3 perfett3 agli occhi del pubblico – utent3 pornografic3 in privato. Esiste una dipendenza dal porno?

“Il porno accede a un piacere, come la cioccolata, la cocaina, l’eroina, buttarsi con l’elastico, l’alcol. Cerchi la sensazione forte. Lo svincolo dal controllo. E all’inizio funziona. Ma in breve tempo devi aumentare le dosi. Se all’inizio bastava guardare il corpo nudo di qualcuno, poi devi vedere una persona che fa la fellatio a qualcun altro e poi devi vedere il rapporto anale e poi devi vedere i gruppi, le orge e poi potrebbe non bastarti, potresti aver bisogno di vedere la violenza, per eccitarti. E lo stesso con la cocaina, l’eroina, l’l’alcol, il lancio di se stessi in un vuoto pericoloso. Devi aumentare le dosi, sennò non senti la stessa sensazione della prima volta, e tu è quella, che cerchi. E non la ritrovi. E allora aumenti ancora, in un fomento ossessivo che non raggiunge più quel terrore stupore e piacere della prima volta. E’ una vera e propria dipendenza, nel DSM IV la classificazione dei disturbi di dipendenza ha dentro il disturbo alimentare, il gioco compulsivo, le sostanze, il porno.
Sì, l’artificialità e l’esponenzialità necessaria dell’assunzione rende dipendenza il porno”

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IL CASSAMORTARO DI STEFANIA CATALLO – SPECIALE HALLOWEEN LETTURA DEL SABATO

ASCOLTA IL RACCONTO LETTO DA ALESSIO PAPALINI

Ma voi lo sapete che vuol dire essere fidanzate con un operatore delle pompe funebri? Famo cassamortaro va‟, che se capimo meglio…

E‟ una vita così allegra che cominci a ride la mattina e finisci la sera…

Magari, eh?

Andiamo per ordine.

Ero rimasta vedova da un annetto circa, e sapete come succede, sembra che le amiche nun ce riescono a pensà che tu stai da sola, avoglia a di che stai bene, e è la verità, ma quelle niente, insistono che devi da conosce qualcuno.

E così erano cominciati gli inviti a cena, a mangià la pizza, a prende il gelato, e ogni volta ce n‟era uno novo.

Me stavo a fa na cultura, io che de omini prima de mi marito ne avevo conosciuti pochi: c‟era quello nevrotico, pieno de tic, che te faceva girà la testa; quello fissato col biologico, che guai a te se te magnavi na cosa che nun era genuina; quello fissato col sesso, che me pareva na piovra…insomma a me nun me ne piaceva uno, me sembravano tutti uno peggio dell‟altro.

Poi un giorno, stavo a fa la spesa al mercato e me sento chiamà:

  • Signora! Signora!”

Me trovo davanti sto tizio, tutto elegante, vestito de scuro. E chi è? Me chiedo…Poi me ricordo!

E‟ Alberto, quello delle pompe funebri che m‟veva aiutata a sceglie la cassa pe er poro Claudio.

  • Albè ma che sorpresa! Come stai? Che stai a fa la spesa pure te?” –
  • No Rosè, sto qua perchè è morto d‟infarto er sor Mario, l‟hanno portato via adesso adesso…” –
  • Ma chi, er fruttarolo?” –

-“Eh si…” –

  • Oddio, ma io manco me ne so accorta…e com‟è stato?” –
  • Stava male già da un po‟, e oggi….” –

E fa un gesto con la mano come pe dì: kaputt!!!

  • Rosella, ti posso offrire un caffè al bar?” –
  • Certo Albè, con piacere, andiamo.” –

E così, un caffè tira l‟altro, un gelato oggi e na pizza domani, avemo iniziato a frequentacce.

Che ve devo dì? Io stavo bene, lui era un gran signore, sempre gentile, nun me faceva mancà niente…ma sto lavoro che faceva…insomma nun era il massimo dell‟allegria.

Considera che ogni volta che passavamo pe strada, vedevi qualcuno che faceva le corna. Mo, io dico, uno mica ce l‟ha scritto in faccia che fa er cassamortaro, no? Secondo me erano tutti gelosi, perchè Alberto era sempre elegante, vestito de scuro anzi no, total black come se dice adesso, vale a dì tutto nero dalla testa ai piedi, camicia e occhiali compresi.

La sora Arduina, la portiera del palazzo mio, appena passava lui buttava il sale per tera…

Se entravamo dentro a qualche negozio, ce servivano sempre pe primi, e ce facevano pure un sacco de sconto, me pareva quasi che c‟avessero fretta de mandacce via…boh, valla a capì la gente…

Comunque, un giorno Alberto me portò a conosce la mamma. Si insomma, sto fidanzamento voleva fallo diventà ufficiale, e adesso dovevo conosce mi socera.

Un sabato dopo cena, dopo avè chiuso il negozio (che però comunque nun chiude mai, vedi che lavoratore che è Alberto) andammo dalla mamma.

Sta signora abitava all‟ultimo piano de na palazzina del Pigneto. Ce venne a aprì la badante, perchè la signora Anna – se chiamava così – nun poteva camminà. La badante era na tizia secca e lunga che pareva Olivia de Braccio de Fero, solo che nun rideva mai…

Sta casa c‟aveva un corridoio lungo lungo, e alla fine entravi dentro na sala da pranzo. C‟ho messo un po‟ a abituamme al buio, perchè dentro sta casa pare che nun avevano pagato la luce: le persiane erano accostate, i mobili de mogano erano belli

scuri…insomma, pure la sora Anna era vestita de nero…e che, erano vampiri questi, che c‟avevano paura della luce?

Pe falla breve, Alberto me presentò alla mamma, e visto che la dentro me stava a venì er coccolone pe quanto era buio, me ne andai via presto co na scusa. Del resto, pure la sora Anna nun era tanto loquace, me sembrava un po‟..imbarzamata, nun so se me spiego…

Dopo un po‟, arrivarono le feste e a Capodanno eravamo invitati a casa de amici. Na bella festa, tutta gente allegra, se rideva e se scherzava, e se beveva pure, ma giusto un po‟…insomma na cosa caruccia. Pe l‟occasione, Alberto s‟era messo in grigio invece che vestisse de nero

come al solito, sapete un tocco de colore quando arrivano le feste, ce vole, no?

Comunque, dieci minuti prima de mezzanotte je squilla er telefono. Me credevo che era la madre, invece dopo un po‟ me se avvicina e me dice:

  • Rosè, è morta la moglie del portiere adesso adesso, me ne devo andare, sennò arriva qualcuno della concorrenza e mi porta via la cliente.” –
  • Ma nun poi aspettà? Tra poco è mezzanotte, e che fai, nun brindamo insieme?”-
  • Non posso, gli affari sono affari.” –
  • E io che nun so la fidanzata tua? E me tratti così? Mo vengono prima li morti e poi io?!?! E vabbè quando è morto er sor Mario al mercato, e vabbè tu madre che pare la nonna de Dracula, e vabbè te che vai in giro vestito come un beccamorto, ma nun se po fa mai na festa, nun potemo mai andà al ristorante o al cinema che more qualcuno…io me so stufata, Albè. Vai dalla moje der portiere va, hai visto mai che dovesse risuscità! “ –

In effetti era vero. Nun me facevo mai na risata co Alberto, toccava sempre parlà a voce bassa, manco stessimo in chiesa…e che palle scusate!

Il giorno dopo, Alberto me chiamò pe scusasse. Qualsiasi altra donna, dopo tutti sti fatti se ne sarebbe scappata, ma io je volevo bene e nun me la sentivo de lasciallo. Dopotutto mica era colpa sua se faceva sto mestiere e doveva girà sempre vestito a lutto, era la gente che nun capiva niente e era cattiva, perchè il mestiere suo è importante e de responsabilità. E certo!

Ma come fare per cambiare?

C‟ho avuto un‟idea: ho chiesto a Alberto de lavorà co lui all‟agenzia. Quando so arrivata io era un mortorio…Tutto scuro, cupo.. Lo sapete che ho fatto? Ho cominciato a rinnovà l‟ambiente, ho messo i vasi coi fiori (non i crisantemi, eh), ho fatto mette la musica in filodiffusione (no quella da funerale, na cosa un po‟ più leggera), insomma ho dato un po‟ de colore…e che ve pare poco? Adesso Io vesto e trucco i clienti, insomma faccio la stilista dei morti.

Alberto poi ha cominciato a esse un po‟ più allegro; quando uno entra dentro un negozio nun vole esse accolto col sorriso?

E dovete vedè quanti clienti novi!

E‟ tutta n‟artra vita, na cosa dell‟altro mondo!!!

A proposito, st‟altro mese se sposamo. E lo sapete dove andamo in viaggio de nozze? Da certi parenti de Alberto che stanno in Transilvania…

Title: Debora
Author: Dilating Times (/https://freemusicarchive.org/music/Dilating_Times/single/debora/)
Source: Free Music Archive (https://freemusicarchive.org/music/Dilating_Times/)
License: CC BY Attribution 4.0 International License
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SBARRE DI ZUCCHERO. LA VOCE DELLE DETENUTE CONTRO I SUICIDI IN CARCERE

Il nostro magazine propone oggi ai suoi lettori un approfondimento su un tema scottante e attuale, ma spesso relegato ai margini, ossia la condizione delle donne in carcere e i suicidi che, dal 1 gennaio a oggi, sono stati 72. Il carcere inteso come luogo rieducativo non ha quindi logica se si osservano queste cifre. Cosa fare, allora? Anzitutto evitare il giustizialismo e ricordare che l’umanità è il primo strumento da usare nei penitenziari, che come dice la parola stessa, non sono certo parchi di divertimento ma luoghi di pena.

“Buongiorno a tutti, sono Marina scrivo da parte di tutte le mie compagne della sezione femminile del carcere di Torino, ringraziamo tutti voi che oggi e tutti i giorni date il vostro contributo perché la detenzione diventi utile legale ed umana. Ieri mattina ha Torino un ragazzo straniero si è ucciso… è la 72esima vittima della solitudine e della disperazione che un posto come il carcere non fa che amplificare. Sono anni che io e le ragazze di Torino portiamo avanti una battaglia pacifica sia per l approvazione della liberazione anticipata speciale sia perché si smetta di usare il carcere come discarica sociale…in cui buttare e quindi nascondere tutte quelle situazioni di cui le istituzioni non sanno occuparsi e preoccuparsi pur trattandosi di esseri umani… Al pari di tutti. La tattica di nascondere la polvere sotto al tappeto non funziona ne per chi compie reati… Poiché così trattato non fa altro che accumulare rabbia che non sempre saprà gestire ma non funziona neppure per le vittime dei reati perché in primis riconsegnare alla società persone arrabbiare e sociopatiche non produrrà nulla di costruttivo per e soprattutto perché la cultura della vendetta non ripara un bel niente…. Oltre che un lavoro politico ci vorrebbe una nuova cultura rispetto a queste tematiche superando il terrorismo mediatico e gli slogan di propaganda forcaiola e manettara…che spaventano e plagiano l opinione pubblica. Superare questo muro è possibile solo con esempi di nonviolenza e con la tenacia di chi crede che qualcosa vada fatto.
Il vero crimine è stare con le mani in mano.
L indifferenza è un crimine.
Un abbraccio prigioniero. Le ragazze di Torino”.

Donatela Hodo

Il suicidio di Donatela Hodo

Donatela ci guarda seria, nelle foto che sono rimaste di lei. Donatela si è suicidata il 2 agosto nel carcere di Montorio a soli 27 anni, inalando il gas del fornelletto della cella. Al compagno ha lasciato un biglietto: “Leo amore mio, mi dispiace. Sei la cosa più bella che mi poteva accadere e per la prima volta in vita mia penso e so cosa vuol dire amare qualcuno ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami amore mio, sii forte, ti amo e scusami”. Non è chiaro perché Donatela abbia scelto di morire: le compagne parlano di uno stato di prostrazione profonda, perché qualche anno fa si era vista portare via il figlio appena nato, destinato all’adozione. Ai funerali di Donatela, il magistrato di sorveglianza del Tribunale di Verona, il giudice Semeraro, ha chiesto scusa e ha parlato di fallimento istituzionale. “Aveva un carattere particolare: era fragile come un cristallo di Boemia e al tempo stesso aveva paura di mostrare agli altri questa sua fragilità – racconta il giudice Semeraro in un’intervista al Dubbio -. Per questo si era costruita intorno una corazza e il suo carattere, al primo approccio, poteva risultare particolarmente difficile”.  E il magistrato ha continuato parlando del carcere che “come istituzione non è pensato per le donne ma per gli uomini, deve contenere violenza e aggressività maschile mentre la possibilità di dare sfogo all’emozionalità femminile non esiste”. 

Da Donatela a Sbarre di Zucchero

La morte di Donatela poteva quasi passare inosservata, un semplice trafiletto sui quotidiani, qualche articolo di protesta e poi più niente, come spesso accade per le cronache carcerie, che arrivano al grande pubblico solo in casi eclatanti; invece, le compagne per questa morte hanno avviato una campagna mediatica e creato un gruppo Facebook, Sbarre di zucchero. Il sottotitolo recita: “la doppia pena che subiscono le donne in un mondo concepito e fatto da uomini“. Come ci spiega Micaela, una delle fondatrici, il carcere al femminile è diverso per sensibilità e popolazione, che è nettamente minore di quella maschile. Le detenute poi, continuano a interessarsi e partecipare alla vita familiare; in carcere portano avanti gravidanze, partoriscono, restano coi loro figli per qualche anno, vivendo situazioni diverse da quelle dei detenuti. Il gruppo vuole sensibilizzare le Istituzioni e l’opinione pubblica per mettere in atto azioni concrete perché sia messa fine a questa scia di disperazione, l’ultima svolta a Verona lo scorso 29 ottobre dal titolo molto chiaro “Mai più una/uno di meno”, con la partecipazione di Ilaria Cucchi, Rita Bernardini, Ornella Favero, Sbarre di Zucchero e molti altri ospiti.

Nessuno Tocchi Caino: la dichiarazione di Bernardini, D’Elia e Zamparutti

ERGASTOLO OSTATIVO E RINVIO DELLA RIFORMA CARTABIA SULLE PENE SOSTITUTIVE: IL GOVERNO CI RIPENSI.
Dichiarazione di Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, rispettivamente Presidente, Segretario e Tesoriera di Nessuno Tocchi Caino “spes contra spem”.
“Dopo le incoraggianti e condivisibili dichiarazioni del Ministro della Giustizia Carlo Nordio per un’esecuzione penale finalmente orientata ai principi costituzionali, esprimiamo la più viva preoccupazione per il possibile rinvio della Riforma Cartabia nella parte in cui prevede l’introduzione delle pene sostitutive del carcere per condanne brevi, secondo una visione ormai internazionalmente affermata della giustizia riparativa.
Per noi, che costantemente visitiamo le carceri e vediamo con i nostri occhi la disperazione e l’illegalità che vi regna, il rinvio costituirebbe non un cambio di registro, ma il proseguimento della prassi consolidata di rimandare all’anno del poi (che sempre si tramuta in quello del mai) di riforme necessarie e urgenti. I 72 suicidi di detenuti mai verificatisi prima d’ora dovrebbero essere un monito per tutti.
Altrettanto preoccupante è l’annuncio di varare un decreto in materia di ergastolo ostativo, demolitorio dell’ordinanza della Consulta che ha accertato la violazione di principi costituzionali italiani e convenzionali europei che, con una decisione di portata storica ha sancito il diritto civile e umano alla speranza anche per i condannati al fine pena mai.”

L’intervento della Senatrice Ilaria Cucchi

@AgenziaVista

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LA GIUSTIZIA – I TAROCCHI

ASCOLTA L’ARTICOLO LETTO DA STEFANIA CATALLO

L’Arcano VIII è La Giustizia. Nella sceneggiatura dei Tarocchi, e come abbiamo già letto negli articoli precedenti, le prime cinque figure – Il Mago, La Papessa, L’Imperatrice, L’Imperatore, Il Papa – rappresentano l’uomo e la donna sotto aspetti diversi, ossia di comando, di ingegno, di fecondità, di sapienza, di potere. A partire dalla Carta VI, l’Innamorato, siamo invece entrati nel “teatro” dei Tarocchi, laddove vengono raffigurate vere e proprie scene di vita che poi, unendosi, danno vita allo storyboard del consultante.

La Giustizia rappresenta l’equilibrio. E’ quasi sempre raffigurata come una donna assisa su un trono, che tiene nella mano destra una spada e nella mano sinistra una bilancia perfettamente in equilibrio. La spada simboleggia che per arrivare alla perfezione bisogna sfrondare; inoltre, per fare giustizia a volte è necessario tagliare, recidere cose, situazioni, persone, fatti che rappresentano solo un peso o un ostacolo nella nostra vita.

Nell’antico Egitto, il dio dei morti Anubi, il dio dalla testa di sciacallo, teneva una bilancia tra le mani; in un piatto poneva il cuore del defunto, mentre nell’altro posava una piuma. Se il peso era lo stesso, quindi se si era morti senza pesi sull’anima, allora l’anima poteva passare nel regno di Osiride. Questa simbolizzazione porta però ad un interrogativo: la giustizia quindi non è cosa di questo mondo?

Inoltre, il tema della giustizia intesa come equità nella morte – pensiamo per un momento alla Livella di Totò – sarà ripresa nell’Arcano XIII, dove una Morte con la falce nella mano non esiterà a mietere ricchi e poveri, teste coronate e semplici cittadini.

E’ interessante notare quanto la raffigurazione della Giustizia dei Tarocchi, riprenda questo mito antichissimo, a riprova che le Carte hanno radici molto profonde, e che ci sono concetti che vengono simbolizzati alla stessa maniera in civiltà distanti millenni.

Qualche significato al diritto

Equilibrio, perfezione, legge, giustizia. Giudizio positivo. Equilibrio del corpo e della mente. Salute ritrovata, Situazione in equilibrio, armonia.

Qualche significato al rovescio

Squilibrio, contrattempi, giudizio sbagliato su cose e persone. La Giustizia al rovescio indica i tribunali, le cause, le liti, le noie di legge. Nel campo della salute indica un disequilibrio generale.

PER PARTECIPARE AI CORSI SULLA SIMBOLOGIA E IL SIGNIFICATO DEI TAROCCHI INVIARE UNA MAIL A: IMUMCOELI@LIBERO.IT

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  • Registrazione Tribunale di Roma n.133/22 del 8/11/22
  • Direttore Stefania Catallo

Stefania Catallo, romana e fondatrice del centro antiviolenza Marie Anne Erize. Si occupa di storia orale e di diritti delle donne. Giornalista e scrittrice, ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali "Evviva, Marie Anne è viva!" (2018, Universitalia), ha ricevuto il Premio Orsello nella sezione Società.

Redazione:

Emyliù Spataro

Emilio Spataro, in arte Emyliù, attore, chansonnier, fotografo, grafico. Di origine calabrese cirotana, vive a Roma. Webmaster del Magazine.

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Attivista ANPI e Amnesty International, femminista, si occupa anche di Jus Soli e della causa degli italiani senza cittadinanza. Segue dal primo giorno la vicenda di Giulio Regeni, di cui riporta l'amaro conteggio ogni giorno sui suoi profili social. Attivista ANPI per il senso di profondo rispetto verso coloro che ci hanno liberato da nazisti e fascisti. "Siamo una democrazia e indietro non dobbiamo tornare".

Mava Fankù

Opinionista disincantata, dotata di un notevole senso dell'umorismo e di una dialettica tagliente, Mava Fankù risponderà ai lettori del nostro magazine nella sua rubrica settimanale "La posta del cuore".  Niente sfuggirà al suo giudizio, tagliente ma mai cattivo, e a chi scriverà elargirà i suoi consigli per cuori feriti, timidi, birichini , tachicardici e brachicardici.

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Alessio Papalini

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PATRIZIA MIRACCO

Psicoterapeuta e giornalista. Appassionata di arte e mamma umana di Aki, una bella cagnolina a quattro zampe di 4 anni.

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