MELBOURNE, AUSTRALIA - JANUARY 27: Diana, Princess Of Wales, wearing a silk navy blue and white striped suit designed by Roland Klein and a hat designed by Philip Somerville, smiles as she visits Melbourne Youth Council music camp at the Victorian College of the Arts on January 27, 1988 in Melbourne, Australia. (Photo by Anwar Hussein/WireImage)

DIANA E BASTA

Nelle famiglie reali, si sa, i panni sporchi si lavano in casa. O meglio si lavavano, finché non arrivò Diana.

Bella, giovane, anglicana e vergine: la moglie del futuro re di Inghilterrra doveva soddisfare queste caratteristiche, almeno secondo The Queen. E così, leggenda narra, la giovane Spencer venne scelta e incoraggiata a scegliere Carlo come marito.

Il consiglio ristretto delle donne Windsor – ossia Elisabetta, la Regina Madre e la principessa Margaret – approvarono una scelta che non sapevano avrebbe cambiato il destino della monarchia, anzi, delle monarchie, aprendo la porta a Letizia Ortiz di Spagna, a Catherine Middleton, a Meghan Markle e ad altre.

Senza voler cadere nella retorica della santificazione della Principessa di Galles patrona dei poveri e degli ammalati, vicina a Madre Teresa e camminatrice sulle mine antiuomo, è indubbio che Diana abbia cambiato la percezione delle monarchie, che sono comparabili a dinosauri nel loro anacronismo, rendendole più vicine al popolo.

E’ grazie a lei che l’iberica Letizia può indossare liberamente lo smalto rosso o gli abiti di Zara; Diana ha portato la couture e la moda Versace a corte, sgusciando fuori dagli improbabili abiti da vecchia nei quali si voleva imprigionare la sua giovinezza, tagliandosi i capelli, indossando i tacchi e il famoso Revenge Dress per dire che si, esisteva e sapeva che il suo titolo poteva fare da passaporto per una rivoluzione femminile, non solo a corte, di grande portata. Forse che Diana sia stata una femminista a corte? Potrebbe darsi; di sicuro c’è che è rimasta nei cuori di una generazione. A venticinque anni dallo schianto dell’Alma – e di tutte le teorie complottiste a proposito della sua morte – rimane nella memoria comune come Marilyn, Warhol, Liz Taylor, immutabili icone di un secolo.

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