MASSIMO D’AQUINO: RACCONTO LA MIA TRANSIZIONE TRA DISCRIMINAZIONI E ABUSI

Photo @MarikaSimeoni

Massimo D’Aquino fa il bis. E’ uscito da pochi giorni “Io che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari” (2022, Edizioni Croce), un libercolo – così lo definisce l’autore; in realtà, un libro profondo, scabro, che non fa sconti a chi lo legge. L’opera si pone a metà tra un’autobiografia e un diario, riportando riflessioni su episodi specifici della vita di D’Aquino. L’uscita, a qualche settimana dal Tdor, Transgender Day of Remembrance, che cade il 20 novembre, e che commemora le vittime dell’odio e del pregiudizio verso le persone transgender, aggiunge una voce in più, e che voce, alle tante che si leveranno contro la transfobia. L’autore porta al lettore, attraverso il libro, la propria esperienza di transizione vissuta in anni nei quali le cose erano molto diverse da oggi.

“Io, che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari”. Massimo D’Aquino, il suo è un libro chiaramente autobiografico, quasi un diario. Quali sensazioni ne hanno accompagnato la stesura?

Io, che da mio padre ho preso solo gli occhi chiari” nasce innanzitutto dall’esigenza di approfondire alcuni temi trattati nel mio primo libro (“Camminavo rasente i muri”, 2019 Croce Libreria) in modo “sommario”; per esempio, tutto ciò che ruota attorno al percorso di transizione e alle vessazioni subite da medici e avvocati. Raccontare determinati episodi mi ci ha fatto ripiombare dentro, e la sensazione è stata spesso di rabbia per non aver saputo reagire, a quel tempo, con forza e determinazione di fronte agli abusi di potere subiti.

Tanta, invece, la tenerezza provata per la bambina che ero; inerme contro gli abusi e ignara del fatto che quelle “attenzioni” non erano dettate dal bene bensì da un male profondo che segna irrimediabilmente l’esistenza. Gli occhi dei bambini violati si spengono.

Chiara e netta anche l’ineluttabilità di un destino segnato spesso da scelte poco ponderate, che danno luogo a conseguenze disastrose.

Un disegno, una sorta di puzzle che è possibile comprendere appieno solo alla fine di tutto, e tutto non è ancora finito”.

Partiamo dal quadro della sua famiglia. Aveva mai parlato prima delle “attenzioni” subite da suo padre?

“Ne avevo parlato, certo, soprattutto durante i vari percorsi di psicoterapia affrontati e, probabilmente, ho anche scritto qualcos’altro a questo proposito, sarà nel fondo di qualche cassetto o in qualche file del pc.

Tutto ciò è però avvenuto in tarda età, ovvero sia soltanto quando sono stato in grado di superare il senso di colpa e di vergogna per ciò che era successo, così tanto tempo addietro che mi pareva appartenere alla vita di qualcun altro, non alla mia. Potrà sembrare strano ma per molto tempo però ho creduto fosse colpa mia. Sguardi e gesti ripetuti di volta in volta, difficili da spiegare, una sorta di linguaggio muto che mi attirava verso un certo tipo di uomini e a loro volta li attirava verso me, e tutto accadeva come fosse la cosa più logica che doveva succedere”.

La necessità di mantenere una facciata perbene: quanto è tossico questo modello familiare?

“Più che la necessità di mantenere una facciata perbene, per quanto riguarda la mia famiglia, parlerei di un verme maligno che si è insinuato nella nostra esistenza e l’ha distrutta. Il matrimonio di mia madre era un errore e mio nonno lo disse fin da subito, probabilmente aveva capito di che pasta era fatto mio padre, ma, si sa, molto spesso i genitori non vengono ascoltati, anzi! Così mia madre lasciò che quel verme si facesse strada nelle nostre esistenze e rovinasse tutto. E non soltanto una prima volta sposandolo, ma anche una seconda volta, dopo anni, perdonandolo e acconsentendo a trasferirsi al nord portandoci con lei. Mia madre apparteneva davvero ad una famiglia perbene e non solo di facciata, ma è come se dall’incontro con mio padre una sorta di maledizione ci si sia scagliata contro”.

Veniamo ora al percorso di transizione. Alla luce della sua esperienza, cosa consiglierebbe a una persona che volesse iniziare l’iter?

“La cosa fondamentale è non essere soli ed oggi questo, per fortuna, è possibile. Mettersi nelle mani di persone esperte che già da anni si occupano d’identità di genere, sia dal punto di vista legale che psicologico. Certo l’ideale sarebbe non aver bisogno che qualcun altro ci dica chi sentiamo d’essere ed avere la libertà di autodeterminarsi, ma questa, per ora soprattutto qui in Italia in questo momento storico, è astrazione pura.

Ciò che mi ha aiutato molto è stato entrare a far parte di un’associazione, nella fattispecie “Crisalide Azione Trans” che ha operato a Milano dalla fine degli anni novanta in poi per una quindicina d’anni; frequentare i gruppi di auto-mutuo-aiuto e conoscere altri ragazzi che come me intraprendevano lo stesso percorso è stato emozionante; importantissimo il confronto e la condivisione di timori che affrontati da soli sembravano insormontabili. Insieme ci sentivamo ed eravamo potenti.

Se c’è un appunto che mi sento di fare riguardo ai gruppi di oggi presenti in alcune associazioni, è che troppo spesso si evita il confronto vis à vis e ci si affida alla tecnologia, creando gruppi fittizi su whatsapp dove spesso nascono fraintendimenti e discussioni sterili. Ai miei tempi non c’erano ancora i cellulari ed internet non aveva una diffusione così ampia come quella odierna; questo ci “obbligava” a confronti vissuti di persona, spalla a spalla; non ci si nascondeva dietro una tastiera e di certo si era più veri, ci si metteva a nudo ognuno con le proprie fragilità. Per contro, vero è che la rete ci dà l’opportunità d’informarci e di saperne sempre di più, e non si corre più il pericolo di credersi l’unico transessuale al mondo.

Un consiglio che mi sento di dare a chi intraprende questo percorso è di prendersi tutto il tempo necessario a conoscersi davvero, a non avere fretta e a non credere che il cammino sia uguale per tutti. Una cara amica mi ha sempre detto che esistono tanti transessualismi quante sono le persone trans”.

Massimo e l’amore. Lo ha trovato?

“E qui potrei scrivere un fiume inarrestabile di parole! L’Amore. Ho sempre scritto questa parola con la “A” maiuscola, non riesco a farne a meno; l’Amore per me non ha mezzi termini. L’ho trovato e l’ho lasciato andare molte volte, ogniqualvolta una componente essenziale veniva a mancare: la Passione.

Sono passato da un Amore “tradizionale” durato oltre vent’anni ad uno estremamente passionale e tossico (probabilmente Amore non era); da uno “informale” ad un essenzialmente fisico fino a giungere alla veneranda età di sessant’anni per scoprirmi bisessuale e sperimentare l’Amore anche con persone del mio stesso sesso.

Oggi? Oggi sono profondamente innamorato della vita e delle sorprese che essa può serbarmi”.

Vuole dire qualcosa ai nostri lettori?

“A chi legge vorrei dire di abbandonare ogni riserva, di non aver timore di ciò che è diverso, di non porsi come giudici ma di essere pronti ad accogliere la storia di ogni essere umano come unica. Dietro ogni sguardo che incrociamo c’è una vita che merita d’essere vissuta e non possiamo sapere quanto una persona abbia penato per essere se stessa. Vorrei che l’odio, oggi dilagante, lasciasse il posto alla sete di conoscenza degli altri perché da ogni storia c’è da imparare e la diversità non può fare altro che arricchire”.

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