MASSIMO D’AQUINO: PARTECIPERÒ AL ROMA PRIDE PERCHÉ VOGLIO ANCORA CREDERCI

Sabato 10 giugno Roma ospiterà il Pride 2023, un evento sempre oceanico ma che quest’anno per la prima volta, non vedrà la Regione Lazio tra i patrocinanti. È infatti accaduto che il presidente regionale Rocca, abbia ritirato il patrocinio precedentemente concesso, perché nella manifestazione sfileranno gruppi pro Utero in Affitto. Così facendo però, Rocca ha fatto di tutta l’erba un fascio, tanto per usare una triste ironia. Abbiamo incontrato lo scrittore Massimo D’Aquino, col quale abbiamo voluto dialogare sul senso del Pride e sulla necessità di continuare a sfilare per esserci, sempre.

Massimo D’Aquino, lei parteciperà al Roma Pride 2023?

” Ebbene sì! Anche quest’anno parteciperò al Pride, nonostante ci abbia dovuto riflettere parecchio e questo, negli ultimi anni, mi capita di farlo spesso.

Rifletto su ciò che è diventato e sul significato che ha assunto, nel corso degli anni, sfilare e quello che vedo non mi garba poi così tanto”.

Che senso ha, secondo lei, celebrare il Pride?

“Il Pride ha un significato politico, culturale e sociale.

 Il significato politico è diventato espressione di Potere, strumentalizzazione da parte di lobby che, avendo più mezzi a disposizione, sovrastano le minoranze o le usano a loro piacimento; sentirai parlare sempre le stesse persone e dire tante belle parole che spesso, purtroppo, tali restano. Si fa la gara a chi ha il carro più grosso e io vorrei un Pride “a piedi” in cui si è tutt* allo stesso livello, sfilare coi piedi per terra. Durante il “month Pride” mi pare quasi d’essere nel periodo pre-elezioni in cui si fanno a gran voce promesse puntualmente poi dimenticate.

Il senso culturale dovrebbe servire a smuovere le coscienze, a fare in modo che le persone vadano oltre i culi e le tette che spesso sono le sole cose del Pride che i tg mostrano, questo non perché io abbia qualcosa in contrario sulla massima espressione di libertà che un Pride DEVE  avere, vorrei, tuttavia, che non venisse tutto centrato su questo aspetto spettacolare e scandalistico e che, finito tutto, non si sentano i soliti discorsi da bar”.

Come ritiene che si possa sensibilizzare di più i cittadini sulle istanze LGBTQ+?

“Ognuno ha le proprie istanze:  gay,lesbiche, bisex, pansex, non binary, intersessuali, asessuali, poliamorosi, io, da persona trans ti dico che ciò che mi preme di più è uscire dal sistema che ci ha imprigionati dalla 164 in poi.

Attorno a quella legge, che al tempo ci ha fatto esultare ed oggi risulta ampiamente anacronistica e sorpassata, è stato costruito un sistema volto a far guadagnare soldi sui nostri corpi e che continua, in molti casi, ad essere tale. Pare quasi che, fatta la legge, ci si sia messi d’impegno per rendere la vita delle persone trans più complicata, anziché alleggerirla e tutto questo da parte di persone che, in linea di massima, trans non sono.

Ancora oggi per ottenere il “benestare” di un giudice che deve stabilire se tu sei o no una persona trans è necessario essere abbastanza maschili o abbastanza femminili, uniformarsi, cioè, ai canoni del binarismo che la società ci impone e se “dall’alto” vengono richieste determinate caratteristiche per essere riconosciuti, come si può pretendere che l’uomo della strada comprenda?

Quello che possiamo fare è cambiare il pensiero culturale che ruota attorno all’identità di genere; far comprendere che il benessere di una persona trans nulla toglie alle vite degli altri. In questo non ci è d’aiuto la politica attuale, lo stesso fatto, gravissimo, della revoca del patrocinio al Pride della Regione Lazio, dimostra che l’omotransbifobia è istituzionalizzata, legittimando così l’odio verso il diverso”.

Si può fare di più?

“Io cosa posso fare contro questo sistema? Da solo senz’altro ben poco, sarebbe auspicabile che l’unione di centinaia di migliaia di persone nella giornata del Pride fosse la stessa ogni giorno dell’anno e che quotidianamente si lottasse insieme per i nostri sacrosanti diritti. Purtroppo non è così e come un minuscolo frattale il sistema del movimento lgbtqi+  ripercorre le orme del sistema politico dove troppo spesso regna l’odio e l’ipocrisia, l’incapacità di confronto costruttivo e la visibilità di persone incompetenti e senza spessore che hanno il solo “pregio” di avere i mezzi per farsi notare, il danaro; proprio come nel caso di campagne elettorali vincenti.

Ciò nonostante parteciperò al Pride perché voglio ancora crederci”.

Ha in programma delle presentazioni del suo ultimo libro? Ne sta scrivendo un altro?

“Ho in programma due presentazioni di “Io che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari”, il secondo libercolo che mette in piazza la mia storia e le vicissitudini attraversate nel corso di sedici anni di percorso di transizione, una a Monza con l’associazione BOA Brianza cui sono legato da profondo affetto e una allo Iacp (Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona) a Milano. Sto lavorando ad un terzo libro, completamente diverso dai primi due, sarà un romanzo che attraverserà decenni a partire dagli anni cinquanta ad oggi, sempre ruotando intorno alla mia vita ed alla mia storia di persona transessuale”.

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