GIUSEPPE SCIARRA: IL MIO CINEMA, IL MIO IMPEGNO, LA MIA VITA

Photo @AntonellaDeAngelis

Se essere un regista non è facile, lo è ancora meno quando si trattano i temi sociali più scomodi e controversi. Giuseppe Sciarra, poliedrico e talentuoso movie director pugliese, arrivato al successo durante il lockdown 2020 con “Venere è un ragazzo”, corto dedicato alle dipendenze e al crossdressing, ha poi continuato la sua produzione con “Ikos”, opera cinematografica sul tema del bullismo, che ha dolorosamente vissuto sulla sua pelle. Ora, il regista è impegnato nell’organizzazione del festival online di corti LGBTQ+ “Gaiaitaliapuntocom Film Fest”, del quale cura la parte artistica.

Partiamo dall’inizio. Chi è Giuseppe Sciarra?

“Giuseppe Sciarra è un uomo di quasi quarant’anni, appassionato di cinema e ultimamente, anche di giornalismo. Sono una persona che cerca, che si tratti un lavoro artistico o di un articolo di giornale, di contribuire a sensibilizzare le persone su una verità, su una storia, su un accadimento che ritengo importante. Considero questo mio impegno come una missione, che da senso alla mia vita e mi permette di dare il mio personale contributo al mondo in cui viviamo”.

Il bullismo è qualcosa che ha vissuto personalmente. Cosa significa per lei subire bullismo?

“Questa è una domanda un po’ complicata a cui risponderò di pancia. Cosa significa per me subire bullismo? L’ho riscoperto recentemente, guardando i video di una trasmissione che detesto, il Grande Fratello, e che riguardavano uno dei concorrenti, Marco Bellavia. Ultimamente si è parlato molto di lui, e soprattutto del fatto che entrando nella Casa del GF aveva dichiarato di avere dei seri problemi di depressione. Le difficoltà di Bellavia non sono state però considerate nella giusta maniera e con la giusta importanza dagli altri abitanti della Casa. I media ne hanno parlato, il web si è indignato e ha chiesto l’espulsione di tutti i partecipanti: giustamente dico io, perché le immagini relative alla trasmissione che circolano su internet, sono veramente dure da digerire. Rivedendo il modo in cui Bellavia viene sbeffeggiato, umiliato, deriso e banalizzato nelle sue difficoltà dai coinquilini, ho riprovato sulla mia pelle il bullismo che ho subito da bambino. Essere bullizzati significa subire una violenza a tutti gli effetti, violenza che può essere psicologica come nel caso di Bellavia, ma anche fisica. E’ una violenza che ti rimane nell’anima, è come uno stupro: vieni violentato nella tua identità, vieni abusato e spesso con l’aggravante della superficialità. Il dramma del bullismo è proprio questo, cioé che le persone che lo agiscono a volte non si rendono neanche conto di quello che fanno, o addirittura ne sono inconsapevoli, pensando di non fare nulla di così grave, mentre invece devastano la vita degli altri con le loro azioni”.

La sua produzione artistica è molto diretta al sociale e ai diritti umani.

“Pur nascendo artisticamente in teatro, il caso ha voluto che mi appassionassi di cinema grazie a un grande regista: Ingmar Bergman. Vedendo i suoi film, sono rimasto talmente colpito da quello che raccontava e da ciò che mi suscitava, che mi sono detto: sarebbe bello fare come lui, raccontare delle storie per immagini. Così, ho iniziato a girare cortometraggi sperimentali, spesso non parlati, fatti solo di immagini e ispirati a un certo tipo di cinema, principalmente d’avanguardia. Mi piaceva il cinema inteso come flusso di coscienza, come immagine onirica senza una narrazione logica. Poi man mano, proseguendo nel mio percorso, ho cercato di fare un cinema più narrativo. Il primo esperimento è stato “Odiare”, nel quale ho trattato il tema del machismo; il passo successivo è arrivato con “Venere è un ragazzo” il corto che mi ha dato successo sul web durante la pandemia; poi, è arrivato “Ikos”, dove unisco cinema sperimentale e cinema narrativo per raccontare la mia personale storia di bullismo.

Quali sono i suoi progetti futuri?

“E’ in uscita una docuserie in sei puntate, che verrà trasmessa

su una importante piattaforma. Si intitola “L’ultima transizione: tra memoria e futuro”, in coregia con Natale e Trinelli, ed è un’ indagine giornalistica sul post Covid. Per realizzarla, abbiamo intervistato nomi importanti della politica e della cultura, come Silvia Garambois, Francesco Rutelli, Enrico De Masi, Flavia Fratello ed altri. Con loro, abbiamo affrontato vari temi in funzione del Covid: ad esempio i cambiamenti nell’economia, nella tecnologia, nel femminismo o nella green economy”.

Pensa che i diritti della comunità LGBTQ+ siano a rischio col nuovo governo Meloni, che si insedierà tra pochi giorni?

“Credo che i diritti acquisiti finora dalla comunità LGBTQ+, alla quale appartengo, siano intoccabili perché comunque tutelati a livello di comunità europea; per questo non credo che il governo Meloni potrà mettere a rischio quello che già abbiamo conquistato. Secondo me, il vero problema si verificherà sui diritti ancora da acquisire: su queste cose effettivamente il nuovo governo potrebbe intervenire, arrestando o rallentando il processo di evoluzione attuato di questi ultimi anni”.

Vuole dire qualcosa ai nostri lettori?

“Vorrei condividere l’esigenza di reagire a quello che sta accadendo in Italia a livello culturale. Viviamo in un Paese con grosse disparità sociali, dove la cultura è stata affossata, forse per renderci volutamente ignoranti. Ciò che vorrei dire ai lettori è che dobbiamo cominciare a riappropriarci di quello che ci è stato tolto a livello culturale da trent’anni a questa parte: con l’imbarbarimento dei programmi televisivi e con la convinzione che la cultura sia qualcosa da snob o da radical chic, e che basta apparire in tv per diventare qualcuno o per ottenere qualcosa, si è creato un danno sociale. Riappropriamoci della cultura, difendiamola e condividiamola, facendo capire alle persone che è una risorsa e una difesa”.

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